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San Pier Damiani, Dottore della Chiesa: un profilo storico

L’inizio della Quaresima coincide quest’anno con la festa liturgica di San Pier Damiani. Un santo che ha molto da insegnarci su come vivere l’esperienza quaresimale e che morì proprio qui a Faenza la notte fra il 22 ed il 23 febbraio dell’anno 1072, appena trascorso il mercoledì delle ceneri, mentre si presume volesse raggiungere l’eremo di Gamogna per trascorrervi il periodo penitenziale in raccoglimento e preghiera.

Le sue spoglie sono venerate in questa Cattedrale nella sesta cappella a sinistra dall’ingresso. Molti di voi probabilmente lo conoscono solo per sentito dire, per cui ritengo valga la pena ricordarne a grandissime linee i tratti salienti, anche perché egli fu una personalità fra le più complete ed interessanti della spiritualità medievale, tanto che gli è riconosciuto il prestigioso titolo di Dottore della Chiesa.

I primi anni

Nacque nel 1007 a Ravenna ed ebbe un’infanzia segnata dalla precoce perdita dei genitori. Un fratello ne intuì l’acuta intelligenza ed il non comune talento e lo avviò agli studi, che seguì anche nella nostra Faenza, verosimilmente presso la scuola della Cattedrale o del Monastero di Santa Maria Foris Portam. Ben presto maturò in lui la scelta vocazionale, fortemente influenzata dai modelli monastici-eremitici di san Romualdo, il fondatore dei Camaldolesi. Nel 1035 divenne monaco e poi priore dell’eremo di Fonteavellana, ai piedi del Monte Catria, fra Gubbio e Pergola. Nel corso della sua vita fondò e riformò diversi eremi e monasteri nella zona compresa fra Romagna, Marche, Umbria e Toscana, fra cui, per limitarci alla Diocesi di Faenza, Gamogna ed Acereta. Per quanto votato alla dimensione eremitica e contemplativa, mai esitò a porre le sue doti al servizio dei papi e della Chiesa. Per tali ragioni si può annoverare fra i protagonisti assoluti di quel complesso movimento riformistico della Chiesa dell’XI secolo, nel pieno della lotta per le investiture e per la supremazia fra Papato ed Impero, comunemente detta “Riforma gregoriana”, dal nome di papa Gregorio VII, che tutti conosciamo fin dai banchi di scuola per via del celeberrimo incontro di Canossa con l’imperatore Enrico IV.

Teologo, canonista, moralista

Pur essendo monaco ed eremita fu anche eminente uomo della Chiesa “istituzionale”, collaboratore ed amico di tutti i papi del periodo, sempre disponibile ad uscire dall’eremo per recarsi dovunque si rendesse necessaria la sua opera mediatrice e pacificatrice. Per gli indiscussi meriti e servigi venne insignito della dignità cardinalizia, con il titolo della sede di Ostia (che conferiva il privilegio di consacrare i nuovi pontefici), anche se in seguito rinunciò all’incarico, volendo sempre essere monaco fino in fondo. In tal senso appare pregnante l’espressione con cui si sottoscriveva nei rogiti notarili: «Petrus peccator et monachus», vale a dire “Pietro peccatore e monaco”.

Raffinato teologo, canonista, moralista e dotato di eccezionale cultura, è riconosciuto come uno dei più prolifici autori medievali, eccellendo nei più diversi generi letterari, dai sermoni alle lettere, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi, per diverse centinaia di titoli complessivi. Notevole la sua trattatistica contro la mondanità della Chiesa ed il degrado morale dei suoi ministri, non temendo in alcun modo di stigmatizzare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo del commercio dei benefici ecclesiastici (la cosiddetta simonia) e del concubinato dei sacerdoti. A tale devianza dalla purezza evangelica della Chiesa egli antepose un’ideale di perfezione monastica perseguito nella penitenza, umiltà ed obbedienza. Dal Papa fino all’ultimo sacerdote esigeva un distacco da onori e privilegi e li ammoniva circa l’ideale della loro missione. Ma, nonostante la sua intransigenza, fu incline al recupero del clero “deviato”, ritenendo i sacramenti da esso amministrati validi a tutti gli effetti, evenienza peraltro accettata dalla Chiesa ancora oggi.

Per tutta la vita coltivò un proficuo rapporto con la città e diocesi di Faenza, non solo per l’attività degli eremi appenninici, ma anche per via dei profondi contatti con esponenti del clero e della società locale, tanto che sembra che in faentini lo avessero richiesto come proprio vescovo.

La morte

Come detto prima, morì a Faenza presso l’antichissimo monastero di Santa Maria Foris Portam (quello che tutti i faentini conoscono come “Santa Maria Vecchia”), al ritorno da una delicata missione a Ravenna e, come ritengono gli studiosi, probabilmente diretto a Gamogna per trascorrervi il tempo quaresimale, essendo ormai tardi per raggiungere la sua amatissima Fonteavellana. Da allora Faenza ne ha sempre gelosamente custodito le reliquie e la memoria, invocandolo fra i propri patroni. Numerose sono le opere d’arte a lui ispirate, come pure gli studi storici che si continuano a pubblicare.

San Pier Damiani e la Commedia dantesca

In quest’anno in cui ricorre il settimo centenario della morte di Dante Alighieri è doveroso ricordare che una delle personalità più emblematiche della spiritualità medievale non poteva non avere un adeguato ruolo nella più grande “sintesi” del mondo medievale che fu, per l’appunto, la Commedia. Nel canto XXI del Paradiso, quello degli spiriti contemplativi, il Santo incontra il Poeta lanciandosi in un’invettiva contro la mondanità della Chiesa. Alcuni versi del canto dantesco sono peraltro leggibili nella grande lapide posta nella facciata esterna della Cattedrale. Ma anche un altro padre fondatore della letteratura italiana, Francesco Petrarca, fu affascinato dalla personalità di Pier Damiani e, possedendo poche notizie su di lui, si rivolse all’amico Giovanni Boccaccio, che nel 1362 gli comunicò di avere ritrovato la vita scritta subito dopo la morte dal discepolo Giovanni da Lodi.

San Pier Damiani e papa Benedetto XVI

L’esempio di san Pier Damiani è, pertanto, un ottimo viatico per immergerci nel cammino di autentica conversione che la Quaresima ci invita ad intraprendere. Egli ha inteso tutta la sua vita come una sorta di percorso quaresimale, all’insegna della penitenza e della preghiera, ponendo sempre Cristo e la Croce al centro di ogni esperienza. La Croce, come ha ricordato papa Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale del 9 settembre 2009 dedicata al nostro santo, «sarà il mistero cristiano che più di tutti gli altri affascinerà Pier Damiani. “Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo”, afferma (Sermo XVIII, 11, p. 117) e si qualifica come: “Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo” (Ep, 9, 1). Alla Croce Pier Damiani rivolge bellissime orazioni, nelle quali rivela una visione di questo mistero che ha dimensioni cosmiche, perché abbraccia l’intera storia della salvezza» ed ancora: «l’esempio di san Pier Damiani spinga anche noi a guardare sempre alla Croce come al supremo atto di amore di Dio nei confronti dell’uomo, che ci ha donato la salvezza».

San Pier Damiani ha ancora molto da dire all’uomo del nostro tempo, di questo nostro tempo funestato dal Covid, che esattamente un anno fa iniziava a diffondersi in maniera incontrollata, provocando ormai quasi centomila morti, la cui sofferenza vogliano oggi unire a quella di Cristo crocifisso.

San Pier Damiani e il Sinodo dei Giovani

Nel cammino sinodale dei giovani da poco concluso Pier Damiani è stato proposto come esempio da imitare. La sua attualità risiede soprattutto nel “rigore dell’eremo”, la “cella”, che, per usare sempre le parole di Benedetto XVI, diviene «parlatorio dove Dio conversa con gli uomini». Troviamo qui un forte richiamo anche per noi a non lasciarci assorbire totalmente dalle attività, dai problemi, dalle preoccupazioni e dagli egoismi di ogni giorno, dimenticandoci che Gesù deve essere veramente al centro della nostra vita. La comunione con Cristo crea unità d’amore tra i cristiani, ma in ognuno di noi dovrebbe essere presente la Chiesa nella sua totalità. Pier Damiani, che ha testimoniato per tutta la sua vita un’obbedienza indiscussa alla Chiesa in momenti in cui non era affatto facile restarvi fedeli, ci insegna ad essere in ogni momento autentici “innamorati di Cristo”.

Marco Mazzotti 

Schede bibliche per il tempo di Quaresima

L’Apostolato Biblico della diocesi propone un sussidio che, di domenica in domenica, permette di leggere, approfondire e pregare le prime letture del tempo di Quaresima. Il sussidio viene arricchito per ogni domenica dalla presentazione di un’opera d’arte collegata al testo biblico. Le immagini che accompagnano le schede dell’Avvento di quest’anno sono opere di Arcabas (pseudonimo di Jean-Marie Pirot), maestro dell’arte sacra scomparso due anni fa. Il suo stile, caratterizzato dall’uso abbandonante e gioioso del colore e il senso fiabesco con cui tratteggia le scene, hanno dato a questo artista l’appellativo di ‘pittore della fede felice’

La scheda di approfondimento è qui disponibile in formato pdf. Copie delle schede sono disponibili presso la libreria Cultura Nuova.

Per informazioni e suggerimenti:

Don Pier Paolo Nava 328.4760185 Don Luca Ravaglia 347.9645466

Per informazioni sulle immagini:

Michela Dal Borgo 339 4700148

Le schede da scaricare

Copertina schede bibliche QUARESIMA 2021

Immagini schede Quaresima 2021

00 – Testi dei Vangeli Quaresima

01 – Scheda Quaresima – 21 febbraio

02 – Scheda Quaresima – 28 febbraio

03 – Scheda Quaresima – 7 marzo

04 – Scheda Quaresima – 14 marzo

05 – Scheda Quaresima -21 marzo

06 – Scheda Quaresima – 28 marzo Domenica delle Palme


Catto-social: le sfide digitali per la Chiesa. Incontro online il 16 febbraio

La pandemia ha impresso un’accelerazione improvvisa al mondo digitale cattolico e proposto nuove sfide che vogliamo raccogliere. La creatività di diocesi, parrocchie, laici e gruppi religiosi, suscitata dal necessario distanziamento fisico, ha generato inedite efficaci prassi di pastorale in rete che costituiscono un tesoro prezioso anche per il post-pandemia. Fenomeno esemplare è quello del successo sui canali social di un giovane sacerdote della diocesi di Milano, don Alberto Ravagnani, che con i suoi video sui social ha ottenuto una grande visibilità mediatica, dimostrando come anche un sacerdote può servirsi di questi strumenti per annunciare il Vangelo.

Martedì 16 febbraio alle 20.30 si parlerà di questo nel webinar “Catto-social? Il fenomeno don Ravagnani e le sfide digitali per la Chiesa” organizzato da Vino Nuovo. Tra i relatori don Alberto Ravagnani, sacerdote ambrosiano e responsabile dell’oratorio San Filippo Neri a Busto Arsizio, la sociolinguista Vera Geno autrice del libro “Potere alle parole” (Einaudi), il teologo don Luca Peyron, coordinatore del servizio per l’apostolato digitale. A moderare l’incontro il giornalista Fabio Colagrande.

Per iscriversi all’incontro https://app.livestorm.co/editricemissionariaitaliana/vinonuovo


Ecologia integrale e famiglia rurale: l’intervista al vescovo Mario di Radio Mater

Intervista del vescovo Toso a Radio Mater. Il libro Ecologia integrale e il tema della famiglia rurale

 Eccellenza, il suo testo ha due fuochi: perché l’aggettivo è così importante? E il Coronavirus, cosa “svela” del messaggio della Ludato si’?

L’aggettivo integrale che qualifica la parola ecologia è decisivo in quanto sta ad indicare che la questione ecologica può essere risolta se la si considera nel suo doppio versante: quello dell’ecologia umana e quello dell’ecologia ambientale. Per salvaguardare la natura non è sufficiente intervenire con incentivi o disincentivi economici e nemmeno basta un’istruzione adeguata. Come ha ben evidenziato Benedetto XVI nella Caritas in veritate, è una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile.

Venendo all’altra domanda, relativamente al tempo che viviamo: il coronavirus cosa svela del messaggio della Laudato sì? Per affrontare in maniera incisiva la questione ecologica occorre non demordere, non rallentare il passo nel tempo della pandemia. La pandemia, piuttosto, ci sollecita a pensare, a progettare, ad agire per preparare il dopo, il futuro, un nuovo inizio, in cui dare piena attuazione della Laudato sì.

 Tra i diversi capitoli del suo libro, lei inserisce pure la famiglia. Un tema che, oggi, pare circoscritto però più alla sfera individuale. Dov’è il rilievo sociale? E dove i valori promossi dalla enciclica?

Anche il tema della famiglia fa parte della DSC. Essa ha una valenza pubblica, in quanto istituzione sostanziata non solo da relazioni affettive, ma da un insieme di relazioni stabili che permettono la cura reciproca dei coniugi, la generazione dei figli e anche la loro educazione. Lo stato di salute della famiglia comporta conseguenze per l’ambiente e la qualità della vita. Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi ed urbani (cf LS 141). A motivo del suo essere comunionale e comunitario, del suo essere un noi, con e per, a motivo del suo fondamento che è l’amore, essa è dotata di un’innata soggettività generatrice a tutto tondo.

Spesso, si attribuiscono alla famiglia le cause di tutte le debolezze. Ma, forse, per ripartire, la famiglia è proprio il bandolo della matassa. O, per usare una sua espressione, “un nodo di rigenerazione”.

Oggi nei confronti della famiglia sta prevalendo uno sguardo piuttosto negativo. Viene considerata anzitutto come problema. È, quindi, valutata principalmente come destinataria passiva di prestazioni, perché carente di risorse relazionali ed economiche. Per fortuna sta crescendo una valutazione più positiva, la famiglia viene considerata una risorsa sia nell’affrontare i problemi che la riguardano, sia come asse portante delle stesse politiche familiari e sociali. La famiglia ha forti potenzialità nel modificare o trasformare i modelli di consumo non rispettosi dell’ambiente e dei più poveri. È spesso un potente ammortizzatore sociale perché raccogliendo e smistando i redditi dei propri membri, concorre ad una distribuzione più equa della ricchezza. È il più grande riduttore di costi e di disagio sociale operante nel mondo, il soggetto più efficiente nella produzione di Welfare. Già Giovanni Paolo II ha sottolineato, per stare al nostro tema principale, che la famiglia è prima e fondamentale struttura a favore dell’ecologia umana e della salvaguardia dell’ambiente (cf CA 39).

Lei, tra l’altro, introduce una categoria di esemplarità e un campo di evangelizzazione, che raramente si trova nel dibattito ordinario: la famiglia rurale. Quali buone prassi/valori possiamo attingere da questo mondo e mettere a fattore comune?

Proprio perché la questione ecologica sta mettendo in luce la decisività dell’ambiente rurale e del relativo lavoro agricolo non si può trascurare la missione della famiglia rurale in vista della salvaguardia  del creato.

Per la sussistenza e la qualità della nostra esistenza è indispensabile un corretto e sufficiente apporto in cibo. È un dato di fatto che l’umanità ne ha oggi un bisogno crescente. Nello stesso tempo è prigioniera di un paradosso che stupisce. Per sé vi è cibo per tutti e, tuttavia, non tutti possono accedervi. Spesso il cibo viene sprecato o viene destinato ad altri scopi che non sono alimentari. Per uscire da questa tragica situazione, occorre promuovere istituzioni e programmi sociali rispetto ai quali la famiglia rurale, singola o associata, ha un’importante missione da svolgere. L’ethos moraledella famiglia rurale, lo stile di vita sacrificato sono imprescindibili per imparare una felice sobrietà, il senso dell’attesa dei frutti, un’etica adeguata circa il rapporto etica e cibo, la passione per la terra in cui è contemplata l’impronta di Dio.

Ma cosa c’entra Gesù con tutto questo discorso? O, affino la domanda: quale fondamento/discernimento teologico?

Gesù Risorto in tutto il discorso fatto è inserito perché non abbandona il mondo, bensì continua a lavorare in esso. Il dipinto del Beato Angelico che ritrae il Risorto presente nel giardino della tomba in cui era sepolto, con in spalla una zappa, dice efficacemente che Egli non è scomparso dalla storia, ma è impegnato in essa per realizzare una nuova creazione. Tutti coloro che per il battesimo sono innestati in Cristo, come anche le famiglie, sono chiamati a partecipare alla grande opera ricapitolatrice di Gesù Cristo.


La cultura della cura come percorso di pace: il commento del vescovo Mario

Il Messaggio per la Giornata mondiale della Pace (=MGMP) del 2021, avente per titolo La cultura della cura come percorso di pace,[1] appare strettamente congiunto con la lettera enciclica Fratelli tutti,[2] oltre che con la crisi sanitaria provocata dal Covid-19. Poiché tutti siamo fratelli, poiché tutto è connesso, come anche ci ha mostrato la pandemia che ha colpito la famiglia umana con già più di 80 milioni di contagiati, siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fraternità (cf MGMP 2021, 1).

Detto altrimenti, papa Francesco ci sollecita a riflettere insieme sul mondo malato e sul modo di guarirlo. Il coronavirus non è l’unica malattia da combattere. La pandemia ha portato alla luce patologie sociali più ampie, ossia altri virus: «una visione distorta della persona che ignora la sua dignità e il suo carattere relazionale; l’ingiustizia sociale, la diseguaglianza di opportunità, la mancanza della protezione dei più deboli».[3] La crisi sanitaria da Covid-19 si è trasformata in un fenomeno multisettoriale e globale, «aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quella climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi» (MGMP 2021, 1).

Quale strada imboccare per risolvere una crisi multipla?

Per quanto già accennato, per uscire dalla stessa pandemia, occorre trovare una cura non solamente per il coronavirus – che è importante! – ma anche per i grandi virus umani e socioeconomici.

Per papa Francesco non si tratta di ritornare alla cosiddetta «normalità», che è una normalità ammalata. Infatti la normalità prima della pandemia era malata di ingiustizia, diseguaglianze e degrado ambientale. Una tale normalità, peraltro, perdura tuttora. Soprattutto non ci si può aspettare che il modello economico che è alla base di uno sviluppo iniquo e insostenibile risolva i nostri problemi. «Non l’ha fatto e non lo farà, perché non può farlo, anche se certi falsi profeti continuano a promettere la “ricaduta favorevole” che non arriva mai».[4] Per cambiare le cose nessuno deve fare il finto tonto guardando da un’altra parte. Ciò che consentirà di uscire dalla crisi, che è multidimensionale, è il darsi, è dare, che non è fare un’elemosina e basta, ma è un darsi che viene dal cuore e si esprime mediante la tenerezza, ossia l’amore di Gesù che si fa Samaritano, si fa prossimo e si prende cura dell’umanità.

Come discepoli di Gesù dobbiamo vivere come il Figlio di Dio che si abbassa, si fa uno di noi per camminare con noi, per guarire, per aiutare, per sacrificarsi per l’altro. È importante che puntiamo alla normalità del Regno di Dio. Il che sollecita a far sì che tutti abbiano il pane, che l’organizzazione sociale si basi sul contribuire, condividere e distribuire, con tenerezza, non sul possedere per possedere, sull’escludere, sull’accumulare all’infinito. In vista di una società fraterna, giusta e pacifica occorre una cultura della cura. La cultura del prendersi cura gli uni degli altri consente di debellare la cultura dell’indifferenza, dello scontro e dello scarto.

Video

Il link al video di presentazione: https://youtu.be/_MYRqVqVp1Q

  1. Cause esemplari della cultura della cura

I punti generativi ed esemplari per i discepoli del Signorenell’acquisizione e nell’assimilazione di una cultura della cura sono:

  1. Dio creatore che origina la nostra vocazione alla cura. Dio che crea l’uomo e la donna li pone nel giardino e affida a loro una vocazione alla cura, implicante custodia e coltivazione dello stesso giardino, vissute come una storia di fratelli. Detto altrimenti, l’impegno della cura da parte dell’umanità dev’essere contrassegnato da fraternità, giustizia, fedeltà nei confronti degli altri e del creato.
  2. Dio creatore quale modello della cura. Dio è modello prendendosi cura dei suoi figli, buoni e cattivi. Lo stesso Caino, che uccide Abele, ottiene dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cf Gen 4,15).
  3. Gesù e la cura nel suo ministero. La sua cura avviene mediante la guarigione dei mali fisici e spirituali. Gesù perdona i peccati e dona una vita nuova, una vita d’amore trascendente. Suggella la nostra guarigione e la sua cura per noi, offrendosi sulla croce, liberandoci dalla schiavitù del peccato e della morte, divinizzandoci, guadagnandoci una vita immortale.
  4. La cura dei discepoli di Gesù. Si espresse mediante opere di misericordia corporale e spirituale, mediante la condivisione, affinché nessuno tra i credenti fosse bisognoso (cf At 4, 34-35), mediante offerte volontarie, costruzione di istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanatrofi e brefotrofi, ospizi.

 

  1. Grammatica della cura, ovvero i principi della Dottrina sociale della Chiesa

Papa Francesco, in vista del percorso della pace offre a tutti gli uomini di buona volontà la bussolache è la Dottrina sociale della Chiesa (=DSC). Da questa, secondo il pontefice, si può desumere una «grammatica» della cura, sia dal punto di vista culturale e spirituale, sia dal punto di vista dell’azione costruttrice. In tal modo, grazie alla DSC viene dato al processo della globalizzazione l’impulso di una rotta comune, veramente umana e un cuore pulsante che è l’Amore, uno spirito di servizio o diakonia.

La grammatica della cura, desumibile dal prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni della DSC, viene articolata così da parte di papa Francesco: promozione della dignità di ogni persona umana e dei suoi diritti e doveri, sollecitudine per il bene comune, solidarietà con i poveri e gli indifesi, salvaguardia del creato. Si tratta non di tutti i principidella DSC, bensì di alcuni, ai quali sono strettamente connessi gli altri, che sono: il principio della destinazione universale dei beni, il principio di sussidiarietà, l’opzione preferenziale per i poveri, il pluralismo sociale e religioso.

  1. Il principio della promozione della dignità e dei diritti della persona

Secondo papa Francesco, uno sviluppo pienamente umano per tutti, singoli e popoli, è possibile se si pone al centro della «cura» quel concetto di persona, che è nato e maturato nel cristianesimo. Ossia se si fa propria una cultura personalista, solidale, aperta alla Trascendenza, teocentrica. La persona concepita in termini relazionali, non individualistici e non libertari, come essere trascendente, che si realizza attraverso il dono di sé, afferma l’inclusione, la dignità unica e inviolabile dell’uomo e della donna. Nega lo sfruttamento e l’esclusione. «Ogni persona umana – spiega il pontefice argentino – è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro “prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio”».[5] Nella costruzione di un mondo nuovo va, dunque, scartata una visione riduttiva o strumentale della persona, che non può mai essere considerata un mezzo, bensì un fine in Dio. L’umanizzazione della globalizzazione prende forma quando viene assunta un’antropologia relazionale e trascendente, secondo cui l’uomo non è destinato a vivere solo per se stesso, ma è fatto per la comunione con gli altri e con Dio. L’uomo cresce non sulla tomba della comunità, bensì in una comunione comunità, ove persegue la propria crescita con senso di partecipazione e di responsabilità sociale.

  1. Il principio del bene comune

La soluzione alla pandemia e agli altri mali del mondo si troverà quando ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica, ecologica  verrà gestito ed orientato verso il bene comune, avente come punto focale il compimento umano delle persone. Pertanto, i nostri piani e sforzi andranno sempre considerati ponderando le loro conseguenze, positive o negative, sulle condizioni sociali che permettono ai singoli, alle famiglie, ai gruppi di conseguire o no la loro perfezione umana. Il vero bene per ciascuno dipende dalla realizzazione del bene comune, dal bene che è bene di tutti, e non solo dalla realizzazione di beni individuali. Se una persona cerca soltanto il proprio bene è egoista. Invece la persona è più persona, quando consegue il proprio bene rimanendo aperta a tutti, condividendolo. Alla luce di quanto detto, se le soluzioni alla pandemia e ad altri mali sociali portano l’impronta dell’egoismo e dell’utilitarismo, sia esso di persone, imprese o nazioni, non sarà certamente facile uscire dalle crisi umane e sociali che il virus  da Covid-19 ha evidenziato e accentuato. Bisogna stare attenti, allora, a non costruire il mondo nuovo sulla sabbia dell’individualismo e dell’utilitarismo. Una società sana, inclusiva, giusta e pacifica viene costruita poggiando sulla roccia del bene comune. Ogni cittadino è responsabile del bene comune. Pertanto, ognuno deve porsi al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente (cf Gaudium et spes, 26).

  1. Il principio della solidarietà

Per guarire il mondo non basta prendere coscienza del fatto che tutto è interconnesso, che tutti siamo interdipendenti e posti su una stessa barca. L’attuale pandemia ha evidenziato la nostra interdipendenza, e cioè che tutti siamo legati, gli uni agli altri, sia nel bene sia nel male. Per uscir fuori dalle varie crisi sociali, in modo da essere migliori, occorre che dalla interdipendenza solidarietà-di-fatto (il proprio bene dipende dagli altri, non ci si può perfezionare senza gli altri, senza la loro crescita) passiamo insieme  alla solidarietà-scelta comune. Occorre che tutti insieme ci scegliamo e ci vogliamo come esseri solidali, come persone che si amano reciprocamente nel contesto del bene comune. Occorre, cioè, collaborare alla crescita di ogni persona e del tutto. Solo così l’altro viene considerato non uno strumento o una cosa, bensì un proprio simile, un aiuto. La solidarietà-scelta non è, dunque, semplice constatazione dell’interdipendenza, della reciproca connessione, è desiderare il bene dell’altro, è amare l’altro non con un sentimento di vaga compassione, bensì «con una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (Sollicitudo rei socialis, 38). La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

  1. Il principio della salvaguardia del creato

Papa Francesco ci invita a pensare alla salvaguardia del creato non come ad un atto disgiunto dalla cura delle persone, specie dei bisognosi e dei più piccoli. La salvaguardia del creato è possibile quando si ascolta, allo stesso tempo, il grido dei poveri, quando ci si prende cura delle persone, della loro educazione morale, della loro vita, specie se indifesa. Senza la cura di un’ecologia umana non è possibile un’ecologia ambientale. La salvaguardia del creato è questione di ecologia integrale come lo aveva già chiaramente affermato papa Benedetto nella Caritas in veritate al numero 51. Ecco quanto vi si può leggere: «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”. Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. La natura, specialmente nella nostra epoca, è talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire quasi più una variabile indipendente. La desertificazione e l’impoverimento produttivo di alcune aree agricole sono anche frutto dell’impoverimento delle popolazioni che le abitano e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura. Inoltre, quante risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate». Più avanti si può leggere ancora: «Per salvaguardare la natura non è sufficiente intervenire con incentivi o disincentivi economici e nemmeno basta un’istruzione adeguata. Sono, questi, strumenti importanti, ma il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l’ambiente e danneggia la società».

In conclusione, una salvaguardia efficace del creato ha bisogno di un’ecologia integrale come ha spiegato bene papa Francesco nella Laudato sì.

  1. I principi della Dottrina sociale come bussola per le relazioni internazionali, per divenire profeti e testimoni della cultura della cura

In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse, papa Francesco invita i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano la “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana».

La bussola dei principi della DSC va adoperata nelle relazioni tra le Nazioni, al loro interno, affinché siano ispirate alla fraternità, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale, dei diritti umani che sono inalienabili, universali e indivisibili, del diritto umanitario.[6] Senza l’applicazione di questo diritto molte regioni e comunità smettono di vivere in pace e sicurezza, divengono epicentri di insicurezza. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali.

Senza una cultura della cura, purtroppo, vengono disperse per le armi, specie nucleari, moltissime risorse che potrebbero essere, invece, impiegate per la sicurezza delle persone, delle città e per lo sviluppo umano integrale. Con riferimento a ciò papa Francesco propone la costituzione di un Fondo mondiale con i soldi che si impegnano nelle armi e nelle spese militari, per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri.

  1. A mo’ di conclusione: educare alla cultura della cura

Per poter promuovere una cultura della cura occorre attivare un processo educativo. Al riguardo papa Francesco indica alcuni soggetti che sono naturalmente coinvolti in tale processo: la famiglia, la scuola e l’università, gli operatori e i responsabili della comunicazione sociale, le religioni e i leader religiosi, coloro che sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative. Ma si possono aggiungere all’elenco: i politici, i responsabili dell’amministrazione del bene comune, le comunità religiose, come anche le associazioni, le aggregazioni e i movimenti.

In questo contesto ove si parla dei soggetti dell’educazione  alla cultura della cura, il pontefice raccomanda che: a) la famiglia sia messa nelle condizioni per poter adempiere il suo compito; b) le istituzioni educative veicolino un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. Al termine del Messaggio si trova, a mo’ di conclusione, un’utile definizione della cultura della cura, quale via privilegiata per la costruzione della pace. La cultura della cura è un «impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca» (n. 9).

Non è inutile sottolineare che se per uscire dalla tempesta della crisi e per muoversi in cerca di un orizzonte più sereno e calmo sono indispensabili il «timone» della dignità della persona umana e la «bussola» dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, occorre che nelle nostre comunità si riprenda, là ove non fosse praticata, la formazione alla stessa DSC. Non si tratta di comunicare solo definizioni o concetti. Occorre che i principi siano sperimentati e realizzati nei vari ambiti della vita, alla luce della fede, della carità e della speranza.

                                                     + Mario Toso

[1] Francesco, La cultura della cura come percorso di pace. Messaggio per la Celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2021(8 dicembre 2020) (= MGMP 2021), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020.

[2] Francesco,Fratelli tutti (=FT), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020. Per un primo approccio all’enciclica si veda l’Introduzionedi Antonio Spadaro in Francesco, Fratelli tutti, Marsilio Editori-Libreria Editrice Vaticana, Venezia-Città del Vaticano 2020, pp. 9-47; ma si veda anche la Guida alla letturadi padre Giacomo Costa che si trova  in Francesco, Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana-ELLEDICI, Città del Vaticano-Torino 2020, pp. 5-26.

[3] Cf Francesco,Catechesi- «Guarire il mondo»: 2. Fede e dignità umana (mercoledì 12 agosto 2020).

[4] Cf Francesco, Evangelii gaudium, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, 54, ma anche ID., «Guarire il mondo»: 9. Preparare il futuro insieme a Gesù che salva e guarisce (mercoledì, 30 settembre 2020).

[5] FRANCESCO, La cultura della cura come percorso di pace, p. 9.

[6] È quella parte del diritto bellico volta a tutelare la popolazione civile e inerme (diritto di Ginevra) o a porre limiti all’impiego di mezzi e metodi di guerra (diritto dell’Aia) in situazioni di grave emergenza (in particolare, in caso di conflitto armato).


Incontro con Miriam Camerini e Lidia Maggi il 16 gennaio per la XXXII Giornata del Dialogo Ebraico-Cristiano

Un dialogo a due voci con Miriam Camerini e Lidia Maggi per approfondire il libro di Qohelet: sarà questo il tema al centro in occasione della XXXII Giornata del Dialogo Ebraico-Cristiano che si svolgerà a Faenza sabato 16 gennaio alle 18.45. Per rispettare le normative vigenti anti-Covid, l’evento si svolgerà in modalità online, trasmesso in diretta dalla pagina Facebook del Comune di Faenza. L’appuntamento è a cura del settore Ecumenismo e Dialogo delle Diocesi di Faenza-Modigliana e  di Imola.

A guidare l’incontro saranno Miriam Camerini, regista teatrale e studiosa di ebraismo, e Lidia Maggi, pastora battista. 

E’ possibile scaricare il sussidio per la XXXII Giornata del Dialogo Ebraico-Cristiano al seguente link

Sussidio per la XXXII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei – 17 gennaio 2021

Miriam Camerini

Nata a Gerusalemme nel 1983, ha studiato Lettere e Storia del Teatro a Milano, Bibbia e Letteratura rabbinica a Gerusalemme. Regista teatrale, attrice, cantante e studiosa di ebraismo, vive a Milano, da dove si dedica all’allestimento di spettacoli teatrali e musicali, festival e rassegne attorno e all’interno della cultura ebraica in Italia e nel mondo. Collabora regolarmente con Jesus, mensile delle edizioni San Paolo, e saltuariamente con altre testate. Tra i suoi spettacoli: Golem, Un grembo due nazioni molte anime, Il Mare in valigia, Caffè Odessa, Chouchani, Messia e Rivoluzione e Lo Shabbat di tutti, performance – cena dedicata al Sabato ebraico. Il suo ultimo libro Ricette e Precetti (Giuntina, 2019), illustrato da Jean Blanchaert, racconta il rapporto intricato fra cibo e norme religiose ebraiche, cristiane e islamiche. Sta studiando per diventare rabbino alla scuola Har’El di Gerusalemme, fra le prime al mondo a formare rabbini donna fra gli ebrei ortodossi.

Lidia Maggi

La pastora Lidia Maggi (foto di copertina, ndr) è stata destinata dalle chiese battiste ad un progetto di pastorato itinerante. Gira per chiese e centri culturali occupandosi di formazione biblica ed evangelizzazione. In particolare ora vive a Dumenza, in una casa grande dove, come coppia pastorale suo marito e lei si occupano di piccole ospitalità per persone in crisi o in ricerca o semplicemente desiderose di un confronto. Una casa, non un monastero o una chiesa, solo una casa, un luogo laico dove poter sentire il respiro di Dio. Tra le sue opere : La riforma protestante. Vol. 1: Tra passato e presente (con Reginato Angelo), Edizioni Studio Domenicano, 2004; Preghiera, EMI, Bologna 2006; Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, Claudiana, Torino 2009; Elogio dell’amore imperfetto, Cittadella, Assisi 2010;; Giobbe, il dolore del mondo, Cittadella, Assisi 2013; Vi affido alla Parola (con Angelo Reginato), Claudiana 2017; Qohelet, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2017; Fare strada con le scritture, Paoline, Milano 2017; Protestantesimo, Bibliografica, Milano 2018.


Un mondo nuovo. Un’enciclica dedicata alla fraternità e all’amicizia sociale: commento alla “Fratelli tutti” del Vescovo Mario Toso

Premessa: il «sogno» di una società fraterna

Nel contesto della pandemia del Covid-19, che mette in luce non solo i problemi della salute dei popoli, dell’ecologia integrale, ossia dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, della distruzione della biodiversità, delle migrazioni ingenti di animali e di persone, ma anche i problemi connessi ad una cultura consumistica e dello scarto, delle ineguaglianze, delle ingiustizie, della fame, del deficit della politica, dello scisma tra singolo e comunità, papa Francesco promulga l’enciclica Fratelli tutti,[1] firmandola ad Assisi, ai piedi della tomba del Santo dell’amore fraterno, della semplicità e della gioia.

Il titolo Fratelli tutti è preso in prestito dalle Ammonizioni dello stesso Francesco d’Assisi. In particolare, papa Francesco, per comporre la «sua» Pacem in terris, ossia un’enciclica analoga a quella di san Giovanni XXIII, [2] avente però come perni centrali la fraternità e l’amicizia sociale, prende ispirazione da un episodio della vita del Santo di Assisi che, senza ignorare difficoltà e pericoli, va ad annunciare l’amore di Dio al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, senza nascondere la propria identità, invitandolo alla conversione. In un mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, di lotta tra cristiani e mussulmani, Francesco intende suscitare in tutti i popoli il sogno di una società fraterna, pacifica. Papa Francesco, che porta il nome del Poverello di Assisi, si fa missionario di un tale sogno nel contesto storico contemporaneo, per far rinascere tra tutti gli uomini l’aspirazione mondiale alla fraternità, alla pace. Se si vuole cambiare il mondo è importante «sognare» insieme come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne, come ospiti di una stessa terra. [3]

Note

[1] Francesco, Fratelli tutti (=FT), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020. Per un primo approccio all’enciclica si veda l’Introduzione di Antonio Spadaro in Francesco, Fratelli tutti, Marsilio Editori-Libreria Editrice Vaticana, Venezia-Città del Vaticano 2020, pp. 9-47; ma si veda anche la Guida alla lettura di padre Giacomo Costa che si trova  in Francesco, Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana-ELLEDICI, Città del Vaticano-Torino 2020, pp. 5-26.

[2] Nella Pacem in terris, papa Giovanni XXIII evidenziò che in ogni convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè «natura» dotata di intelligenza e di volontà libera, soggetto di diritti e di corrispettivi doveri. L’ordine morale di una sana e vivace convivenza è ordine che si regge su quattro pilastri morali: libertà, verità, giustizia amore.

[3] Cf FT 8.

Il commento

1. Obiettivo e modalità della «Fratelli tutti»

2. Il discernimento proposto dalla «Fratelli tutti»

3. Il realismo teologico, antropologico e morale della parabola del buon Samaritano

4. La civiltà dell’amore fraterno

5. La fondazione trascendente della fraternità: Benedetto XVI e papa Francesco

6. Un approfondimento: Cristo «universale concreto della fraternità»

7. A mo’ di conclusione: costruzione di un mondo nuovo mediante una politica samaritana


Il ringraziamento ai volontari dell’Ass. naz. Carabinieri per il servizio nelle Messe di Natale

Un servizio che ha consentito di poter celebrare in sicurezza, nel rispetto delle norme anti-Covid, le Messe del Santo Natale. Nella foto il vescovo Sua Eccellenza mons. Mario Toso incontra i volontari della sezione di Faenza dell’Associazione nazionale Carabinieri che hanno svolto il servizio nella cattedrale di Faenza durante la S. Messa del giorno di Natale.


Scambio di auguri di Natale con i fedeli di rito bizantino

Nei giorni scorsi, in un clima di grande cordialità, il vescovo S.E. Mons. Mario Toso ha incontrato il Rev.do don Vasyl Romaniuk per lo scambio degli auguri di Natale. All’incontro erano presenti anche due fedeli ucraine. Nella nostra Diocesi il Rev.do don Vasyl Romaniuk svolge il servizio religioso per i fedeli cattolici di rito bizantino. A Faenza le funzioni religiose per i fedeli cattolici di rito bizantino vengono celebrate nella chiesa di S. Vitale messa a disposizione della comunità ucraina dalla Diocesi di Faenza-Modigliana. La decisione, poi, di tornare al calendario gregoriano consentirà anche ai cattolici ucraini di festeggiare il S. Natale il 25 dicembre.

Inoltre, la Congregazione per le Chiese orientali ha elaborato un progetto che prevede la creazione di una Metropolia d’Italia che dovrebbe includere le tre circoscrizioni italiane già esistenti (Grottaferrata, Lungro e Piana), unitamente ai fedeli tutti di tradizione bizantina cattolica residenti sul territorio italiano. La nascita di una Metropolia bizantina d’Italia permetterebbe di stringere ancora più fortemente i legami originari di tradizione liturgica, teologica, spirituale che accomunano le tre circoscrizioni, consentendo anche un servizio di cura pastorale per tutti i fedeli bizantini immigrati nel tempo nelle nostre regioni.


Per Natale Coldiretti e Confartigianato donano una statuina di un operatore sanitario al vescovo Mario

La Coldiretti e la Confartigianato in occasione dei tradizionali auguri natalizi hanno donato al vescovo Mario una statuina del presepe in ceramica raffigurante un operatore sanitario realizzata da un noto presepista napoletano. Con questa iniziativa a carattere nazionale si voluto rendere evidente il sentimento di gratitudine e di affetto verso chi ha affrontato in prima linea la pandemia. Mons. Toso, nel ringraziare del gesto significativo e originale, ha ricordato come questa statuina rappresenta il moderno samaritano, che nel mistero dell’Incarnazione si è fatto Samaritano dell’umanità in Gesù.

Il servizio di FaenzawebTv

Nella foto il vescovo Mario e il consigliere ecclesiastico Coldiretti, don Tiziano Zoli, con i dirigenti di Coldiretti e Confartigianato.