Prolusione di apertura della Scuola di formazione socio-politica

Faenza - Sala san carlo, 27 ottobre 2016
27-10-2016

Riflettere sull’Europa con lo sguardo rivolto anzitutto al futuro delle giovani generazioni: un quadro culturale per la Scuola di formazione sociale

La gravità della crisi attuale obbliga ad investire sull’Europa dei popoli, partendo da una profonda riflessione, che permetta di superare pregiudizi, rivalità istituzionali e forme di pensiero retrò, vetero nazionalismi, localismi folkloristici. Oggi appare urgente programmare la formazione di una mentalità europea, che abbracci un orizzonte e un arco temporale più vasti del momento attuale, oramai testimone del regresso e dello sfaldamento dell’Unione economica. Basti pensare ai danni della Brexit.

È abbastanza evidente che il legame tra gli Stati europei si è indebolito e raffreddato anche a causa del forte rallentamento della marcia verso quella democrazia politica, che Alexis de Tocqueville nella sua opera La democrazia in America, divenuta un classico, chiama «l’uguaglianza delle condizioni». In definitiva, l’Unione europea è entrata in crisi soprattutto perché è rimasta allo stadio di progetto incompiuto, essendo tuttora carente della sua parte più importante, e cioè della democrazia politica. Purtroppo, disgrazia nella disgrazia, non sembra facile trovare una via d’uscita dalla crisi economica, non essendo disponibile una politica all’altezza della sua vocazione al servizio del bene comune. La crisi economica oggi appare insuperabile non solo per il deterioramento interno della finanza, ossia la sua destrutturazione etica, ma soprattutto perché si accompagna ad un’eguale crisi sistemica della politica. Questa è caratterizzata dalle derive di nazionalismi, populismi, leaderismi, neoliberismi individualistici e radicali, i quali antepongono al bene comune gruppi o interessi economici, l’idolatria del denaro e del potere.

In breve, è evidente la carenza di una «democrazia del popolo», che impedisce la concretizzazione della «democrazia per il popolo». Una democrazia politica europea, come anche ogni democrazia nazionale, presuppone l’unione morale di un popolo o, meglio, di un «noi»-di-popoli senza cui resterebbe priva di anima propulsiva. Urge un popolo convintamente europeo.

Da un punto di vista assiologico, prima ancora di essere Unione dei mercati, l’Europa dovrebbe essere unione di popoli, ossia un noi-unione morale di persone-cittadini protesi verso la realizzazione del bene comune. Detto diversamente, il fondamento dell’Europa politica non può che scaturire da una strutturazione o organizzazione di tipo personalista e relazionale, comunitaria, aperta alla trascendenza.

Il noi-di-popoli europeo, che oggi non bisogna tardare a formare e che, originariamente, è un «noi» di cittadini chiamati al bene comune, si caratterizza connaturalmente per il primato della politica rispetto al mercato e alla finanza, pur fondamentali rispetto alla concretizzazione dello stesso bene comune.

Se vi deve essere l’Europa dei mercati, non può assolutamente mancare l’Europa dei popoli, quale insieme di istituzioni sociali e politiche adeguate, ma soprattutto, quale unità spirituale e morale, che postula il primato delle persone, considerate nella loro intrinseca dignità e trascendenza.

Proprio per questo, i padri fondatori dell’Europa economica e monetaria puntavano a consolidarla quanto prima nella sua dimensione politica, deputata a conseguire il bene comune europeo in una maniera più compiuta. Ma l’opera, sebbene proseguita con l’istituzionalizzazione del Consiglio Europeo, della Commissione Europea, della Corte e del Parlamento Europei e, ultimamente, della Banca Centrale Europea (BCE), appare gravemente deficitaria sia sul piano delle strutture sia – non lo si dimentichi – sul piano della formazione degli stessi europei, aspetto su cui si ritornerà.

Per instaurare la «democrazia ad opera del popolo», occorre stabilire, come già accennato, un’uguaglianza di condizioni, che non possono verificarsi senza adeguate politiche economiche, finanziarie, fiscali, sociali, comunitarie. È chiaro, infatti, che l’assenza di un potere politico danneggia la stessa moneta unica.

Per superare la crisi economica, causa dell’aumento di diseguaglianze, che erodono la democrazia partecipativa ed inclusiva,1 occorre innanzitutto riformare l’Unione economica e finanziaria. Occorre dare slancio ad un’economia sociale, tramite l’adozione di nuove strategie per il mercato unico, ribaltando quel «primato dell’azionista» (shareholder primacy) che è stato agevolato e sollecitato dai comportamenti dei mercati finanziari speculativi e dalle teorie degli economisti conservatori.

Occorre, in particolare, che i Paesi europei recuperino un certo margine di sovranità sulla finanza speculativa, attraverso il correlativo recupero di una certa sovranità fiscale. Regole finanziarie più deboli creano un’economia più debole.2 La riforma del sistema finanziario e monetario dev’essere, poi, conseguita all’interno di un quadro mondiale, scongiurando il pericolo che la realtà delle democrazie sia sopraffatta dalla prevaricazione di «interessi multinazionali non universali, che le indeboliscono e le trasformano in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti» (Francesco, Discorso al Parlamento europeo del 25 novembre 2014). In definitiva, in Europa e nel mondo, la politica dovrà riappropriarsi del suo ruolo di servizio del bene comune.

Parimenti, se vorrà essere per il popolo, l’Europa dovrà praticare, con la disciplina del bilancio, politiche volte ad incrementare la crescita.

Sarebbe insensato, poi, contrapporre alle politiche sociali quelle di competitività e di produttività. Senza un aumento della produttività, prima o poi diventa impossibile garantire il finanziamento delle politiche sociali. Peraltro, senza il progresso sociale si intacca il «capitale sociale» che è appunto ministeriale alla produttività e alla competitività.

Oggi, rispetto al progetto di un’Europa politica sembra prevalere uno «spirito di negazione», cioè una denigrazione sistematica dell’impresa comune. Spesso, però, si ignorano alcuni fatti rilevanti: nel giro di pochi anni l’Unione Europea è riuscita a consolidare il suo mercato, a dotarsi di una moneta unica e a estendere il suo territorio verso l’Est. Sono state create istituzioni. Sono state introdotte procedure, sono state concordate regole e previste sanzioni. Ma le persone che popolano l’Europa sono state trattate come parenti poveri, mentre sono proprio esse la chiave di volta del successo dell’impresa europea. Da qui, la necessità di formarle, educarle, entusiasmarle, impegnandosi almeno su tre fronti. Il primo è quello dell’abbattimento dell’individualismo libertario mediante l’antidoto della rigenerazione del sociale, investendo sulla fraternità e sulla logica del dono e della gratuità. Se continuasse ad imperversare l’attuale individualismo, verrebbe spezzato lo Stato di diritto, spina dorsale della democrazia, aprendo spazi all’anarchia sociale. Il secondo è quello della difesa e della promozione della libertà religiosa, radice degli altri diritti. Senza libertà religiosa l’ethos europeo sarebbe gradualmente privo di fondamenti morali e il cristianesimo non potrebbe, accanto ad altre religioni, dare il suo apporto specifico, come in passato. Il terzo è quello della composizione, all’interno di una società sempre più multietnica, multiculturale e multi religiosa, di una coscienza sociale comune. Su questo versante, forse non si è sufficientemente riflettuto, presi dall’urgenza dei problemi dell’accoglienza degli immigrati. Non può bastare l’integrazione lavorativa. È pregiudiziale l’integrazione e la comunione sul piano dei beni-valori condivisi. Su questo versante bisognerà impegnarsi specie con una grande opera educativa.

Viene spontaneo domandarsi: quale potrà essere, in una società così complessa e diversificata, la piattaforma di beni-valori comuni? Sarà possibile raggiungerla fra persone di credo, cultura, etnia, usi e costumi tanto diversi? La mescolanza delle culture non solo è possibile, ma è feconda e apportatrice di valori. Ma a quali condizioni? Sarà possibile accendere in tutti uno spirito europeo, formando domani un unico popolo, se già attualmente si ha l’impressione di una certa babele culturale e sociale?

La costruzione dell’Europa non sarà mai un dono piovuto dal cielo. Sarà soprattutto il frutto di una volontà tenace e di un metodo consapevole. Criticare l’Unione Europea è non soltanto legittimo, ma anche salutare. Le critiche, però, non debbono essere aprioristiche e pretestuose. Vanno mosse con misura e con giudizio, prendendo coscienza che non si è di fronte ad un’ineluttabilità, ma ad un bivio: o avanzare verso un’Europa politica unita o regredire al livello di un coacervo di Stati nazionali, che vorrebbero essere forti come se l’Europa fosse unita, senza però cedere una minima parte della propria sovranità nazionale.

L’uscita dal dilemma richiede di non occultare la verità o di non far finta di nulla. L’Unione economica e monetaria ha una sua importanza, un suo significato e precise esigenze. Come allora non convergere sulla necessità di un’Unione più solida e sostanziale, che attiene ai valori essenziali, cioè all’uomo con i suoi doveri e diritti inalienabili, con la sua dignità trascendente?

La creazione degli «Stati uniti d’Europa» non può ignorare almeno le seguenti tappe:

  • L’impegno di costruzione non di un ennesimo mega Stato, dotato di una sovranità illimitata, bensì un’unione di popoli collocata all’interno di una «sovranità del genere umano». Vale a dire, all’interno di una società politica mondiale di popoli, avente come corrispettivo un’autorità (non un potere) politica mondiale, retta dai principi della destinazione universale dei beni, della solidarietà universale, della sussidiarietà e della giustizia sociale, oltre che della libertà.

  • La divisione dei ruoli tra gli Stati e l’Unione Europea.

  • La divisione dei ruoli tra il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali.

  • Il perseguimento dell’Unione come precondizione del bene-essere di tutti i popoli.

  • Il passaggio ad un’Unione federale, attingendo agli strumenti messi a disposizione dalla migliore tradizione del federalismo solidale, ma non solo.

  • Il rafforzamento dell’Eurozona sia nella sua dimensione politica (creazione di un Parlamento dell’Eurozona all’interno del Parlamento europeo, divisione dei ruoli con i Parlamenti nazionali, come sopra accennato) sia nella sua dimensione economica e sociale (politiche nazionali ed europee per incentivare la crescita, riforme strutturali, riforme del sistema finanziario e politiche fiscali tali da favorire opportunità di lavoro per tutti, disciplina di bilancio, riconversione energetica) .

  • La preparazione di responsabili politici dal punto di vista morale e professionale mediante una formazione specifica.

  • Fare gli europei! Il che implica che i giovani, in modo particolare, crescano con una mentalità non rinchiusa nel locale, nel piccolo cabotaggio, ma sappiano integrarsi nell’ampiezza del contesto globale. E, inoltre, che conoscano l’attuale strutturazione istituzionale con i suoi pregi e i suoi limiti, e siano in grado di interagire con essa, contribuendo alla revisione, ricezione e utilizzo di disposizioni, politiche, finanziamenti e progetti, in vista di uno sviluppo sostenibile diffuso.

 

Proprio ai fini della realizzazione di quest’ultima tappa, che è ultima in ordine di elencazione ma non di importanza, si è voluta una Scuola di Formazione Sociale e Politica, centrata sul tema dell’Europa. D’altra parte, come ha sottolineato papa Francesco a Cracovia, non è lecito essere giovani imbambolati e intontiti, confondendo la felicità con un divano comodo. Certo, per gli interessi di molti questo sarebbe più conveniente che aver a che fare con giovani svegli, desiderosi di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Non bisogna lasciare che altri decidano il futuro per i giovani (cf Francesco, Veglia con i giovani, sabato 30 luglio 2016).

1 Cf J. E. STIGLITZ, Le nuove regole dell’economia. Sconfiggere la disuguaglianza per tornare a crescere, Il Saggiatore, Milano 2016, pp. 145-146.

2 Cf ib., p. 51.