Mutualità e Cooperazione: l’azione possibile per un’economia che costruisce e non uccide

Bologna, 3 marzo 2016
03-03-2016

Della mutualità e della cooperazione non è solo oggi che se ne parla in contesto economico e sociale. Esiste una lunga tradizione, che si è sviluppata soprattutto dopo la prima rivoluzione industriale, epoca in cui i lavoratori, senza la protezione dei sindacati, perché erano state abolite le Corporazioni, erano alla mercé del mercato in cui il capitale aveva il primato. Il lavoro era considerato una semplice merce. In una simile situazione i lavoratori, mediante mutualità e cooperazione, si organizzarono per poter usufruire di un lavoro dignitoso e non essere sfruttati.

Oggi, l’occasione per riparlare di mutualità e cooperazione è quella di un’epoca in cui si assiste al passaggio cruciale dal Welfare state – un Welfare redistributivo nel quale il portatore di bisogni è solo oggetto di attenzioni altrui – alla Welfare society o al Welfare civile, come preferiscono dire alcuni – un Welfare generativo nel quale il portatore di bisogni è reso soggetto attivo -, a motivo non solo della crisi sistemica del primo, ma anche a causa del predominio di un capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve termine e che penalizza il lavoro manuale, artigianale, agricolo, sociale, quest’ultimo corrispondente al mondo delle imprese sociali e della cooperazione. Il capitalismo finanziario speculativo di fatto penalizza o annienta il lavoro dell’economia reale, bisognosa del cosiddetto «capitale paziente», ossia di quel capitale che non produce profitto a breve termine e che le istituzioni bancarie sono meno propense ad erogare.

Dopo la crisi dello Stato sociale nella sua configurazione soprattutto assistenziale – vi è anche quella «riformista» -, ma anche in virtù del progresso che la stessa società civile ha potuto compiere a motivo dell’istituzionalizzazione dello stesso Stato sociale, il percorso evolutivo di una democrazia sostanziale e partecipativa invocava ed invoca un Welfare civile. Secondo questo modello è l’intera società, e non solo lo Stato, a doversi far carico, assieme al mercato, del benessere, inteso come sistema di sicurezza sociale per tutti che ha come obiettivo non solo il benessere materiale, ma soprattutto il Well being. In particolare, il Welfare civile intende centrare il sistema di sicurezza sociale, precedentemente e prevalentemente gestito dallo Stato, sulla responsabilità primaria della società civile, avente il primato sia sullo Stato sia sul mercato.

Detto altrimenti, nella configurazione del welfare in termini civili, le tre sfere di cui si compone l’intera società – la sfera degli enti pubblici (Stato, regioni, comuni, enti parastatali, ecc.), la sfera delle imprese, ovvero la business comunity, e la sfera della società civile organizzata (associazionismo di vario genere, cooperative sociali, organizzazioni non governative, fondazioni) – sono chiamate a rapportarsi secondo il principio della solidarietà e il principio di una sussidiarietà che si può definire circolare. L’idea della sussidiarietà circolare è che le tre sfere devono interagire tra di loro in una maniera non occasionale sia nel momento in cui si progettano gli interventi che si intende porre in campo sia nel momento in cui occorre provvedere alla loro gestione.

Mediante il Welfare civile, rispetto ad un Welfare state, si acquisiscono più vantaggi. Non solo si possono avere servizi più personalizzati e meno dispendiosi, nel senso di meno burocratizzati e meno costosi, ma anche più «democratizzati», più partecipati sul piano dell’organizzazione, più controllati dai cittadini che vivono nel territorio in cui sono erogati. Inoltre, il nuovo modello consente di reperire le risorse necessarie anche dal mondo delle imprese socialmente responsabili. «Quando si dice “mancano le risorse” – rileva il prof. Stefano Zamagni in un suo intervento – ci si sta riferendo a quelle pubbliche non certo a quelle private. La presenza dell’ente pubblico resta fondamentale in questo modello allo scopo di garantire l’universalismo, ma non è esclusiva».1

Camminare verso la meta di un Welfare civile significa credere convintamente che esso rappresenta una tappa più alta della realizzazione di una democrazia sostanziale, partecipativa, inclusiva, vincendo la prospettiva della democrazia di un terzo. Potenziare il Welfare civile, abbandonando il modello statalista, nel quale lo Stato conserva il monopolio della programmazione e della committenza, significa, anche per non cadere nelle braccia di un modello neoliberista (welfare capitalism), investire di più nella mutualità e nella cooperazione, nella micro-finanza. Destatalizzare i servizi di welfare non vuol dire necessariamente privatizzare. Rimane aperta la via della socializzazione. Mediante questa si affida la cura di un determinato problema sociale o la produzione/erogazione di un bene/servizio a un corpo intermedio di cittadini intrinsecamente motivati o vicini al problema, piuttosto che a dei funzionari pubblici o ad una burocrazia spesso distante e poco coinvolta.

In questa maniera si sviluppa anche un’economia democratica, ove si attua e si costruisce la sovranità popolare.

Va tenuto, però, presente che rispetto a queste prospettive rimangono in piedi alcuni ostacoli che devono essere superati, non ultime difficoltà di carattere ideologico e finanziario.

Va, innanzitutto, registrato un’ideologia neoliberista, secondo cui anche i problemi sociali si possono risolvere solo mediante la logica del profitto e la tecnica, privatizzando i servizi, affidando la loro gestione al libero mercato e al principio dello scambio degli equivalenti. L’ideologia neoliberista, incarnata in quel capitalismo finanziario che assolutizza il profitto a breve termine, e che ha in parte favorito la crisi economica dalla quale si sta uscendo a grande fatica, produce una grave disarticolazione dell’intero sistema economico e sociale ed, inoltre, il progressivo svuotamento delle casse statali, come anche la stagnazione dello sviluppo economico. In un simile contesto, che non si avvale ancora di una riforma radicale del sistema monetario e finanziario, di serie politiche fiscali, industriali, di investimenti nelle infrastrutture, nell’innovazione e nella ricerca, di politiche attive del lavoro, resta come via di uscita la mobilitazione della società e la scelta di un nuovo modello di sviluppo, meno materialistico e consumistico, meno tecnocratico, bensì sostenibile ed inclusivo, che valorizza la logica del dono e della gratuità.

Occorre, in particolare, muoversi in direzione di una società che ricompone e riproduce i legami sociali in una dimensione relazionale, con la quale si cerca di superare l’ottica individualistica del neoliberismo, per affermare quella della reciprocità e della mutualità, propria dell’economia civile. Si tratta di una prospettiva che è stata definita dell’insieme e che costituisce la premessa, come ha sostenuto il prof. Everardo Minardi, di un passaggio non estemporaneo dalla «competizione» alla «coopetizione». Detto altrimenti, occorre passare dall’individualismo al comunitarismo.2

La direttrice di marcia per il riscatto, per la riforma dell’attuale sistema economico e finanziario in senso umanistico, per la stabilizzazione di un Welfare civile, è, peraltro, individuabile a partire dalla pur travagliata esperienza dell’attuale crisi. Non tutto è perduto. Non tutto è confuso ed indeterminato. Occorre vivere dentro la storia, auscultarla, coglierne i germi di vita, i dinamismi positivi in atto che la animano e la orientano al futuro.

In questo appare fondamentale l’apporto della Dottrina sociale della Chiesa (=DSC), specie di quella di questi ultimi anni. Dalla DSC viene, in particolare, la sollecitazione a coltivare la prospettiva di un ideale storico e concreto di un’«economia sociale», come anche di un’«economia civile». Nella Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI si parla di imprese for profit e di imprese non profit (cf CIV n. 46), di un’economia della gratuità e della fraternità (cf CIV n. 38). Si aggiunge nel discorso economico il principio della reciprocità, accanto a quelli classici dello scambio e della redistribuzione. Per Benedetto XVI, il dono ha rilevanza economica e, pertanto, deve trovare posto nelle imprese, nell’economia, oltre che nelle famiglie e nella società civile.

Peraltro, dall’analisi della realtà odierna emerge, per quanto concerne l’economia civile, un dato confortante. Negli ultimi anni di crisi i Rapporti sulla cooperazione in Italia hanno evidenziato come nel settore vi sia stato, nonostante le condizioni generali sfavorevoli, una discreta crescita dell’occupazione e del numero delle imprese. Oggi, emerge che essere capaci di costruire relazioni sociali significative, caratterizzate da un alto livello di fiducia tra cooperativa e cliente, paga anche in termini di mercato. I valori cooperativi sono fondamentali nel costruire relazioni sociali più significative, più democratiche, e più in grado di incidere nel territorio.

Ma nonostante ciò sembra che la politica, come anche l’attuale sistema monetario e finanziario, non siano intenzionati ad investire adeguatamente nella mutualità e nella cooperazione. È noto, infatti, come il nuovo progetto di regolamentazione del terzo settore giaccia in Parlamento. Così, bisognerebbe estendere alle imprese sociali i benefici fiscali riconosciuti alle Onlus. Alcuni vedono necessaria anche l’emanazione di social bond, obbligazioni sociali, che sono titoli di credito emesso dalle imprese sociali. Sembra, invece, che la Banca d’Italia non voglia dare il permesso di emettere obbligazioni sociali come avviene in Inghilterra. Peraltro, le cooperative sociali hanno bisogno di finanziamenti anche perché la pubblica amministrazione paga con ritardo. Se non hanno accesso al credito sono costrette a chiudere.

Rispetto a tutto ciò è necessario domandarsi se l’attuale sistema finanziario e di microcredito sia in grado di sostenere le imprese e le cooperative sociali.

Ebbene, con riferimento a quanto detto, occorre per lo meno rilevare:

  1. Che una riforma radicale dell’attuale sistema finanziario non è ancora stata compiuta. Non appare ancora ultimata l’auspicata separazione tra banche commerciali e banche di alta speculazione, come anche non è stata varata un’adeguata politica fiscale tale da temperare la finanza di alta speculazione e da incentivare la politica del credito all’economia reale;

  2. Che la recente riforma delle banche popolari, costrette a trasformarsi in Spa, le sta esponendo alla speculazione finanziaria delle lobby internazionali, ossia di quei soggetti mondiali che non sono interessati a mantenere i loro istituti a servizio del territorio e, quindi, delle imprese e cooperative sociali;

  3. La stessa riforma delle Bcc, varata ultimamente dal Consiglio dei Ministri nello scorso mese di febbraio, mentre per un verso presenta aspetti positivi, per un altro verso mostra seri pericoli di destrutturazione del sistema. Infatti, all’ultimo momento è stata inserita nel decreto una «via d’uscita» (way out), – per le Bcc con più di 200 milioni di euro di riserve -, dalla holding unica e trasformarsi in Spa, riscattando a sconto, con l’aliquota del 20%, le riserve cumulate nei decenni in esenzione d’imposta. La regola della cosiddetta way out è pessima per almeno due motivi, ha sottolineato il prof. Stefano Zamagni. Innanzitutto, perché c’è una palese violazione del principio legale secondo cui i fondi lasciati alle riserve delle Bcc sono indisponibili ed indivisibili, in quanto riserve accumulate nel corso dei decenni in esenzione fiscale. Essi appartengono ai cittadini e non alle banche. Consentendo il suddetto «riscatto» con un pagamento del 20% si concede a queste Bcc più grandi un abbuono del tutto immeritato. In secondo luogo, perché c’è una violazione dal punto di vista etico. La solidarietà intergenerazionale è il principio regolativo di ogni Bcc: le riserve indivisibili sono alla base di un patto di solidarietà intergenerazionale dell’impresa. Nel momento in cui si cede a chi gestisce la banca quel patrimonio si viola l’etica della solidarietà cooperativa. In sostanza, si viola l’articolo 2 degli Statuti delle Bcc. Secondo tali Statuti ogni Bcc si basa sul principio della mutualità. In tal modo, se dovesse rimanere la proposta della via d’uscita si colpirebbe il credito cooperativo al cuore, creando un grave vulnus nella cooperazione finanziaria.

  4. Sarebbe grave se la regola della Way out fosse stata inserita dal premier per favorie alcune Bcc a lui vicine. Ma sarebbe altrettanto grave se a ciò il premier fosse stato indotto dall’attuale dirigenza delle Bcc più grandi. Rivelerebbe una classe dirigenziale ignara dei principi costitutivi del credito cooperativo, preparata magari dal punto di vista professionale e tecnico, ma non certamente dal punto di vista umanistico, e lontana dai principi fondativi della cooperazione.

Dopo quanto detto è chiaro che il sistema cooperativo dovrà vigilare affinché il testo proposto dal Consiglio dei ministri venga migliorato, specie durante il suo passaggio parlamentare. In caso contrario, stante la way out, verrà meno anche per la mutualità e la cooperazione un valido alleato. Si assisterà impotenti ad un ulteriore episodio di omologazione, questa volta del sistema del credito cooperativo, al sistema bancario e finanziario legato al capitalismo che assolutizza il profitto a breve. Accettandosi, poi, tramite anche autoriforma, e senza tradire la mutualità garantita dalla Costituzione (cf art. 45), un processo di aggregazione delle Bcc in un Gruppo unico, che non comprometta la biodiversità specifica del sistema italiano, è chiaro che, alla luce anche degli ultimi episodi, non si dovrà cessare, con l’impegno del ricambio dei responsabili, l’opera di formazione dei propri quadri, specie dell’alta dirigenza: una formazione non solo professionale e tecnica, ma soprattutto etica, umanistica, confidando che il mondo della finanza – come peraltro più volte auspicato da papa Francesco nell’Evangelii gaudium e nella Laudato sì’ – torni ad essere subordinato, pur nella legittima autonomia, alla politica avente l’obiettivo del servizio al bene comune. E tutto ciò nella prospettiva del rafforzamento di un’economia che non uccide ma costruisce ed include soprattutto i più poveri, inserendoli in un sistema di solidarietà, di mutui rapporti e di reciprocità economica.

In definitiva, il credito cooperativo oggi è chiamato ad essere sempre più se stesso, secondo gli ideali originari, nelle mutate circostanze. Solo così può supportare il salto di qualità che deve compiere lo Stato del benessere, verso forme più societarie, democratiche, partecipative, inclusive.

+ Mario Toso, Vescovo delegato della pastorale sociale della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna

1 S. ZAMAGNI, Abbandonare il welfare state non significa aderire al neoliberismo, in «Vita» (dicembre 2015), n. 12, p. 11.

2 Cf E. MINARDI, Dall’economia di mercato all’economia del dono e della reciprocità, in Mutualità e cooperazione. A partire dalla crisi economica e sociale, a cura di Paolo Dell’Aquila ed Everardo Minardi, Homeless Book 2014, p. 40.