OMELIA nel X ANNIVERSARIO della uccisione di PADRE DANIELE BADIALI

Faenza, Basilica Cattedrale 18 marzo 2007
18-03-2007

Siamo stati convocati in questa Eucaristia oggi, nella ricorrenza del decimo anniversario del sacrificio di P. Daniele Badiali, sacerdote fidei donum della nostra Diocesi, missionario dell’Operazione Mato Grosso in Perù.
La liturgia della IV domenica di quaresima ci ha fatto incontrare la parabola del padre misericordioso, che accoglie e perdona il figlio che si era allontanato da casa per vivere a modo suo, liberamente, spendendo i soldi del padre, godendosi la vita.
Ma anche il figlio maggiore, rimasto sempre nella casa del padre, ha avuto bisogno di cambiare il suo atteggiamento in famiglia, verso il padre e verso il fratello. Per entrambi i figli infatti il padre ha dovuto mettersi in movimento: per il primo, il Vangelo dice: gli corse incontro; ma anche per il secondo il padre uscì a pregarlo. In entrambi i casi è l’amore, è la bontà d’animo che fa muovere il padre verso i suoi figli, che tra loro non si riconoscono come fratelli, non capiscono l’uno i problemi dell’altro, e vivono isolati nella stessa casa.
Il figlio minore è stato il primo a capire, al termine della sua drammatica esperienza, chi era veramente suo padre. La sua libera scelta l’aveva portato su una strada senza uscita. L’aggettivo che è stato tradotto in italiano con ‘dissoluto’, in greco è: asotos, cioè, senza salvezza, senza speranza. Quando il figlio minore si rese conto che la sua condizione era peggiore di quella di un servo, cominciò la lunga faticosa strada del ritorno che lo portò nelle braccia del padre, facendogli ritrovare la dignità di figlio. Dopo avere avuto la prova dell’amore e del perdono, il figlio disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te’. E’ dalla certezza del perdono che nasce il pentimento.
‘Lasciatevi riconciliare con Dio’, ci ha supplicato San Paolo. E’ il faticoso passaggio dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita che Cristo ha operato per tutti noi nel mistero della sua Pasqua. E’ un ricupero, un tornare indietro, anche se nella realtà è un andare avanti nella via giusta indicata da Dio, che il linguaggio cristiano chiama conversione.
Anche il giovane Daniele Badiali ebbe il suo momento di conversione quando, incontrando l’esperienza dei giovani dell’OMG capì che la sua vita doveva essere spesa per gli altri.
‘Io ero un ragazzo, è una sua testimonianza, che fino a 12-13 anni viveva tranquillamente in parrocchia’, con altri ragazzi, però vivevo una vita normale, tranquilla. Un bel giorno ho incontrato alcuni ragazzi che lavoravano per i più poveri, mi hanno fatto conoscere delle realtà che io non avevo mai immaginato fino ad allora, non pensavo che al mondo ci potesse essere gente che moriva di fame, io che non ero mai stato abituato a soffrire della mancanza di niente’; questi ragazzi mi hanno fatto vedere che c’era gente che stava male e allora ho cominciato a chiedermi che cosa sono io, perché io devo stare così bene e tanti altri invece stanno male’.
Ecco: la conversione incomincia ponendosi le domande giuste, alle quali dare le risposte vere. E non si deve pensare che la conversione sia una faccenda che riguarda i grandi peccatori, che sono sempre gli altri; riguarda tutti noi, soprattutto se abbiamo la convinzione di essere già a posto, di fare già la nostra parte, di non avere mai abbandonato la casa del padre. Non per niente nella parabola, chi alla fine ha bisogno ancora di conversione è proprio il figlio maggiore, che pur rimanendo sempre in casa non ha amato suo padre, ma lo ha servito, e così non ha nemmeno capito il suo fratello.
Conversione vuol dire scoprire il posto che ha il Padre nella mia vita, e quindi come considero i miei fratelli. L’amore verso il prossimo è il riscontro che non ci stiamo sbagliando nel seguire la volontà di Dio, che non stiamo seguendo il nostro ‘io’ trasformato in idolo, che può essere anche la sottile tentazione della soddisfazione personale di avere fatto qualcosa di importante.
P: Daniele aveva capito anche questo rischio. Scrive in una lettera: ‘Dovessi ridurre a poche parole ciò che sto vivendo qui in Perù, sulle Ande, dico ‘Solo Dio deve contare’, tutta la nostra vita deve puntare a Lui, obbedire a lui. Vedo perfettamente il fallimento di un’azione basata sulla promozione umana, la tocco con mano ogni giorno. Ogni cosa deve essere fatta solo per Dio. E per me stare qui è obbedire a Dio’, mettere in pratica la sua legge, cioè la carità, il dare tutto gratuito’ E la preoccupazione più grande (verso i poveri) è la salvezza dell’anima. Dargli il pane quotidiano è la cosa ancora più facile; farli diventare cristiani liberi che scelgano la croce di Gesù è una scommessa ben più ardua di fronte alla quale sia poveri che ricchi si ritrovano allo stesso livello”.
Il sacrificio della vita di P. Daniele, a soli 35 anni, dopo nemmeno sei anni di ministero, apre la domanda sul mistero di una vita donata al Signore, e stroncata mentre stava portando tanti frutti di bene. Eppure la sua morte è stata coerente con la sua vita, nel senso che la croce non era affatto una novità, ma la realtà quotidiana. Ascoltiamo ancora qualche sua parola, da lui scritta ad un amico sacerdote: ‘Riconoscere i segni del Signore è molto difficile, io non sono capace. Però m’accorgo se ciò che vivo va verso la croce o meno. Da questo capisco che Gesù mi chiede di fare sacrifici e di prendere un cammino in salita.
Se non c’è la croce di mezzo dubito che sia il cammino di Gesù! E la croce non la scelgo io, sono gli altri che te la danno. E’ successo a Gesù e succede a chiunque procede verso il cammino del Vangelo. La scommessa è credere che Gesù, alle persone più care, possa dare come regalo la croce’ Ai martiri succede così!!! Io non sono a questo punto, stai tranquillo.’
Invece a quel punto ci arriverà presto, andando incontro al pericolo della morte volontariamente, quando di fronte a coloro che volevano un ostaggio italiano per chiedere un riscatto dice: ‘Vado io’. In questa scelta ha portato a compimento la sua quotidiana offerta per gli altri. E’ morto come era vissuto.
La sua morte ha messo in luce la sua vita, l’ha fatta conoscere a tanti, ha fatto di lui un segno, un riferimento luminoso. Quello che impressiona di più al di là della morte, è la sua capacità di vedere con limpida essenzialità la verità delle cose, e di dirla con forza. Le sue lettere (tante, in così poco tempo) sono un tesoro che dovrà essere ancora esplorato soprattutto dai giovani e da quanti intendono fare tesoro del dono che Dio ci ha fatto in questo tempo con la vita e la morte di P. Daniele.
Vorrei concludere ancora con una parola di P. Daniele: ‘Ai ragazzi vorrei urlare: non perdete tempo, il padrone arriva come un ladro di notte, non andate dietro a cose vane, imparate a guardare in faccia alla morte, solo così capirete quale direzione dare alla vostra vita’.
Guardiamo in faccia alla morte, alla morte di P. Daniele, alla morte di Cristo che celebreremo tra qualche settimana nella Pasqua. Non per vivere di paura, ma della ricchezza di vita che anche P. Daniele ha testimoniato. Abbiamo sentito nella lettera di S. Paolo: ‘Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove’. Ci conceda il Signore di abbandonare tutto ciò che in noi sa di vecchio, a cominciare dalle nostre meschinità, dal nostro egoismo, dal fare le cose senza cercarne il senso, per arrivare invece a vivere la giovinezza dell’amore, della donazione, del servizio, in una vita che meriti di essere vissuta. Questa sia la grazia che chiediamo oggi al Signore, pregandolo insieme a P. Daniele.