OMELIA per la BENEDIZIONE dei lavori della Chiesa Arciprete di SOLAROLO

Solarolo, 5 marzo 2016
05-03-2016

Caro Signor Sindaco e Signor Maresciallo dei Carabinieri, caro Don Tiziano, parroco, la mia presenza in questa bella comunità, vivace ed attiva, è in coincidenza con alcuni lavori di manutenzione della Chiesa arcipretale di Solarolo che ne evidenziano e in certo modo ne sottolineano il progetto pedagogico delle origini.

La Chiesa Arcipretale fu consacrata il 27 novembre 1955: le croci gialle al muro lo testimoniano, segno che la costruzione è fatta di Pietre Vive.

L’idea di fondo della architettura della Chiesa Arcipretale di Solarolo, così come l’ha pensata mons. Giuseppe Babini al momento della ricostruzione post-bellica, è quella della Veste Battesimale del cristiano. Potrà sembrare austera, ma con l’adeguata illuminazione e soprattutto la tinteggiatura testè ultimata se ne apprezza ancora di più il valore e il richiamo per ogni credente.

Tutte le volte, pertanto, che si entrerà e si sosterà in questa chiesa ad ogni credente dovrà venire in mente il proprio Battesimo e, in particolare, la veste bianca che gli è stata consegnata quale segno della nuova dignità, quella dei figli e delle figlie di Dio, come indica il Battistero che si trova all’ingresso, in linea con la tradizione antica: con il battesimo si entra nella Chiesa, a far parte di un popolo, di una comunità. Il Battesimo è il sacramento che incorpora alla Chiesa, ci edifica come abitazione di Dio, ci fa sacerdoti, sacerdozio regale e popolo santo. Ci unisce come fratelli in Cristo. Con il Battesimo diventiamo popolo in cammino verso la risurrezione di Cristo, che rende partecipi della sua vita immortale, della sua gloria.

Ecco che cosa ci indicano i Tre Crocifissi di questa Chiesa: uno morente, uno appena spirato, e, poi, la grande croce senza il Cristo perché risorto, posta nel presbiterio. Questa è la croce che domina tutta la Chiesa a richiamare la centralità di Cristo, il risorto.

 

Noi siamo popolo guidato e condotto da Cristo, nostro Capo. Egli ci accompagna portando i segni della sua morte, ma è anche risorto, è Colui che ci apre la strada verso la Gerusalemme celeste.

Cosa dà forza alla chiesa, popolo di Dio che cammina nella storia, verso la meta della città del cielo? È l’Eucaristia. È il riunirsi per celebrarla, per esserne nutriti e rafforzati nella propria identità di persone che sono di Cristo, vivono di Lui. L’Eucaristia per il popolo cristiano è vitale. È il punto verso cui convergere per ripartire e allungare il passo verso il traguardo finale. È il cibo del pellegrino.

L’Altare rivolto verso la gente ci invita a pensare a questo, al punto focale a cui dobbiamo guardare e attorno a cui assieparci per fare comunità, per essere popolo compatto. Questo altare rivolto al popolo fu uno dei primi in Europa (10 anni prima della Riforma liturgica del Concilio Vaticano II), voluto da mons. Babini per richiamare il valore della famiglia parrocchiale che si riunisce attorno alla Tavola Eucaristica.

Noi ci nutriamo del pane che è Cristo, che di molti ci fa una famiglia unica. Cibandoci di Lui diventiamo fratelli. Nessuno è più straniero o forestiero per l’altro.

Giustamente il vostro amato parroco, nell’anno del Giubileo della Misericordia, dopo oltre 40 anni dagli ultimi interventi, ha voluto non solo riportare il decoro nell’edificio, ma anche riprendere l’impegno a vivere le opere di misericordia che consentono alla veste battesimale di ogni cristiano di essere quotidianamente luminosa, trasfigurata.

Un vivo ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato a rendere questa Chiesa più accogliente e più pedagogica. Un grazie particolarissimo va al vostro parroco don Tiziano, zelante, dinamico, pastore attento all’educazione alla fede. Egli ha desiderato, con interventi migliorativi e significativi, rendere l’edificio, fatto di pietre, luogo più funzionale alle pietre vive, alla loro più piena espressività morale ed evangelica: essere segno eloquente della vita nuova del cristiano.

Il Vangelo di questa domenica presenta a noi ancora una volta la parabola del figlio prodigo e la misericordia del Padre. Essa ci sollecita a ritornare a casa, a lasciare il peccato che ci allontana da Dio e dalla nostra dignità di figli e figlie suoi. Il Padre, visto il figlio da lontano, gli corse incontro. Lo perdona prima ancora che apra bocca, con un amore che previene il pentimento. Il figlio era tornato a casa non perché pentito ma perché affamato. L’esperienza del reincontro con il Padre misericordioso, che, nonostante tutto, lo anticipa e lo colma del suo affetto, lo sollecita a pentirsi, a chiedere perdono, a ritrovare la sua dignità, il gusto di fare il bene e di vivere un’esistenza nuova. Non dimentichiamo che Dio ci perdona sempre, ma questo non vuol dire che allora noi non ci preoccupiamo di convertirci, di cambiare vita. Non deve passare nella nostra testa l’idea che possiamo continuare a fare i peccatori incoscienti che rubano, ammazzano, tolgono l’onore agli altri, non pagano l’operaio, inquinano il territorio provocando danni al bene comune, alle persone, alla loro salute. Se Dio non condanna, nel senso che non vuole la nostra morte, che finiamo definitivamente in preda al male, non vuol dire che non ci chieda di abbandonare una vita moralmente disordinata, di lasciare il peccato, di convertirci e di chiedergli perdono.

Rimanere nel peccato grave significa voltare le spalle a Dio, costruire la propria esistenza non vivendo in comunione con Lui, scartandolo come i costruttori hanno scartato la pietra angolare. Per il credente, Cristo è la pietra angolare su cui costruire la propria casa. Senza di Lui perdiamo il riferimento per la nostra vita, non siamo in grado di avere una scala dei valori corretta.

Partecipando all’Eucaristia nutriamoci di Cristo per essere santi ed immacolati in Lui.