[ago 24] Conferenza a Bellamonte – Dall’io al noi: fraternità e democrazia

24-08-2021

Bellamonte, 24 agosto 2021.

Premessa: la crisi indotta dalla pandemia invoca la rinascita della democrazia

Nel contesto della pandemia, causata dal COVID-19, le democrazie del mondo stanno vivendo una crisi profonda, interrelata con altre crisi come quella economica, climatica, alimentare, migratoria. Una tale crisi è indotta da fattori interni o esterni, che in forza della gravità della situazione e dell’urgenza di decisioni da prendere in vista della sicurezza sanitaria, ne hanno messo alla prova i processi democratici e partecipativi. Si giunge a parlare di «dittatura sanitaria», per dire che si approfitta della situazione sanitaria per una decretazione eccessiva che toglie possibilità di discussione e di partecipazione. La stessa crisi sanitaria che, per altri versi, ha aiutato a riscoprire la solidarietà e il bene comune quali pilastri della rinascita dei Paesi, ha messo in luce l’importanza dei fondamenti antropologici ed etici del vivere sociale, indispensabili a dare senso ed orientamento alla politica e alle stesse regole procedurali della democrazia.

Nel suo insieme, l’enciclica Fratelli tutti (=FT)[1] di papa Francesco offre la descrizione dei principali fattori di crisi delle attuali democrazie e, nello stesso tempo, indica ciò che è indispensabile per rafforzarle, come ad esempio una migliore vita politica che si struttura e si commisura alla dignità delle persone, alla loro libertà e al loro compimento umano in Dio. In particolare, papa Francesco segnala la fecondità della relazione fraterna quale legame sociale necessario a rafforzare la propria vocazione di cittadini, ma anche il senso di appartenenza. La nostra vita sociale e, in specie, la vita democratica sussistono ove ci sono legami forti, comunione morale tra i molti «io» e  i «noi di persone», carità e fraternità, oltre che verità e libertà, giustizia sociale. Al contrario, la vita personale e comunitaria immiseriscono, specie quando domina la pretesa di appartenere solo a se stessi e si vive come tante isole senza ponti di collegamento. Le persone non sono fatte per vivere nelle metropoli dell’indifferenza. Sono fatte per amare, per comunicare, per la comunione fraterna, per il dono reciproco e disinteressato. Sono chiamate ad uscire da se stesse per formare dei «noi», per trovare negli altri un accrescimento d’essere.[2] La possibilità di cogliersi in profondità è legata alla presenza di un tu che, col suo sguardo, consente all’io di essere. Il noi, presente nell’io e nel tu, li trascende come un novum che non aveva esistenza prima del loro incontro. Ciascuno dei tre poli io-tu-noi è impensabile senza gli altri e tuttavia è radicato autonomamente nell’essere. La relazione, infatti, genera un noi, reale come l’io e il tu, ma anche dipendente da essi. Il noi mostra i lineamenti di una «persona», emergente sempre più chiaramente in relazione alla qualità del rapporto. Una comunità è una Persona nuova che unisce diverse persone, legandole nell’intimo.[3]

I gruppi chiusi, le persone e le comunità autoreferenziali, ovvero gli «io» e i «noi di persone» raggomitolati in se stessi, non favoriscono una relazionalità aperta e diffusa, non animano la democrazia in forma dinamica e vitale, generativa del bene comune. Ne indeboliscono l’anima etica e rendono sterile il tessuto delle varie reti sociali. La democrazia, per vivere e crescere, deve essere popolata da persone e da gruppi di persone che collaborano tutti insieme alla realizzazione del bene di tutti. Detto diversamente, tra i diversi «io» e i diversi «noi», che la compongono, deve sussistere comunicazione, un dinamismo di comunione e di collaborazione verso il bene di altri «io», verso il bene di altri «noi», verso il «noi» più grande che è il popolo intero e il suo bene politico. Un tale dinamismo, secondo la FT, trova il suo fondamento generativo e propulsivo proprio nell’amore fraterno. A breve si cercherà di spiegare come un tale amore è all’origine del popolo e della vera democrazia.

Nella democrazia, al primo posto, prima delle istituzioni, delle regole procedurali e delle stesse religioni, stanno le persone, i gruppi di persone, con la loro dignità, la loro libertà e  responsabilità. Le persone e i vari «noi di persone», unificati liberamente e moralmente in un popolo, sono i soggetti che originano ed orientano i vari processi della democrazia verso il bene comune. Lo sviluppo integrale, sostenibile, inclusivo è il fine.

  1. I nemici della democrazia e la fraternità

La democrazia ha tra i suoi nemici più pericolosi alcuni fenomeni socio-culturali sui quali occorre riflettere, se si desidera riappropriarsi del progetto di una forma di governo, in specie quella democratica, commisurata alla libertà e alla responsabilità delle persone, ai vari «noi di persone», ai popoli della terra. Ne elenchiamo solo alcuni, ricavandoli dalla descrizione della situazione contemporanea tratteggiata da papa Francesco nel primo capitolo della FT.

Tra i fattori corrosivi della democrazia vanno posti: la crisi dell’unità europea; conflitti anacronistici che alimentano nazionalismi chiusi, risentiti ed aggressivi; l’indebolimento della dimensione comunitaria dell’esistenza a causa di un modello culturale che privilegia gli interessi individuali; la perdita del senso della storia che provoca disgregazione in forza di una libertà senza limiti; forme di colonizzazione culturale che appiattiscono le fisionomie spirituali, la consistenza morale dei popoli, l’autonomia, svuotando di senso le grandi parole come democrazia, libertà, giustizia, unità; la mancanza di un progetto per tutti, compresi i più poveri; la lentezza nel costituirsi in un «noi» che abita la Casa comune con un cuor solo e un’anima sola; lo scarto degli esseri umani nascenti e degli anziani che, dopo essere stati colpiti dal coronavirus, sono rimasti senza cure; aumento delle diseguaglianze, anche sul piano dei diritti umani; numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare e perfino ad uccidere l’uomo; situazioni di esclusione delle donne e dei giovani dal mondo del lavoro; forme di schiavitù persistenti; conflitti e paure; una «terza guerra mondiale a pezzi»; lo sfruttamento della debolezza dei migranti; connessioni multimediali che rendono prigionieri della virtualità facendo perdere il gusto della realtà.

Questi ed altri fenomeni contribuiscono a distruggere, in vario modo, il senso di appartenenza ad una medesima umanità, alimentano un’indifferenza di comodo, fredda e globalizzata; distanziano dall’ideale di una democrazia inclusiva, che si costruisce grazie a dei «noi» convergenti responsabilmente nel bene comune. A fronte delle molteplici ombre segnalate occorre istituire quei percorsi di speranza che abilitano a salvarci tutti insieme. Siamo tutti nella stessa barca. Nessuno si salva da solo. O insieme ci salviamo o insieme periamo. Secondo papa Francesco ci può aiutare a realizzare democrazie «a più alta densità» – è questa un’espressione usata dal pontefice prima ancora di diventarlo –[4] ciò che si può definire il Vangelo della fraternità samaritana. La fraternità va considerata, assieme alla libertà, alla verità, alla giustizia e all’amore – quei beni-valori che sono già stati indicati da san Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris –  uno dei pilastri fondamentali dell’ordine sociale e della vita democratica. I suddetti pilastri di un ordine sociale retto vanno intesi come correlati e interdipendenti tra di loro. Ognuno di essi non può esistere senza gli altri. La libertà, ad esempio, non può fiorire se non viene coniugata con la verità, la giustizia, la solidarietà. Parimenti, la verità non è compiuta se non comprende la libertà, la giustizia, la solidarietà. E così via, per gli altri pilastri. Dopo quanto ha scritto la FT sulla fraternità, come caposaldo di una società più pacifica, il discorso sulla interdipendenza e sulla correlazione tra i beni-valori proposti dalla Pacem in terris va rivisitato ed aggiornato secondo un humanum in cui la relazionalità fraterna è pure elemento essenziale interrelato agli altri beni-valori già elencati. Pertanto, una società ed una democrazia non possono rinnovarsi secondo fraternità se questa non si realizza legandosi alla verità, alla libertà, alla giustizia e alla solidarietà, e viceversa.[5]  La novità della FT sta proprio in questo, e cioè nell’avere evidenziato la fondamentalità della fraternità in vista di una migliore politica, cosa peraltro già segnalata dalla Pacem in terris di papa Giovanni XXIII e chiaramente presupposta nella Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI, il quale l’ha esplicitamente rimarcata come elemento indispensabile per strutturare un’economia giusta, come anche una nuova teologia della storia e dello sviluppo economico e tecnologico.[6]

  1. L’amore e la fraternità, valori tipicamente cristiani, antidoti al decadimento della democrazia odierna

Papa Francesco, riflettendo sulla crisi della democrazia contemporanea e sulle sue derive populiste e sovraniste, ma anche su quelle liberali e individualiste, facendo appello proprio ad una migliore politica, indica l’amore o carità e la fraternità quali fattori imprescindibili per la sua guarigione e il suo sviluppo. La politica e la democrazia si irrobustiscono quando siano potentemente animate dalla virtù teologale della carità. Una tale virtù non è un vago sentimento e neppure un amore semplicemente umano. La carità è virtù cardinale, virtù cristiana, che orienta ed unifica gli atti delle varie virtù nella costruzione della vita personale e della vita comunitaria. La carità, dunque, è un amore più che umano. È infusa da Dio nelle persone per renderle capaci di amare come si ama nella Trinità, come ama Cristo. L’amore umano, fragile, a motivo del peccato originale, necessita di essere guarito, integrato dall’amore di Dio, donato e ricevuto. L’amore-carità, amore dall’alto, amore trascendente,  amore  trinitario, ossia amore strutturalmente aperto all’altro tu, al noi delle tre Persone divine, relazioni sussistenti, rafforza il dinamismo di apertura e di comunione verso gli altri tu e gli altri noi, un dinamismo che è inscritto, sia pure in forma germinale, nell’amore umano.

L’amore-carità consente alla politica e, per conseguenza, alla  democrazia, di tendere costantemente alla loro perfezione. Perché? Perché l’amore-carità, ricorda papa Francesco, è realista (cf FT n. 165), ovvero è un amore più grande di quello semplicemente umano, amore comunque aperto all’altro tu, e si impegna a realizzare tutte le condizioni che sono necessarie alla concretizzazione del bene comune, il bene di tutti, specie dei più poveri, tramite responsabilità e partecipazione. Un tale amore, proprio perché strutturato a tu è intrinsecamente orientato in senso fraterno. È, dunque, un amore originante fraternità e amicizia sociale, in quanto sollecita ad uscire da se stessi per riconoscere negli altri non solo dei propri simili in umanità, bensì dei fratelli in Cristo, quali figli di Dio nel Figlio. La fraternità, dunque, sboccia, quale prassi morale, dal dinamismo stesso dell’amore. È inscritta nella tensione dell’amore-carità che porta ad una progressiva apertura verso l’altro, fratello o sorella: un’apertura che, come accennato, è intrinseca nello stesso essere umano, creato ad immagine di Dio, come essere strutturalmente sociale, fatto per vivere in un «noi di persone». Detto altrimenti, l’amore-carità consente di riconoscere negli altri dei fratelli e delle sorelle. Non solo. Sollecita a far sì che la fraternità di cui siamo impastati e costituiti ontologicamente, per origine divina, non sia solo un semplice dato di fatto, ma divenga essenza del nostro essere morale, della nostra condotta. La fraternità, assunta liberamente e responsabilmente sul piano morale, distinto ma non separato dal piano ontologico – la morale si istituisce su una linea propria, diversa da quella metafisica -, diviene parte costitutiva del nostro telos trascendente.

Per capire meglio il discorso appena abbozzato è fondamentale  riflettere ulteriormente sulla relazione tra l’amore-carità e la fraternità. L’amore, come già detto, è originante la fraternità. In che senso? Non certo perché la crea dal nulla, in maniera volontaristica. La fraternità non può essere creata dal punto di vista ontologico – infatti, che noi nasciamo «fratelli» e «sorelle» in una famiglia, dallo stesso padre e dalla stessa madre, non dipende dalla nostra volontà sic et simpliciter: noi non ci creiamo fratelli e sorelle, ma ci troviamo ad esserlo – bensì dal punto di vista morale, ossia dal punto di vista della nostra condotta, dei nostri atteggiamenti e delle nostre scelte coscienti e responsabili. Caino era ontologicamente e biologicamente fratello di Abele. E, tuttavia, non si è comportato  moralmente come tale. Se Caino fosse stato guidato dall’amore nei confronti di suo fratello non l’avrebbe ucciso. Avrebbe, invece, coltivato quei sentimenti e quegli atteggiamenti che potevano far crescere relazioni di affetto e di cura nei suoi confronti. Il vero amore fraterno, infatti, pone l’attenzione sul fratello, considerandolo come un’unica cosa con se stessi (cf FT nn. 93-94).

Senza una fraternità consapevolmente coltivata avviene che la politica e la democrazia impoveriscono. È proprio questo che sottolinea papa Francesco. Ma con questo non è ancora detto tutto. Occorre aggiungere altre riflessioni per completare il quadro  del pensiero di papa Francesco sulla fraternità, per capire se e come, con le nostre capacità e facoltà razionali, noi possiamo giustificarne l’esistenza.

  1. La fondazione trascendente della fraternità: il ruolo del cristianesimo nella nascita e nel futuro della democrazia

Già nel secolo scorso, il noto filosofo personalista, Jacques Maritain, in un suo famoso saggio, Cristianesimo e democrazia,[7] aveva sostenuto che la democrazia non sorse in Occidente come un fungo, ossia improvvisamente, ma perché il cristianesimo aveva prima seminato e fatto germogliare nella cultura grandi categorie antropologiche e valoriali, quali il concetto di persona, intesa in senso relazionale e trascendente, il concetto di una libertà legata alla verità, i concetti di fraternità e di uguaglianza, di solidarietà. Il filosofo cristiano della democrazia ha fatto notare che la rivoluzione francese poté anch’essa disporre di tali categorie e fregiarsi del celebre trinomio liberté, fraternité, egalité,  sempre grazie all’influsso del cristianesimo. Il trinomio fu, però, una efflorescenza temporanea, provvisoria. Non poté durare a lungo, come non può conservarsi nel tempo la bellezza di quei fiori che sono recisi e  vengono posti in un vaso. Fuor di metafora: i grandi valori cristiani non poterono vigoreggiare nella cultura laicista francese, a motivo del fatto che tale cultura, staccatasi dal substrato del cristianesimo, si innestò sulle radici di un razionalismo illuminista, che coltivava un’antropologia immanente, ripiegata su se stessa, non aperta alla Trascendenza, ossia al Verbo incarnato nell’uomo e nella storia. La fraternità, sbandierata dalla rivoluzione francese, ma sradicata dalla cultura cristiana, perse la sua valenza relazionale, l’apertura trascendente verso gli altri (trascendenza orizzontale) e verso Dio Padre (trascendenza verticale). La persona, per conseguenza, finì per trasformarsi in un individuo libertario, anarchico, delirante. La secolarizzazione della fraternità portò, in definitiva, alla figura di un cittadino inteso quale soggetto radicalmente libero ed utilitario, alieno da ogni morale. Ciò ha generato quell’aporia della filosofia moderna, che ancora oggi costituisce la causa principale della crisi della democrazia contemporanea. Se si vuole guarire o, meglio redimere, la democrazia occorre radicarla su una antropologia e su un’etica permeate di trascendenza.

È proprio su questo preciso punto antropologico ed etico, strutturante la democrazia, che interviene papa Francesco. Egli pone la carità e la fraternità trascendente tra i pilastri di una rinnovata democrazia. Ma come possiamo spiegare o giustificare la fraternità, intesa in senso cristiano, ossia una fraternità trascendente, come parte dell’ordito relazionale della democrazia?

Papa Francesco, sulle orme di papa Benedetto XVI,[8] riconosce che la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini, ma non riesce a fondare la fraternità.[9] Senza un’apertura trascendente al Padre di tutti non ci possono essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità cristiana, per viverla. È la fede che ci consente l’accesso alla conoscenza e alla realtà della paternità di Dio e della fraternità trascendente. Vivendo in Gesù Cristo – che è lo «spazio», l’«ambiente» di una vita nuova – sperimentiamo sia una Paternità trascendente sia una fraternità universale, in tutto il loro spessore metafisico e il loro traboccante amore, proveniente dalla Trinità. Incarnandosi, Gesù Cristo innesta e stabilizza nella nostra umanità il principio divino dell’amore trinitario, un amore trascendente, che accresce la consapevolezza della paternità di Dio e la responsabilità fraterna di ogni uomo e di ogni donna nei confronti di tutti gli altri.

La fraternità trascendente prefigura un nuovo ordine sociale. Si costituisce principio di nuove relazioni sociali. Come? Nella FT, papa Francesco evidenzia giustamente che il principio di fraternità sollecita, ad esempio, la globalizzazione dei diritti e dei doveri, dei singoli e dei popoli, la riduzione del debito dei Paesi poveri, un’etica globale di solidarietà e cooperazione.[10] Il fatto che come persone siamo tutti fratelli e sorelle obbliga a nuove prospettive e risposte quanto ai migranti e ai rifugiati (cf capitolo IV). In questo capitolo papa Francesco offre una sintesi più organica del suo pensiero sulle migrazioni e sui rifugiati[11].

In breve, approfondendo il tema della migliore politica, indispensabile alla realizzazione del bene comune, come anche la riflessione sulla democrazia, papa Francesco porta il pensiero sociale e politico su un piano più elevato, chiaramente trascendente, pienamente cristiano, senza nulla togliere all’autonomia e alla sana laicità della politica e della democrazia, anzi irrobustendole.

Ciò implica, ovviamente, il riferimento alla fede in Dio. Il che mette in luce come il pontefice argentino, senza alcuna esitazione, giunge a proporre per la vita politica e per la democrazia, come per i responsabili della cosa pubblica, un umanesimo trascendente, un’esistenza quotidiana aperta alla vita cristiana, all’amore di Cristo. La maggior forza a servizio dello sviluppo e della politica a servizio del bene comune è un umanesimo cristiano, guidato da un amore pieno di verità, dalla fede. Solo la carità e la fraternità unificano le persone, sono in grado di giungere ai fratelli e alle sorelle lontani, a quelli più ignorati. Solo la loro coltivazione consapevole e pedagogica crea mondi aperti, pacifici, inclusivi. Il rapporto della carità e della fraternità con la verità favorisce l’universalismo della politica e della democrazia, superando privilegi e particolarismi, isolazionismi. Senza la verità la fraternità non è riconosciuta, il dialogo pubblico ed interreligioso si interrompono, vengono meno il retto esercizio dell’autorità, il fondamento del consenso politico (cf FT 206), la realizzazione del bene comune (cf FT 202), la giustizia e la misericordia (cf FT n. 227).

Ribadendo la peculiarità dell’apporto della carità e della fratellanza trascendente rispetto al vero rinascimento della democrazia, papa Francesco fa capire, rispetto ad una cultura estremamente secolarizzata e laicistica, l’importanza del cristianesimo nella costruzione di una civiltà più umana, ovvero più commisurata alle persone, alla loro altissima dignità. Il cristianesimo non porta una diminuzione di libertà e di democrazia. Bensì le guarisce dai loro mali.

Da quanto detto si può arguire che per papa Francesco, come per Benedetto XVI, la democrazia senza la fede si riduce a un guscio vuoto e finisce per annientarsi.

  1. Fraternità, principio architettonico della democrazia

Ritorniamo ora sul tema della fraternità quale principio architettonico della democrazia. La fraternità, vissuta in pienezza nelle molteplici relazioni interpersonali e comunitarie, nelle diverse istituzioni e nei vari settori della vita umana, appare in grado di rifondare i nostri legami sociali e di rilanciare un progetto utopico comune, un progetto democratico, al di là di individualismi asociali ed amorali che inquinano spesso il comportamento di singoli o di gruppi chiusi in se stessi. Una democrazia per la persona è democrazia fondata sulla maturità culturale, civile e morale delle persone e delle comunità, dei vari gruppi di appartenenza. La traduzione socio-politica di questa impostazione personalista invoca la fraternità e favorisce lo sviluppo delle comunità intermedie, in una interdipendenza che tende al migliore equilibrio possibile, in modo da evitare l’isolamento dell’individuo contrapposto alla massa e la contrapposizione corporativistica dei gruppi.

Sono molte le situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia che, secondo papa Francesco, segnalano non solo l’assenza di una cultura della solidarietà, ma anche una profonda carenza di fraternità, generando una profonda povertà relazionale. Una simile povertà può essere superata solo attraverso la riscoperta e la valorizzazione di rapporti fraterni in seno alle famiglie, all’economia e alla comunità politica.

Uno degli ambiti specifici in cui la fraternità è chiamata a concretizzarsi come principio costitutivo che fa rinascere il tessuto sociale è, come già detto, la democrazia, specie in contrapposizione ai forti assalti sferrati da parte di una cultura neoindividualistica e neoutilitaristica che tende a destrutturarla nella sua unità morale e solidale, nelle sue reti di prossimità.

Nel nostro mondo globalizzato, all’aumento della ricchezza mondiale in termini assoluti, corrisponde la crescita di disparità e di povertà relative.[12] Queste intaccano la sostanza della democrazia rappresentativa e partecipativa nonché la figura dello Stato sociale, che nel mondo occidentale si è affermato a partire dall’inizio del secolo scorso. Tutto ciò fa emergere figure di democrazia contrassegnate da populismi ed oligarchie politiche, che bypassano i corpi intermedi ed ignorano le esigenze della società civile, creando divorzi pericolosi tra classi dirigenti e popolazioni. In definitiva, a causa di una globalizzazione non governata ed orientata al bene comune mondiale, la famiglia umana si trova suddivisa in popoli e gruppi, di cui alcuni – pochi – sono sempre più ricchi e altri – più numerosi – sono sempre più a rischio di emarginazione rispetto ad un’esistenza dignitosa e ad una «democrazia ad alta intensità». La politica quando non abbia come sua direttrice la fraternità non si impegna fattivamente per la promozione del bene comune, del bene di tutti, specie per i meno abbienti, gli emarginati, i giovani, le donne. Spesso si trasforma in uno strumento di lotta per un potere asservito a interessi individuali e settoriali, in un tramite di conquista di posti e di spazi, più che di gestione efficace e giusta della cosa pubblica. Perché la politica rimanga se stessa, ossia  una delle forme più alte della carità, dev’essere liberata rispetto al suo asservimento da parte dell’economia e della finanza che assolutizzano il profitto. Quest’ultima va riformata affinché si possa usufruire di quel bene pubblico che sono i mercati liberi, stabili, trasparenti, «democratici», non oligarchici, funzionali alle imprese, ai lavoratori, alle famiglie, alle comunità locali. Dal primato dell’economia sulla politica si deve passare al primato del bene comune sull’economia. La democrazia politica presuppone che si realizzi simultaneamente una democrazia sul piano economico-sociale.  In vista di ciò è fondamentale l’abbattimento delle cause strutturali della povertà, il superamento dei piani meramente assistenziali, specie mediante politiche che distribuiscano equamente le entrate e consentano l’accesso per tutti al lavoro, all’istruzione, all’assistenza sanitaria. Il lavoro libero e creativo, partecipativo e solidale, è antidoto alla povertà, è titolo di partecipazione.

Contro una democrazia sociale e partecipativa si pongono le molteplici forme di corruzione capillarmente diffuse, nonché l’aumento di organizzazioni criminali che, logorando in profondità la legalità e la giustizia, colpiscono al cuore la dignità delle persone. Si tratta di organizzazioni che offendono gravemente Dio, danneggiano i fratelli e depauperano il creato.

Ebbene, a fronte dei problemi accennati non si deve rimanere immobili ed indifferenti. Per poter vivere in armonia e in pace, la nostra umanità necessita di un supplemento di fraternità non solo proclamata ma sperimentata, ossia concretizzata in buone pratiche.

La fraternità va coniugata in molti ambiti, a cominciare dalla famiglia domestica per giungere fino alla famiglia dei popoli, avvolta da una fitta rete di comunicazioni e di interconnessioni che, come ha affermato Benedetto XVI, rendono certamente più vicini ma non per questo più fratelli.[13] Papa Francesco, con la sua enciclica FT, ha dato l’avvio, a quella che potremmo chiamare «operazione fraternità» da realizzarsi specialmente in ambito socio-politico e democratico. I cammini di fraternità, che egli propone per rinnovare la democrazia sono diversi. Qui ci fermiamo in particolare, a considerare i percorsi che aiutano a difendere e a promuovere lo Stato di diritto e a vivere una democrazia samaritana.

 

  1. Fraternità, Stato di diritto, discriminazioni

La fraternità, quale amore pieno di verità per l’altro, per i suoi diritti e doveri, fondati non solo sul consenso ma primariamente sulla legge morale naturale, può oggi aiutare a contrastare tutti quei tentativi che, apertamente o subdolamente, contribuiscono a smantellare lo Stato di diritto. Questo si è gradualmente consolidato mediante processi lenti e faticosi, ma ora, purtroppo, lo vediamo aggredito da più parti, specie da una cultura di tipo libertario ed individualistico.

Lo Stato di diritto è attualmente messo in crisi da violazioni plateali da parte di quegli stessi Paesi che sono stati tra i primi a codificarlo nelle loro Costituzioni. Vi sono Paesi che, mentre vedono sensibilmente diminuita la loro capacità di fissare le priorità dell’economia e di incidere sui dinamismi finanziari internazionali,[14] e su altre questioni vitali e globali – tra cui l’accesso all’acqua potabile per tutti, l’equa distribuzione delle risorse energetiche, la sicurezza alimentare, il controllo del fenomeno di migrazioni bibliche –, legiferano puntigliosamente su temi etici e bioetici senza tener conto della legge morale naturale, e fondano spesso le decisioni su antropologie depotenziate e libertarie. Vi sono comunità che, pur riconoscendo il diritto primario alla vita, hanno praticamente liberalizzato l’aborto e alcuni gruppi ne vorrebbero sancire il «diritto». Non solo. Vi sono ordinamenti giuridici e amministrazioni della giustizia che consentono di discriminare gli obiettori di coscienza nei confronti dell’aborto, dell’eutanasia e della guerra. Parimenti, mentre nelle Costituzioni è omologato il diritto alla libertà religiosa, crescono i pregiudizi e la violenza nei confronti dei cristiani e dei membri di altre religioni, ad esempio in tutta l’area dell’OSCE,[15] ma non solo. In tale area si è praticamente disegnata una netta linea divisoria tra credenza e pratica religiosa, sicché spesso, nel pubblico dibattito e sempre più di frequente anche nei tribunali, ai cristiani viene ricordato che possono credere tutto ciò che vogliono e rendere culto come desiderano nelle chiese, ma che semplicemente è loro vietato di agire in pubblico in base alla loro fede. Si tratta di una distorsione deliberata e di una limitazione del vero significato della libertà di religione, che non riflettono la libertà prevista nei documenti internazionali, compresi quelli dell’OSCE. Sono molti gli ambiti in cui l’intolleranza emerge in modo evidente. Negli ultimi anni si è manifestato un aumento significativo di episodi in cui dei cristiani sono stati perseguitati e persino arrestati, per essersi espressi su questioni che interpellavano la loro coscienza. Alcuni leader religiosi sono stati minacciati dalla polizia, per aver condannato in pubblico comportamenti scandalosi, e alcuni sono stati addirittura incarcerati per aver predicato gli insegnamenti biblici relativi alla morale sessuale.[16]

Nell’ampio contesto dello Stato di diritto, che in epoca moderna si annoda allo Stato sociale, a fronte di una cultura mercantilistica e tecnocratica, il principio della fraternità risulta essere decisivo nella difesa e nella promozione dei diritti sociali. Lo Stato di diritto si intreccia con lo Stato sociale democratico, in cui si completa e si perfeziona. Quando i diritti sociali sono conculcati, i diritti civili e politici vengono vanificati. Ebbene, la fraternità aiuta a contrastare le odierne posizioni dell’opinione pubblica o di classi dirigenti secondo le quali, in un contesto di crisi finanziaria e di recessione economica, il necessario risanamento dei conti pubblici e la crescita possono essere conseguiti prevalentemente a prezzo della riduzione dei diritti sociali – si parla qui di diritti fondamentali, come il diritto al lavoro, alla formazione professionale e alla sicurezza sociale −, dello smantellamento dello Stato sociale e delle reti di solidarietà della società civile, nonché della sospensione della democrazia.

Nel contesto del discorso di uno Stato di diritto, papa Francesco non dimentica i diritti degli immigrati e, guardando al delitto e alla pena, segnala le condizioni vergognose di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano, violato nella sua dignità di uomo nonché soffocato in ogni volontà ed espressione di riscatto.

  1. Fraternità e democrazia «samaritana»

Secondo papa Francesco, il bene della fraternità è fondamentale per la pace sociale e la democrazia, perché crea un equilibrio tra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra beni dei singoli e bene comune. Consente di superare il «divorzio» che spesso si verifica tra classi dirigenti e cittadini rappresentati,[17] a causa delle coltivazione, da parte delle prime, di interessi sezionali o privati. Aiuta a sconfiggere la corruzione e l’illegalità, che si annidano ad ogni livello della vita sociale, come ad esempio i traffici illeciti di denaro e quella speculazione finanziaria, che spesso assume caratteri predatori e nocivi per interi sistemi economici e sociali, esponendo alla povertà intere popolazioni.

Secondo quanto emerge anche dal precedente magistero del card. Bergoglio, ora papa Francesco, la fraternità oggi può svolgere, in particolare, un ruolo decisivo nel rifondare la democrazia rappresentativa, partecipativa, deliberativa, sempre più aperta al sociale. I problemi odierni della democrazia sono tali da indurre gli studiosi del settore a parlare di post-democrazia, ovvero di una fase in cui sono messi in crisi la stessa politica, l’istituto della rappresentanza, della partecipazione attiva della popolazione nella determinazione dei processi decisionali, a causa soprattutto del deterioramento dei partiti e di classi dirigenti lontane, per tenore di vita e mentalità, dai bisogni dei più poveri. Ma ciò appare ancora un fenomeno epidermico. La crisi della democrazia contemporanea sembra intaccarla più profondamente nella sua essenza etica, nel suo progetto relativo al bene comune, bene di tutti, che si realizza mediante l’apporto di tutti. E ciò, a causa di concezioni neoliberali, che assegnano il primato alla finanza anziché alla politica e che propongono, seguendo l’insegnamento di certe scuole economiche come quella di Chicago, l’ideale di una democrazia minima procedurale, la quale deve semplicemente assicurare il pacifico avvicendamento dei detentori del potere, invece di porsi obiettivi di giustizia sociale, che sarebbero considerati  obiettivi impropri, che ne provocherebbero  il fallimento.

Il concetto di democrazia oggi prevalente appare, dunque, subordinato, come già rilevato, a mentalità neoutilitaristiche e neoindividualistiche, che lo configurano come un progetto sociale e politico che non include tutti i cittadini. Il neoutilitarismo punta, infatti, a realizzare il bene per la maggioranza. Il neoindividualismo, che riduce il bene comune al bene dei singoli, finisce per promuovere il bene di pochi, dei più forti. I poveri, secondo un certo neoliberalismo, debbono essere sempre presenti, perché senza di essi l’economia di mercato non potrebbe funzionare al meglio.[18]

La fraternità, che evidenzia l’eguaglianza di dignità tra le persone e che spinge a farsi «prossimo» nei confronti di chi è nel bisogno, comanda di scegliere tra una democrazia «a bassa intensità», che produce esclusi e prevede anche alti livelli di povertà, e una democrazia «ad alta intensità», che include tutti e che si ripropone di sconfiggere la povertà; tra una democrazia che si mostra indifferente nei confronti dei cittadini che sono «caduti» e «feriti» a causa di crisi che colpiscono i più deboli e una democrazia costantemente «samaritana» − si rammenti la parabola evangelica al centro della FT −, ossia una democrazia che non passa oltre, ma si fa carico, tramite una solidarietà tutt’altro che assistenzialistica, delle fragilità dei cittadini più sfortunati, spogliati da eventi superiori alle loro forze, che li conducono alla disoccupazione, all’emarginazione sociale e alla disperazione.[19] Nell’attuale contesto di crisi dello Stato sociale e della democrazia sostanziale, aggravato da una pandemia imprevista, la fraternità sfida la stessa comunità europea a ripensarsi e a scegliersi come insieme di popoli impegnati nella costruzione di una vera comunità politica, concepita in termini di solidarietà e di sussidiarietà, essenziali per raggiungere finalità di giustizia sociale e di pace. Non è sufficiente evitare l’ingiustizia e sanare i bilanci. Occorre promuovere la giustizia sociale, la giustizia del bene comune. Non basta la libertà di fare. Per questa strada si può essere anche «tutti contro tutti». Urge una libertà responsabile che si faccia carico del bene comune, specie dei più bisognosi. Il bene comune va realizzato tramite l’apporto di tutti, anche dei più poveri, che non sono da considerare un «fardello». Una società matura è quella in cui la libertà è pienamente responsabile ed è basata sull’amore fraterno e sul mutuo potenziamento. La rifondazione della democrazia non è compito di pochi, ma di tutti. Non si tratta di articolare solo un nuovo programma economico e sociale, ma soprattutto un progetto politico e un tipo di società in cui c’è posto per tutti, in cui tutti sono chiamati a collaborare per la realizzazione del bene comune! Non si tratta solo di cambiare dirigenti o volti, occorre che i rappresentanti siano preparati e dediti al bene comune, in sinergia con i cittadini rappresentati.

Ma la fraternità può giovare soprattutto nel risanare le basi della vita politica che attualmente, a motivo di visioni antropologiche pessimistiche di stampo hobbesiano e neoutilitarista, appare impostata in termini di conflittualità, di demonizzazione dell’avversario, sino a concepirlo un nemico, con danni gravissimi per il bene comune. La visione hobbesiana dell’homo homini lupus mina alla base la politica  e la democrazia che hanno, invece, secondo una visione personalista e comunitaria, il loro radicamento nell’amicizia fraterna, implicante tensione al bene comune, rispetto dell’altro, cura reciproca. Solo entro il contesto di un’esistenza fraterna, protesa al perseguimento del bene comune – che è bene di tutti e che si realizza mediante l’apporto di tutti – è possibile risolvere gli inevitabili conflitti sociali. Questi possono essere superati solo se si rimane ancorati ad un’unità di esistenza che accomuna tutti, per l’appunto quella della fraternità, che viene rafforzata quando si viva in Cristo: in Lui l’altro è accolto ed amato come figlio o figlia di Dio, come fratello o sorella, non come un estraneo o un nemico. L’unità della fraternità, protesa al bene comune, consente di vivere le conflittualità non ignorandole, bensì immergendosi in esse, trasformandole in opportunità di crescita, pervenendo alla loro soluzione su di un piano superiore che conserva le preziose potenzialità delle polarità in contrasto. Proprio l’unità nella fraternità – unità superiore ad ogni conflitto e ad ogni differenza – garantisce la solidità dell’unione morale dei popoli e mantiene ferma la determinazione di conseguire il bene comune in maniera democratica.[20]

                                               + Mario Toso

Note

[1] Cf Francesco, Fratelli tutti (=FT), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020. M. Toso, Fratellanza o fraternità? Introduzione alla lettura dell’Enciclica «Fratelli tutti», Tipografia Faentina, Faenza 2021.

[2] Queste affermazioni possono essere approfondite con l’aiuto del personalismo comunitario coltivato da alcuni filosofi  francesi quali Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. Su quest’ultimo, in particolare, merita che siano letti i contributi di vari pensatori contemporanei che ne hanno illustrato  e commentato l’umanesimo relazionale in occasione del centenario della nascita (1905-2005). Si veda in proposito: M. Toso, (Ed.), Emmanuel Mounier. Persona e umanesimo relazionale. Nel Centenario della nascita (1905-2005), vol. I, LAS, Roma 2005, pp. 400; ID., (Ed.), Emmanuel Mounier. Persona e umanesimo relazionale: Mounier e oltre, vol. II, LAS, Roma 2005, pp. 489.

[3] Cf E. Mounier, Révolution personnaliste et communautaire, Oeuvres, col. III, p. 492, trad. it. p. 113.

[4] Cf M. Toso, Riappropriarsi della democrazia, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2015 (prima ristampa), pp. 9-59. Una stesura più ampia degli stessi contenuti può essere trovata in ID., Per una nuova democrazia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

[5] Questa prospettiva è tipica della Dottrina sociale della Chiesa. Essa, come hanno recentemente sottolineato Michael Sandel, Pankai Mishra, Marilynne Robinson, riferendosi in specie alla FT, consente di evitare assolutizzazioni del libero mercato, in particolare di una libertà disancorata dalla verità,  dalla fraternità e dalla solidarietà, che crede che ci si possa fare da soli, che siamo autosufficienti; assolutizzazioni della politica nella sua hybris di dominio che giunge di fatto ad escludere dal governo il popolo, i movimenti popolari, gli esclusi: i partiti oggi, divenuti eccessivamente tecnocratici non si peritano di essere accompagnati da movimenti di massa, dalla gente comune, avvalendosi del loro torrente di energia morale. Consente di non avere un progetto di giustizia ridotta al solo aspetto distributivo, dimenticando quello contributivo. Per giustizia contributiva si deve intendere la vita di una società in cui l’economia è configurata in modo che ciascuno possa contribuire in qualche modo significativo al bene comune, sia attraverso il mercato del lavoro sia in altri modi, in famiglia e nelle comunità. Consente, infine, di  pensare al bene comune come ciò che presuppone uno stile di vita condiviso in condizioni di pluralismo ed, inoltre, a deliberazioni che mirano a qualcosa di più del semplice consenso, ossia a qualcosa che sia anche vero (cf Fratelli tutti, solidarietà sociale e fede nel mercato: confronto tra Pankaj Mishra, Marilynne Robinson e Michael Sandel, in «Vita e Pensiero», anno CIV, maggio-giugno 2021, pp. 17-29).

[6] Cf M. Toso, La speranza dei popoli. Lo sviluppo nella carità e nella verità. L’enciclica sociale di Benedetto XVI, letta e commentata, LAS Roma 20102, pp. 45-64.

[7] Cf J. MARITAIN, Christianisme et démocratie, Èditions de la Maison Française, New York 1943; tr. it.: Cristianesimo e democrazia, Vita e Pensiero, Milano 1977.

[8] Cf FT 272.

[9] Cf CIV, 19.

[10] Cf FT 121-127.

[11] Un primo sguardo complessivo sul pensiero di papa Francesco sui migranti e rifugiati si è cercato di offrirlo in M. TOSO, Uomini e donne in cerca di pace. Commento al Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2018, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2018.

[12] Cf Caritas in veritate, n. 22.

[13] Cf ib., n. 19.

[14] Cf CIV n. 24.

[15] Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

[16] Cf Intervento di S. Ecc. Mons. Mario Toso a Tirana (21 maggio 2013): difendere i diritti dei cristiani e dei membri di altre religioni nella zona dell’OSCE contro la discriminazione, in «L’Osservatore Romano» (mercoledì 29 maggio 2013), p. 2

[17] Cf Jorge Mario Card. Bergoglio, Noi come cittadini, noi come popolo, Presentazione di Mario Toso, Libreria Editrice Vaticana-Jaca Book, Città del Vaticano-Milano 2013, p. 31.

[18] Cf CIV,  n. 35.

[19] L’idea di una democrazia «samaritana», chiaramente allusa nella FT, sembra già presente nel pensiero del cardinale Bergoglio, che ebbe a scrivere: «La parabola del buon samaritano ci mostra con quali iniziative si può ricostruire una comunità, partendo da uomini e donne che sentono ed operano come veri soci (nel senso antico di concittadini). Uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non permettono che sorga una società dell’esclusione, ma che si avvicinano – si fanno vicini – e sollevano e curano chi è caduto, affinché il Bene sia Comune. L’inclusione o l’esclusione del ferito ai bordi della strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Tutti ci troviamo di fronte ogni giorno alla scelta tra l’essere samaritani o indifferenti viaggiatori che si tengono alla larga» (Jorge Mario Bergoglio, Nel cuore dell’uomo. Utopia ed impegno, Bompiani, Milano 2013, p. 63).

[20] Cf Francesco, Evangelii gaudium, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, n. 226.