Omelia nella Festa di San Maglorio

24-10-2017

Cari Superiori, care Suore, cari fratelli e sorelle ricordiamo oggi un grande santo, missionario, vescovo-abate, che fu impegnato nel contesto storico caratterizzato dall’evangelizzazione delle due regioni costiere sulla Manica. Questa veniva attraversata continuamente dai missionari in uno scambio frequente di opere e di uomini, portatori del Vangelo e fondatori di Chiese e monasteri – attualmente noi siamo più impegnati a chiuderli! -, sia nella Bretagna (Francia) sia nel Galles (Gran Bretagna), sia in Irlanda. Noi siamo reduci dalla celebrazione della Giornata missionaria mondiale, nella quale abbiamo riflettuto sul fatto che ciascuno di noi è una missione. La missione della Chiesa, nella quale noi siamo e viviamo, non ha come compito quello di diffondere una dottrina e tantomeno una ideologia, ma neppure un’etica sublime. La Chiesa propone Gesù Cristo, morto e risorto. L’annuncio del Vangelo è in definitiva l’annuncio di una Persona, il Figlio di Dio nel quale siamo chiamati ad essere e a vivere anche come missionari. Mediante la missione della Chiesa, di noi tutti, è Gesù Cristo che continua ad evangelizzare e ad agire. Noi in quanto battezzati, cresimati, eucaristizzati diventiamo lo strumento della salvezza nella storia.

Sono parole usuali, e proprio perché tali, forse, non le prendiamo più in seria considerazione. È dato per scontato che siamo missionari, che dobbiamo essere portatori di Gesù Cristo, ma gli altri non se ne accorgono o si mostrano indifferenti di fronte al nostro messaggio. Dobbiamo interrogarci seriamente su quanto avviene oggi a proposito della nostra incidenza evangelizzatrice. Da questo, infatti, dipende la diffusione del Vangelo, nonché l’incarnazione dei beni-valori proposti da Cristo nelle istituzioni, nelle legislazioni, negli stili di vita, nei comportamenti della gente. Se i credenti non sono in grado di farsi intendere, di essere significativi e comunicativi del tesoro che portano in sé, non rimane che l’irrilevanza se non l’inutilità della loro presenza all’interno del dibattito pubblico odierno. C’è anche da interrogarsi sul perché dell’inefficacia del cristianesimo, che sappiamo aver procurato vere e proprie rivoluzioni nella storia passata, modificando la visione della dignità delle persone, abolendo la schiavitù, imprimendo nelle istituzioni e nella cultura il senso della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità: valori che sono stati chiaramente assunti dalla stessa rivoluzione francese, che, però, recidendoli dal loro substrato cristiano, ha contribuito a stravolgere e a renderli fiori appassiti, come ebbe a scrivere Jacques Maritain nel suo celebre saggio Cristianesimo e democrazia. Perché la fecondità e la novità intrinseche al cristianesimo, il suo genio, la sua forza propulsiva non sono più in grado di scalfire visioni aberranti della persona ridotta a mero grumo di cellule, ideologie insulse che predicano e impongono l’indifferenza dei sessi, primati menzogneri come quelli che pongono l’economia al di sopra della politica, il profitto a breve termine in cima a tutto? Come mai è venuto meno il senso della trascendenza, al punto che l’uomo reputa di essere lui l’unico Dio, l’unico metro di misura della verità e del bene? Eppure il Vangelo ha parole chiare e liberanti in proposito. Come mai il suo insegnamento non è più compreso e non è più eloquente, al punto da non apparire sapienza, sapere ragionevole, proposta di civilizzazione? Non è, forse, che i credenti stessi, che se ne debbono fare carico anche in termini di testimonianza, di comunicazione e di diffusione nella società, sono divenuti loro stessi incapaci di ricezione o sordi agli appelli che Cristo rivolge alla coscienza di tutti gli uomini? Non è che la testimonianza della loro vita non è più credibile, eloquente e, dunque, poco convincente?

Non può valere, quale scusa banale, relativamente all’insignificanza del lavoro missionario dei credenti, e al loro apparire o considerarsi «superflui», che oggi le persone sono tutte sazie o convertite e che, quindi, non c’è più bisogno di evangelizzare. Al contrario. Nell’attuale contesto di accresciuta secolarizzazione e di disorientamento morale c’è bisogno di una evangelizzazione più avvertita e commisurata alle sfide. Come già ci ha sollecitati anni fa san Giovanni Paolo II, oggi dobbiamo dispiegare una nuova evangelizzazione, che richiede maggior preparazione teologica e culturale, una spiritualità più profonda, tecniche di comunicazione all’altezza dell’attuale sviluppo dei mass media. L’evangelizzazione dev’essere, per l’appunto, «nuova», ovvero animata da un più grande ardore nei confronti della causa di Dio e dell’uomo, a fronte della catastrofe antropologica che caratterizza il nostro tempo e dell’indifferenza nei confronti di Dio. Dev’essere «nuova» perché è chiamata ad affrontare, sulla base dell’annuncio di Gesù Cristo, problemi nuovi che richiedono un chiaro censimento e un coraggioso discernimento. Non si tratta solo di elencare i nuovi problemi, ma anche di interpretarli e di darne una valutazione alla luce del Vangelo, dell’antropologia che esso sottintende, del rispetto della dignità umana e della libertà che propone. A fronte di storture e di visioni menzognere occorre rendere evidente la ragionevolezza, la bellezza e la bontà del messaggio evangelico. Non dobbiamo solo dire dei no. Vanno motivati e vanno proposte soluzioni alternative, capaci di intercettare il bisogno dell’anima, la richiesta della vicinanza affettiva e dell’accompagnamento spirituale, tali da far capire che è più degno dell’uomo e della sua altissima vocazione quanto ci propone il Signore.

In questa chiesa, ove le Suore di san Maglorio e i credenti del territorio partecipano all’Eucaristia domenicale, preghiamo perché siamo evangelizzatori illuminati e capaci di proporre la bellezza del Vangelo e della vita vissuta con Cristo, in Cristo e per Cristo. Evangelizziamo con la gioia del Vangelo, che è gioia derivante dal dono più completo di noi stessi al Signore. A voi cari nonni qui presenti, affido il compito di pregare perché i nostri giovani impegnati nella preparazione del prossimo Sinodo che li riguarda diventino costruttori gioiosi dell’edificio spirituale che è la Chiesa e cittadini responsabili della civiltà dell’amore.

Buona festa di san Maglorio!