[gen 3] Intervento – Commento al Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace

03-01-2026

MESSAGGIO PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2025

Premessa: «La pace sia con te», l’inizio di una rivoluzione silenziosa

Il Messaggio di sua Santità Leone XIV per la 59.a Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026 si apre con il saluto «La pace sia con te».[1] Il pontefice adopera lo stesso saluto di Gesù risorto rivolto ai discepoli, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano per timore dei Giudei: «Pace a voi» (Gv 20, 19. 21). Questa è la Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà.

«La pace sia con voi», è l’augurio mediante il quale i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione non violenta.

Leone, adoperò il saluto del Risorto ai suoi discepoli, sul balcone di san Pietro, allorché si presentò davanti alla folla dei fedeli nel giorno della sua elezione. Con ciò stesso non soltanto salutò la gente riunita ma augurò la pace al mondo intero, stravolto drammaticamente da quella che papa Francesco definì «terza guerra mondiale a pezzi», ossia una guerra che comprende più di 30 conflitti, e che ancora sta martoriando popoli interi.

Il saluto di papa Leone indicò Gesù Cristo quale causa principale della pace nelle persone e nel mondo.

È a partire dalla stessa pace di Cristo risorto, la pace che egli realizza morendo sulla croce, vincendo la morte e abbattendo i muri di separazione fra gli esseri umani (cf Ef 2,14), che il pontefice Leone, ha rivolto sia gli auguri natalizi sia gli auguri di un anno nuovo di pace: il Natale di Gesù, infatti, è il Natale della Pace.

La sorgente prima della pace augurata è, ad essere più completi, Cristo che nasce, muore e risorge per noi. Gli auguri di Buon Natale sono, in definitiva, auguri di pace: pace conquistata dal Signore Gesù non solo con la nascita, ma anche con la morte in croce e la risurrezione.

In breve, sin dall’inizio del Messaggio di papa Leone XIV appare evidente la dimensione cristologica della pace.

 

I

VERSO UNA PACE DISARMATA

 

  1. Al centro della storia, del nostro cuore, con l’incarnazione e con il dono del suo Spirito d’amore, si è posto Gesù Cristo: Egli è e propone una «pace disarmata», per la vita di tutti

Ecco la sfida a cui Leone XIV ci richiama. A fronte della terza guerra mondiale a pezzi, e ad altri mali che ci opprimono, in primo piano sta Gesù Cristo che, con la sua incarnazione morte e risurrezione, ma ancor prima con la creazione – tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui: «Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono» (Col 1,16-17) – costituisce la scaturigine prima della pace nell’umanità e nel cosmo.

Gesù, per mezzo e in vista del quale è stato creato il mondo, è la pace. Lo è come inizio e come fine della storia, alfa ed omega. Detto altrimenti, desideriamo davvero la pace? Guardiamo a Gesù Cristo. Facciamo nostro l’insegnamento dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Prendiamo sul serio il mistero di Cristo fattosi uomo. Accogliamolo in tutta la sua ampiezza ed estensione. Non vanifichiamolo. Viviamolo in profondità, con realismo, non in astratto, in maniera folkloristica. Solo così possiamo essere davvero concreti ed efficaci costruttori di pace. Solo così possiamo andare alla radice dei mali e fare appello all’antidoto più efficace per la loro soluzione.

È importante sottolineare l’insegnamento di papa Leone, secondo il quale il dramma della guerra va affrontato a partire dal progetto originario di Dio Padre e dalla conversione rispetto alla malvagità umana che provoca aggressioni, conflitti e distruzioni. Per risolvere la tragedia della guerra e degli altri mali (diseguaglianze, povertà, schiavitù, land grabbing, migrazioni bibliche, sconquasso del pianeta) che oggi stanno gradualmente travolgendo l’intera umanità, va posta in primo piano l’aspirazione profonda delle persone e del genere umano, ossia la pace. Essa, a partire dalla creazione di tutte le cose in Cristo, e specie dopo l’Incarnazione di Cristo – «seconda creazione», che pone rimedio al peccato di Adamo ed Eva -, è anelito di tutti.

Assegnare il primato alla guerra equivale ad ignorare ciò per cui siamo stati creati e redenti. Significa, all’atto pratico, perseguire il progetto della distruzione dell’umanità e della terra. Queste possono venire distrutte non solo con l’inquinamento, lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali, con il surriscaldamento del clima, con la perdita della biodiversità, con l’applicazione indiscriminata di un paradigma tecnocratico nel mondo dello sviluppo, ma anche con le guerre fratricide e l’uso di armi nucleari.

Per porre fine alle guerre occorre far leva principalmente su ciò che ci consente di disarmare le nostre coscienze, ossia sulla piena comunione con Cristo, nostra pace.

La pace non è impossibile, perché essa possiede il respiro dell’eterno, nel cui orizzonte ci ha introdotti definitivamente il Risorto. Per lavorare con efficacia per la pace occorre che ci poniamo nella vita di Colui che con la sua incarnazione, morte e ascesa al cielo ci conduce più profondamente nella vita di Dio Amore, nel suo Regno di pace, che supera il tempo.

La pace ci appartiene come persone umane. Ma ha le sue radici in noi non solo in quanto esseri umani, creati da Dio, ma anche in quanto esseri redenti. Grazie alla redenzione il nostro mondo interiore viene rigenerato dallo Spirito di Cristo, che è stato riversato nei cuori degli apostoli il giorno della Pentecoste. Per questo, la pace, l’aspirazione ad essa, affondano le loro ultime propaggini in noi, ove una Presenza divina ci abita e ci avvolge completamente, abbracciando il nostro essere intimo di figli di Dio, figli nel Figlio. Il Dio della pace, adoperando le stesse espressioni di sant’Agostino, è più intimo a noi di noi stessi.

Proprio per questo, prima di essere un cammino, una meta, la pace è una presenza a noi donata, trovata in noi, come principio primo che illumina, guida e sollecita le nostre scelte.

Giacché una tale pace proviene da Dio Padre e da Cristo, che la dona a noi con il suo esempio e mediante il suo Spirito di Amore, è fonte di una pace disarmata.

Perché, più in particolare?

Egli, infatti, è Figlio di Dio, è il Principe della pace (cf Is 9,6). In un momento drammatico della sua vita si propone all’umanità intera, con fermezza, come Messia disarmato. Dice a Pietro, che vorrebbe difenderlo con la violenza: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18, 11; cf Mt, 26,52).

I Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo.

«La pace di Gesù vivente e risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani, afferma papa Leone XIV, devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici».[2]

 

  1. I cristiani testimoni della pace disarmata di Gesù risorto: come, in quale contesto?

Per i cristiani e per la Chiesa, Corpo di Cristo, la pace è possibile. Anzi doverosa.[3] E ciò perché Cristo stesso ha proposto la via della pace disarmata, senza l’impiego delle armi e degli eserciti. Secondo l’insegnamento di Gesù Cristo sarebbe, dunque, possibile raggiungere la pace senza le guerre.

Questo è un punto fermo, offerto dalla Rivelazione.

I cristiani che, come è facile verificare sulla base delle statistiche odierne – peraltro citate da papa Leone XIV durante il suo recente viaggio a Nicea -, sono nel mondo più di due miliardi. Ciò dovrebbe rassicurarli di essere un numero non esiguo per contrastare – alleandosi a persone e a soggetti con il cuore pronto alla pace -, le teorie e le prassi della deterrenza nucleare.

Questo è un altro punto fermo, offerto dalla ragione umana.

I cristiani non dovrebbero, cioè, sostenere la necessità di armarsi sempre di più per mantenere la pace. I cristiani, in altri termini, non dovrebbero schierarsi dalla parte di coloro che sostengono che, se si vuole la pace, si deve preparare la guerra, ossia si dovrebbe armare ulteriormente gli eserciti, anziché disarmarli, specie delle armi nucleari.

Ma, vivendo in un contesto socioculturale in cui si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze, a motivo del fatto dell’attuale destabilizzazione planetaria,[4] e degli insistenti appelli a incrementare le spese militari, essi potrebbero andare al di là del principio di legittima difesa.[5] Potrebbero scivolare lentamente, parrebbe suggerire il Messaggio per la 59.a Giornata mondiale per la pace, verso l’irrazionalità di rapporti tra popoli basati non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, bensì sulla paura e sul dominio della violenza.[6]

Che si sia abbandonata oramai la posizione secondo cui si riteneva condivisa la prospettiva di un disarmo nucleare generale, accettato da tutti, graduale, controllato a livello internazionale, sulla cui base si giustificava la prospettiva di una legittima difesa secondo il principio di sufficienza,[7] è oggigiorno palese. Come riferisce lo stesso Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della pace «nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».[8]

Lo stesso Messaggio, dopo aver ricordato che la Gaudium et spes, sessant’anni fa, ha messo in guardia sul rischio che l’evoluzione della pratica bellica della guerra moderna poteva sospingere la volontà degli uomini alle più drammatiche decisioni, sottolinea che l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali hanno radicalizzato la tragicità dei conflitti armati.[9]

«Si va persino delineando – si legge poco dopo – un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione, ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico».[10]

«L’Enciclica Fratelli tutti – rimarca Leone XIV – presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: “In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti”. È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica».[11]

  1. Il cuore del discernimento cristiano rispetto alla violenza

Diventa, a questo punto, importante fermarsi a considerare quanto ha detto e fatto il Signore Gesù, dal momento che nel Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della pace Egli viene proposto come causa esemplare di una pace disarmata, dell’azione non violenta.

Ciò è fondamentale per il discernimento cristiano, specie sul piano evangelico, che deve trovare adeguata traduzione sul piano sociale e politico. Gesù Cristo «predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cf Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cf Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cf Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cf Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cf Ef 2,14-16)».[12]

Poiché Gesù Cristo è indicato come modello e fonte di nonviolenza, in vista di una prassi cristiana, diventa necessario esplicitarne per i credenti le ragioni e le modalità. Egli rivela la nostra vocazione alla pace e, dunque, alla nonviolenza attiva e creativa. La sua morte in croce è denuncia della violenza e sollecitazione all’impegno nell’amore e nella giustizia. È fondazione di un’etica della nonviolenza, di un ethos contrassegnato, come appena accennato, dall’attività e dalla creatività.

 

3.1. Gesù Cristo rivela la nostra «vocazione» alla pace, alla nonviolenza

Il Dio rivelato da Gesù Cristo non è un Dio violento, un Dio della guerra santa. Dire che Dio vuole la guerra e la violenza è bestemmiarlo. Ecco quanto lo stesso papa Francesco, prima di papa Leone XIV, scrive nel suo Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace (1° gennaio 2017): «Lo ribadisco con forza: “Nessuna religione è terrorista”. La violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo: “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!”».[13] Il Dio dei cristiani è un Dio pacifico, che si fa vicino come colui che perdona, redime e umanizza divinizzando. Rivelando Dio, la sua misericordia, Gesù Cristo rivela all’uomo il suo destino: l’Amore trinitario, principio e fine dell’esistenza.

Manifestazione del Padre, presentandosi con i tratti del «Servo sofferente», il Signore Gesù viene ad assumere e a risignificare la storia dell’uomo. Ne vuole cambiare il corso senza l’appoggio degli eserciti. Mentre viene catturato, come in parte già anticipato, ordina a Pietro: «Rimetti la spada nel fode­ro, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?» (Mt 26,52-54). Con queste parole, Egli vuole interrompere la spi­rale di violenza che si sta abbattendo su di lui. Alla violenza risponde con la nonviolenza. È profondamente consapevole dei rapporti aggressivi, che determinano le strutture della realtà esistente: la violenza chiama violenza; chi pratica violenza subisce violenza e, facilmente, mette in atto altra violenza. La catena si interrompe solo rinunciando alla violenza. Ma ciò non implica subirla con passiva rassegnazione! Si ri­nuncia alla violenza non perché si è impotenti ‒ Gesù non è in­difeso. Ha a sua disposizione un enorme potenziale di forza, contro il quale la violenza terrena non potrebbe che in­frangersi ‒, ma vi rinuncia con la forza dell’Amore e del perdono, seppure umanamente “costosi”. Colui che, per amore di Dio e dell’uomo, smaschera le strutture di violenza non può sfuggire alla reazione che la violenza immancabilmente gli scatenerà contro. Preparandosi al terribile sacrificio, prima ancora di essere catturato Egli confida agli apostoli e alla folla: «È giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo» (Gv 12, 23). «Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, glorifi­ca il tuo nome» (Gv 12, 27-28). Cosciente d’essere l’Uomo Nuovo, nel momento stesso in cui è attivo nel dono supremo di sé, e si prepara ad affrontare la morte, Gesù inaugura per ogni uomo un cammino di nonviolenza e di pace. In Gesù, che riconcilia l’umanità con Dio accettando di compierne la volontà, viene prefigurata un’esisten­za di comunione con il Padre e con i fratelli: l’uomo è essere per la pace e la nonviolenza.

Anche l’uomo, creato ad immagine somigliantissima di Dio e redento da Cristo, è chiamato ad essere profeta della pace e della nonvio­lenza, superando discriminazioni di ogni tipo, fra vicini e lon­tani, fra amici e nemici. La storia umana, in virtù del mistero della creazione e dell’incarnazione, trova inscritta in sé la vocazione all’unità, alla partecipazione della vita di Amore che incessantemente flui­sce all’interno della Trinità, in una parola, alla pace. La nuova immagine di Dio, rivelata dal Signore Gesù, fonda ed esige fra le persone nuovi rapporti, contrasse­gnati dalla fraternità, dalla concordia e dal perdono, dalla verità e dalla giustizia, dalla solidarietà.

 

3.2.  La croce di Gesù è denuncia della violenza, non accettazione passiva di essa; è sollecitazione ad un impegno d’amore e di giustizia

È proprio in Gesù Cristo, che muore in croce con le braccia a­perte sul mondo e perdonando i propri persecutori (cf Lc 23,24), che il progetto divino di un’umanità pacifica e non violenta si mani­festa e si compie. Attraverso questo gesto sacerdotale, l’uma­nità è riconciliata con Dio, con l’Amore che redime, morendo e perdonando. È mediante il versamento del sangue di Gesù-uomo, nel quale la pienezza d’Amore si è compiaciuta di dimorare, che non solo l’umanità, ma tutte le cose in Lui ‒ come afferma san Paolo ‒, sono riconciliate (cf Col 1,20). Distruggendo in sé stesso l’inimicizia, fonte di vio­lenza, Gesù abbatte il muro delle divisioni, unifica i popoli in un destino di pace, affratella in un solo corpo quelli che erano nemici (cf Ef 2,16; Rom 12,5).

Con il suo sacrificio, il Signore «ricrea» l’umanità, trasformandola da nemica, qual era divenuta in Adamo, in amica di Dio; mostra al mondo tutto l’impegno e la totale fedeltà del Padre al grande progetto di pace e di nonviolenza.

Dio vuole il rinnovamento dell’umanità non mediante coercizione o azioni vendicatrici, ma con la forza di un Amore, che si dona fino all’estremo e perdona. In Gesù Cri­sto, che sale spoglio sulla croce, Egli presenta al mondo la nuova u­manità e contrasta la libertà deicida con le armi del perdono che risana e riconcilia. Nel Figlio, che si incarna e si immola, il Padre, ricco di misericordia, si impegna a far uscire ogni uomo dal tunnel dell’odio e della violenza, immettendo la sua stessa vita d’amore.

La croce di Cristo è per il credente denuncia e vittoria sulla violenza, segno della solidarietà di Dio con l’uomo oppresso e sfregiato nella sua dignità. La croce non è propria­mente apologia della sofferenza, del sacrificio e della morte. Abbracciandola, Gesù la trasforma in atto d’accusa della vio­lenza del sistema religioso-politico del suo tempo, da cui è rifiutato e ingiustamente condannato. Per la risurrezione, che non è com­penso e riparazione dell’apparente insuccesso della morte di Gesù, ma l’af­fermazione sfolgorante della potenza della vita divina, la croce indica ad ogni uomo la via che porta al trionfo sulla violenza e sull’odio. Con la crocifissione, Gesù assume su di sé anche la con­dizione di ogni persona ingiustamente condannata. Poiché Dio Padre si curva sul Figlio per accogliere il dono della sua vita e per eternarla nel dinamismo potente della risurrezione, la croce testimonia la so­lidarietà di Dio nei confronti di chiunque sia calpestato nei suoi diritti fondamentali.

Quando il credente si immerge nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, specie con il Battesimo e poi partecipando all’Eucaristia ‒ ove è celebrato il memoriale della passione del Figlio di Dio, che muore per redimere dal peccato e spezzare il circolo vizioso del­la violenza ‒, è reso partecipe della vitalità e della fecondità sanante e liberatrice dell’Amore-non violento. Nello stesso tempo è chiamato ad essere uomo del perdono, ad amare i propri nemici e a pregare per i propri persecutori. Profondamente pacificato, at­tivo nel dono di sé, è invitato a impegnarsi a fianco degli op­pressi e degli ultimi, non per annientare gli oppressori e gli sfruttatori, ma per scuoterne le coscienze e portarli a Cristo, il «Servo sofferente», perché siano guadagnati definitivamente all’amore, alla giustizia, alla pace. Gesù, nel suo incontro con l’umanità, ha guarito gli ammalati e i peccatori, ristabi­lendoli nella loro integrità e nella loro dignità. Non ha condannato il peccatore, ma con i suoi gesti e con le sue parole ha rivelato la violenza latente nei suoi interlocutori (i farisei, i sadducei, gli zelo­ti), riformulando sistematicamente le loro subdole domande e sollevando i veri problemi, per mettere i suoi detrattori di fronte alla loro coscienza. Ai suoi occhi la violenza nasce nel cuore e si esprime già nella parola.

 

3.3. Gesù fondamento delle istanze etiche e religiose della nonviolenza

Il messaggio della pace e della nonviolenza nel Vangelo è con­nesso con l’annuncio e l’avvento del Regno di Dio. Nella reinter­pretazione della volontà del Padre fatta da Gesù, l’amore del pros­simo non è circoscritto al «prossimo» più vicino, inteso come membro del proprio gruppo etnico, religioso e sociale. Come si è già consi­derato, dal giorno in cui Dio si è rivelato come un Padre, che ama e benefica i suoi figli senza distinzioni, i confini dell’amore si so­no dilatati fino ad abbracciare il nemico. La formula della tradi­zione sacerdotale, «Ama il prossimo tuo come te stesso», viene por­tata a compimento da Gesù: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vo­stri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate fi­gli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,43-45).

Attraverso questa nuova formulazione dell’amore tra gli uomini, che radica l’ethos della nonviolenza nel modo di agire del Pa­dre e del Figlio, viene disinnescata alla base l’ideologia del nemico che, lungo la storia biblica ‒ e quella successiva cristiana ‒, ha giustificato l’eliminazione fisica dell’avversario. Non si tratta di amare il nemico continuando a considerarlo nemico, ma di amarlo, non trattandolo più come tale e cercando di trasformarlo in amico. L’abolizione della categoria di «nemico» non significa accettare l’ingiustizia, ignorare i conflit­ti. Si vuole, invece, attuare la giustizia nel suo significato più pieno, giacché il prossimo, come insegna lo stesso Gesù nella parabola del buon Samaritano, non è un essere astratto, ma reale, concreto, bisognoso di aiuto e di amore. A lui spetta l’amore misericordioso del Padre per rinascere come persona nuova ed essere pienamente se stesso, ossia figlio di Dio.

Mediante il suo insegnamento, Gesù invita a rinunciare alla stra­tegia della violenza per assumere quella dell’amore attivo e creativo. Propone la giustizia dell’amore ‒ una forma più alta della giustizia, che cerca di stabilire una corrispondenza fra delitto e castigo ‒, che libera il malvagio dalla spirale della violenza e dell’iniquità: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un mi­glio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti comanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Mt 5,38-42). Con queste parole, più che un codice di comportamento da seguire alla let­tera, Gesù propone l’istanza dell’amore, che si esprime in forma creativa anche nelle situazioni più difficili di violazione dei diritti persona­li, come nel caso di insulti ingiuriosi, di espropriazioni dei beni personali, di requisizioni per la corvée pubblica o militare, di prestiti esosi e di oppressione dell’insolvente.

Motivi o fini diversi possono indurre a rinunciare alla resisten­za violenta come reazione alla violenza subita. Questa rinuncia può essere espressione di una protesta passiva e sofferta, può voler dimostrare una neutralità disinteressata, può infine essere una strategia di sopravvivenza di chi si sente sopraffatto e senza speran­za. In tutti questi casi, non vengono presi in considerazione né l’atteggiamento né l’azione del violento: il suo predominio viene sopportato, tollerato o addirittura accettato. L’imperativo etico, espresso nei passi evangelici appe­na citati, si differenzia da queste tre forme. Il non violento non è né impotente né neutrale, ma si occupa amorevolmente del suo avversario. Mediante l’interruzione del circolo vizioso della violenza, questi può essere indotto a ve­rificare e, infine, a modificare il proprio agire. Se il comandamento dell’amore per il nemico è cogente, allora la sua aggressività, non può esserci indifferente: l’uomo di pace non può rimanere inattivo in un ambiente violento.

 

3.4. L’esperienza di Cristo aiuta la comunità cristiana a delineare un’etica della nonviolenza

Per la fede, l’etica dell’azione non violenta si radica nell’esperienza dell’Essere stesso di Dio, rivelato dal Verbo fattosi carne. I testi biblici lo presentano come «il Vivente», il creatore e difensore della vita, il liberatore degli oppressi, come Amore (1 Gv 4,8.16). Gli esseri umani sono chia­mati «figli di Dio». Assumere questa figliolanza è vivere a immagine del Padre, difendendo e promovendo la vita con la forza creativa ed attiva dell’amore, che spezza il determinismo della violenza e dà l’avvio a nuove relazioni umane.

L’etica dell’azione nonviolenta si fonda su ciò che si potrebbe chiamare «l’avventura umana di Dio», cioè il modo che Egli ha scelto per rendersi presente nella nostra storia – l’in­carnazione ‒, al fine di trasformarla e renderla feconda, facendola sbocciare in un compimento armonioso: «il regno di Dio», regno di pace e di giustizia. Inaugurato da Gesù Cristo, morto e risusci­tato, questo «Regno» è germe da accogliere, da far crescere in unione e comunione con Lui, escludendo ogni violenza dalla sua realizzazione. La proclamazione del Regno è proclamazione dell’alleanza di pace stabilita da Cristo fra il Padre e tutti i popo­li, e fra i popoli stessi, vincendo il peccato e l’odio. Questa pace non è semplicemente frutto dell’accordo umano, ma è dono di Dio. La pace di Dio e la pace del mondo non sono i­dentiche: «Vi lascio ‒ dice Gesù ai suoi discepoli ‒ la pace; vi do la mia pace; non come la dà il mondo io ve la do» (Gv 14,27).

Va tuttavia aggiunto subito, a scanso di gravi equivoci, che l’insegnamento di Cristo e la sua stessa azione non escludono af­fatto dalla condotta cristiana un atteggiamento forte, che in caso di necessità può, o anche deve, realizzarsi con giusta energia. Egli insegna, infatti, che «il Regno dei cieli subisce violenza e sono i violenti che lo rapiscono» (Mt 11,12; cf Lc 16,16). E, nel caso dei venditori nel tempio, interviene con estre­ma determinazione (cf soprattutto Gv 2,14-17).

D’altro lato, gli evangelisti non evitano di ricordare l’«ira» di Cristo (Mc 3,5 e probabilmente anche 1,41) e la sua «indigna­zione» (Mc 10,14).

Né, infine, vi è traccia nel Nuovo Testamento (=NT) di una condanna del servizio militare. È anche istruttivo l’insegna­mento di Giovanni il Battista, che troviamo in Luca: ai militari in esercizio attivo (strateuomenoi), che chiedono come convertirsi, egli raccomanda l’onesto svolgimento delle loro mansioni (Lc 3,14), e non di abbandonarle.

La primigenia comunità cristiana è posta di fronte al mondo come comunità modello, proposta vivente e concreta di «società alternativa», non violenta. È chiamata ad essere sale della terra e luce del mondo, vivendo nei fatti la riconciliazione con Dio e con i fratelli, non dominata da strutture violente, quali quelle delle potenze della terra. I discepoli delle comunità neotestamentarie celebrano nell’Eucarestia la morte di Gesù, come il superamento escatologico della violenza, e confessano che Dio, proprio mentre nel Figlio si la­scia colpire dalla violenza universale dell’uma­nità, ne spezza il circolo vizioso. Ma lo stesso Gesù Cristo ave­va messo sull’avviso i suoi discepoli sul permanere di tensioni anche gravi, che implicano delle vere lotte (Mt 10,34-36), non la pace ma la spada (cf Lc 12,51-53). Se in situazioni indi­viduali è sempre possibile subire senza controbattere la violenza al­trui, per cui è da mettere in conto anche la propria morte, come potrebbe essere ritenuto giusto un tale atteggiamento da parte di chi ha la responsabilità di altre persone, specie se indifese? Il pa­store deve dare la vita per le sue pecore, ma certamente non sen­za prima combattere i lupi.

  1. Il compito della Chiesa di annunciare «il Vangelo della pace e della non violenza

La Chiesa, come ha suggerito papa Francesco, è chiamata a sostenere la cultura della pace e della nonviolenza in più maniere, ma ciò deve avvenire sulla base di una missione precipua.

La Chiesa, posta al servizio del «regno di Dio»,[14] regno di giustizia e di pace, non può esimersi dall’impegno dell’annuncio e della testimonianza del «Vangelo della pace», che, tra le sue necessarie articolazioni, ha l’annuncio e la testimonianza della nonviolenza-per-la-pace.

La comunità cristiana è cosciente che tale missione, suo diritto e dovere, le deriva dalla co­stitutiva, seppur incompleta su questa terra, unione con Gesù Cristo, Salvatore e Redentore, Principe della pace. Egli ha portato a compimento la legge antica, radicando l’ethos della nonviolenza nel modo di agire del Padre da Lui stesso rivelato (Mt 5, 43-45).

Chiamata a «prolungare» l’opera e l’insegnamento del Signore Gesù, che ha rinunciato alla strategia della violenza, predicando e realizzando la giustizia dell’amore attivo e creativo, per li­berare l’uomo peccatore dalla spirale della violenza e dell’iniquità, la Chiesa è consapevole che la verità e l’efficacia di questo suo compito  dipendono radicalmente dall’annuncio della sal­vezza operata da Gesù Cristo e dall’effettiva partecipazione ad essa, mediante la conversione al suo amore, alla sua giustizia, alla sua misericordia, al suo perdono, alla sua nonviolenza.

Per la Chiesa, l’impegno per la pace e per la nonviolenza è da abbracciarsi in qualità di figli nel Figlio, di discepoli di Gesù, che unifica tutti i popoli in un’unica famiglia, proprio nel momento in cui viene innalzato sulla croce, in atto di opposizione strenua al male e di dono totale al Padre per la redenzione dell’umanità. Tale impegno è da viversi per fede, nella carità, con speranza.

Annunciando Gesù Cristo, l’Uomo Nuovo, l’Uomo non violento per eccellenza, e facendo vivere i credenti in comunione con Lui, in Lui e per Lui, il «ricapitolatore» di tutte le cose, la Chiesa si costituisce, connaturalmente, segno efficace e testimonianza profetica della pace e del­la nonviolenza. E ciò, per un’opera magnifica e grande, mai conclusa, che attraversa tutte le genera­zioni, sino alla fine dei tempi.

Nel campo dei rapporti umani, la missione evangelizzatrice della Chiesa, si articola nell’annuncio del «Vangelo della pace e della nonviolenza», e, contemporaneamente, nella denuncia della pace falsa, della menzogna, dell’ingiustizia, dell’odio fratricida, delle guerre.

L’annuncio ha il suo centro naturale nella proclamazione del «regno di Dio», al­leanza riconciliatrice fra Dio e l’uomo, e di Gesù Cristo, Messia di pace e di nonviolenza. Questo an­nuncio va sempre unito alla proclamazione dell’evento-Cristo, perché il regno di Dio, che trasforma i rapporti umani, tanto più si allarga quanto più il Signore, venuto per instaurarlo, è accolto (cf Rm 16). Gesù Cristo dilata i confini del Regno vincendo il peccato, fonte ultima delle violenze e delle guerre omicide, e riconducendo l’umanità all’obbe­dienza della Legge divina e alla pacificazione.

È, quindi, parte integrante dell’annuncio del «Vangelo della pace e della nonviolenza», l’appello a ritornare a Dio, ad aprire le porte a Cristo, ad accogliere il dono messianico dello sha­lom, inteso come stato di bene-essere totale e pienezza di felicità che proviene da Dio. Come pure, ne è elemento essenziale la «rivelazione» che, nel piano della salvezza per ogni uomo, in Gesù Cristo è prefigurata un’esistenza di armonia con Dio e con i fratelli. Creato ad immagine somigliantissima di Dio Trinità, Amore e Co­munione perfetti; redento da Gesù, l’uomo è vocato alla «profezia» di una storia che supe­ra contrapposizioni radicali, discriminazioni di ogni tipo, odi e guerre fratricide, e viene «costrui­ta» come un susseguirsi di rapporti e realizzazioni contrassegnati dalla verità, dalla giustizia, dalla solidarietà e dall’amore.

La «denuncia» della pace falsa, della menzogna e dell’ingiustizia palese, implica, invece, sia lo smascheramento della violenza, velata dietro le parvenze della legalità o della «ragion di Stato», sia la loro condanna pubblica. Passa attraverso l’individuazione e la segnalazione delle sue cause più profonde, specie quelle etiche. Per non rimanere sterile, a seconda dei casi, si traduce in invito: alla protesta; all’obiezione di coscienza, che può essere civica o militare, opportunamente ri­conosciute e regolamentate dalla legge; alla disobbedienza civile alle leggi ingiuste; alla non cooperazione con il potere costituito, qualora gravemente offensivo della dignità delle persone; alla «lotta per la giustizia»; alla creazione, se è il caso, di un contropotere e di istituzioni parallele; all’uso della coercizione non violenta, ossia senza impiego di mezzi di distru­zione della vita degli uomini e delle cose; all’«ingerenza umanitaria» o,[15] meglio, alla responsabilità di proteggere[16] gruppi oppressi; alla difesa civile non violenta.

 

II

UNA PACE DISARMANTE

 

  1. Alcune possibili vie di una pace disarmante, specie mediante processi formativi e educativi

Per parlare di una pace disarmante, Leone XIV nel suo Messaggio si appella sempre al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio che si è fatto bambino: «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. “Pace in terra” cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità».[17]

È a questo punto, ossia riallacciandosi sempre a Gesù Cristo che incarna in sé, nelle sue scelte e nel dono della sua vita una pace disarmata, che Leone XIV indica alcune vie di realizzazione di una pace disarmante, che vanno perseguite specie con l’ausilio di processi formativi e educativi.

Il pontefice propone innanzitutto la prospettiva, introdotta da san Giovanni XXIII nella Pacem in terris, di un disarmo integrale, perché comprensivo non solo della rinuncia agli armamenti ma soprattutto della psicosi o ossessione bellica. Questa va sostituita con il convincimento che la vera pace si può costruire nella vicendevole fiducia.

In secondo luogo, per conseguenza, propone che le religioni incrementino il loro servizio formativo all’umanità sofferente per le guerre. Come? Vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. E, in particolare, favorendo il retto uso della ragione, coltivando una fraternità universale, che riconosce tutti come fratelli, non solo coloro che hanno una fede, legami di sangue ed etnici simili ai nostri. Superando, pertanto, la tentazione di trascinare le parole della fede nel combattimento politico, finendo per benedire il nazionalismo e per giustificare la lotta armata religiosa. Con ciò si cadrebbe in forme di blasfemia che oscurano il Nome di Dio.

In terzo luogo, il pontefice sollecita a coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso, l’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una «casa della pace», ove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, ove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

In quarto luogo, Leone XIV – in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, la preparazione urgente di istituzioni di pace – invita a prestare attenzione alla dimensione politica della pace disarmante, ossia a incrementare la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale.[18]

In quinto luogo, rimarca l’urgenza di abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti, contrastando gli atteggiamenti fatalistici, motivando e sostenendo ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza. Sviluppando società civili consapevoli, forme di associazionismo responsabile, esperienze di partecipazione non violenta, pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.[19]

  1. Qualche approfondimento: armi nucleari e legittima difesa in papa Francesco

Nel Messaggio di papa Leone il tema delle armi nucleari e della legittima difesa sono sì accennati, ma non particolarmente approfonditi. In proposito, torna utile riportare, per farsene una qualche opinione più argomentata, il pensiero di papa Francesco, che ci ha lasciati nei primi mesi del 2025. Ebbene, per quanto concerne il pensiero di papa Francesco sulle armi nucleari e sulla legittima difesa è sufficiente riferirsi a quanto egli ha detto in occasione del suo viaggio apostolico in Giappone (23-26 novembre 2019) e a quanto ha ribadito attraverso l’enciclica Fratelli tutti (=FT).[20] A Hiroshima, presso il Memoriale della pace, il pontefice ha affermato in modo lapidario il 24 novembre 2019: «Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. […] Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?». Nello stesso giorno, il 24 novembre 2019, a Nagasaki, disse: «La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua, ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente». «[…] È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader».[21] A proposito del diritto di legittima difesa a cui, nella situazione della guerra tra Russia e Ucraina, ci si è appellati per giustificare la reazione  ucraina di fronte all’invasione russa, ecco come argomenta il pontefice nella sua enciclica FT: «Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune “rigorose condizioni di legittimità morale”. Tuttavia, si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, “mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene”. Dunque, non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!» (FT n. 258).

In breve, secondo papa Francesco – data la potenza distruttiva e non facilmente controllabile specie delle armi non nucleari -, una guerra di legittima difesa diventa difficilmente giustificabile dal punto di vista morale. La risposta alle ingiuste aggressioni e alle controversie internazionali non può essere la guerra moderna. Perché? Perché non esistono «guerre giuste»: non esistono.[22] Ecco quanto afferma. La guerra è una pazzia, è un mostro, è un cancro che si autoalimenta fagocitando tutto. Di più, la guerra è un sacrilegio, che fa scempio di ciò che è più prezioso sulla nostra terra, la vita umana, l’innocenza dei più piccoli, la bellezza del creato. La guerra è un sacrilegio![23] È un crimine.

La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione del pensiero, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Occorre abbracciare una cultura della cura dell’altro. Con la guerra nessuno vince. Con la guerra tutto si perde, tutto. Occorre sconfiggere la guerra. La soluzione è lavorare insieme per la pace, fare delle armi, come dice la Bibbia, strumenti per la pace. Oggi più che mai urge rivedere lo stile e l’efficacia dell’ars politica. La guerra lascia il mondo peggiore.[24]

In ultima analisi, in vista della pace ci si dovrebbe muovere almeno su tre piani. Andrebbe eliminato, anzitutto, il diritto di guerra degli Stati. Va affermato il diritto alla pace.[25] Ma, come insegna la Gaudium et spes (=GS), la guerra non è purtroppo estirpata dalla condizione umana. Fintantoché esisterà il pericolo della guerra non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa.[26] In sostanza, si è presi entro una morsa che non lascia scampo, a meno che non sia debellato definitivamente il male ed attuata ovunque la giustizia. In secondo luogo, bisognerebbe perseguire, senza indugio, la precondizione di un disarmo nucleare generale. E, questo, come già accennato, nel quadro di un disarmo integrale. Come si legge, infatti, nella Pacem in terris, la riduzione e la eliminazione degli armamenti «sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, con essi, la psicosi bellica».[27] All’equilibrio degli armamenti si deve sostituire la vera pace alimentata dalla fiducia reciproca.[28] In terzo luogo, andrebbe perseguito «un grado superiore di ordinamento internazionale» per realizzare il bene comune dell’umanità.[29] Il diritto all’ordine internazionale è un diritto umano riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 (articolo 28). Giova precisare che questo diritto non è riducibile al semplice ordine giuridico. Esso va inscritto in un più ampio ordine morale e sociale, che abbraccia sia le relazioni fra singole persone, sia quelle fra comunità di persone, sino a formare l’ordine della famiglia umana, comprensivo delle comunità politiche.

Ma vi sono altri piani su cui muoversi per prevenire le guerre e costruire la pace. Papa Francesco nel suo Messaggio per la Celebrazione della Giornata Mondiale per la Pace del 1° gennaio 2017 offre svariati orientamenti pratici, ancora validi:[30]

  1. l’annuncio e la testimonianza di Gesù Cristo, causa esemplare della non violenza attiva e creativa;
  2. la proposta ai leader politici e religiosi, ai responsabili delle istituzioni internazionali, ai dirigenti delle imprese e dei media del «manuale» della strategia della costruzione della pace, ossia le otto Beatitudini (cf Mt 5, 3-10);
  3. l’umanizzazione della politica, la sua risemantizzazione in senso samaritano, a partire da tutto ciò che può insegnare la non violenza attiva e creativa, come il principio architettonico della fraternità;[31]
  4. la rivitalizzazione della democrazia, oggi colpita da gravi forme di degenerazione e di involuzione, quali la pazzo-democrazia, la democrazia senza democratici, la democrazia insoddisfatta, la democrazia populista od oligarchica;[32]
  5. l’educazione alla pace;[33]
  6. i percorsi di quei movimenti sociali, che il pontefice argentino ha per tempo sollecitato ed «educato», affinché abbandonassero la violenza, marciando per la giustizia e non «contro» qualcuno, come i movimenti popolari.[34] Non vanno dimenticati il movimento ecologico mondiale;[35] i movimenti della cooperazione;[36] i movimenti per la vita; i movimenti a difesa e promozione della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna; i movimenti a difesa della libertà religiosa e della libertà di insegnamento; i movimenti per la riforma del sistema finanziario internazionale, anche mediante la tassazione delle transazioni istantanee applicando la Tobin Tax; e i movimenti per l’abolizione della pena di morte;
  7. la preparazione di nuove generazioni di cattolici e di uomini di buona volontà per l’impegno competente nell’area della politica, una politica alta, all’insegna della carità cristiana, capace di affrontare con visione e decisione la rimozione delle cause di povertà e di sperequazione. Senza la preparazione di nuove generazioni dal punto di vista politico non si possono sperare nuove Istituzioni di pace, né sul piano politico regionale (come gli Stati Uniti d’Europa, d’Africa, ecc.) né sul piano mondiale, come si dirà meglio nella Conclusione, a proposito della riforma dell’ONU, del FMI o della creazione di nuove Agenzie Internazionali o Organizzazioni mondiali;
  8. nell’ambito dell’azione nonviolenta, occorre coltivare legami internazionali, in vista di una maggiore incisività su quei processi e su quelle istituzioni che operano a livello sovranazionale e multilaterale. Solo agendo su questo piano, si può influire nella necessaria riforma dei mercati, delle istituzioni di pace e delle politiche mondiali; si possono altresì instaurare quelle collaborazioni, quel lavoro di intelligence, quella vigilanza sulla rete web e sugli ingenti flussi di denaro, che sono determinanti nel prevenire e combattere la violenza del fanatismo e del terrorismo, che si avvale dei nuovi e sofisticati mezzi, per destabilizzare e seminare l’odio.

 

  1. A mo’ di conclusione. Una via realistica: se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace

A fronte dei gravi problemi che stanno tragicamente manifestandosi oggi – basti pensare alla guerra in Ucraina, alla guerra che si è avviata a conclusione tra Israele e Hamas – non basta per i credenti sostenere un pacifismo di testimonianza, che da solo non sarebbe in grado di far avanzare la causa della pace. Il pacifismo di semplice testimonianza rischia di coltivare il sogno di eliminare la guerra dal mondo senza distruggere il mondo della guerra. Occorre, invece, decisamente impegnarsi sulla via di una non violenza pacifica, attiva e creatrice. Ossia una via che non solo condanna la guerra, ma che costruisce alacremente la pace. È la via di un nuovo pacifismo, il cui slogan potrebbe essere espresso così: se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Detto in altro modo ancora: si vis pacem, para civitatem. La guerra va sconfitta predisponendo, a livello spirituale, sociale, economico, politico ed istituzionale, tutto ciò che la previene o la rimuove. Cosa più in particolare? La Dottrina sociale della Chiesa, specie con le encicliche dei pontefici, ma anche con i loro Messaggi per la giornata mondiale della Pace, ha indicato da tempo le vie da percorrere, quali: il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti,[37] mediante la predisposizione di strumenti efficaci di difesa dell’aggredito;[38] la radicale revisione delle regole del mercato globale delle armi (la Russia è il secondo esportatore al mondo di armamenti, dopo gli USA; il trattato sul commercio di armi convenzionali, mentre è stato ratificato dalla UE, non è stato firmato da USA, Russia e Cina); dare vita ad una Agenzia Internazionale per la Gestione degli Aiuti (AIGA), in cui far affluire, ad es., anche solo il 10% della spesa militare globale che in un decennio potrebbe sanare le attuali diseguaglianze strutturali; la revisione del trattato di non proliferazione nucleare; uno sviluppo integrale, sostenibile ed inclusivo; la creazione di istituzioni di pace, implicante la riforma dell’attuale ONU in senso più democratico,[39] la revisione trasformazionale dell’assetto delle istituzioni politico-giuridiche nate a Bretton Woods nel 1944 (FMI, OMS, Banca Mondiale, WTO) e divenute obsolete; la creazione di nuove istituzioni – dotate di poteri mondiali – relative alle migrazioni (OMM), all’ambiente (OMA), all’acqua; l’universalizzazione di una democrazia partecipativa, rappresentativa, inclusiva, deliberativa. Su questo aveva già scritto lo stesso papa Francesco nel citato Messaggio per la Celebrazione della Giornata Mondiale per la Pace del 1° gennaio 2017, ove ha iniziato a delineare gli elementi costitutivi di una non violenza attiva e creativa, quale unica via efficace di costruzione della pace.[40]

Come ha scritto Norberto Bobbio, le radici più profonde del pacifismo etico, che si incarna nell’impegno di tutti gli uomini a costruire istituzioni di pace, mediante una collaborazione universale, «debbono essere cercate nell’ideale dell’“uomo nuovo”, un ideale che è entrato imperiosamente nella storia dell’Occidente col cristianesimo».[41] Fondamentale, in vista della costruzione di istituzioni di pace, è peraltro il dialogo interreligioso ed ecumenico, come anche l’impegno sinergico delle molteplici associazioni e dei movimenti pacifisti sorti un po’ ovunque, quali espressione della società civile mondiale, prima responsabile della pace. Non si dimentichi che, a livello internazionale e sovranazionale, l’instaurazione e il mantenimento della pace esige, sempre più, la partecipazione di tutti alla costruzione di una vera e propria società politica mondiale, caratterizzata da una corrispondente autorità, costituita mediante un processo democratico universale, dal basso. A livello internazionale e sovranazionale, quali espressioni di una comunità e di istituzioni sovranazionali che sempre più si rendono concretamente responsabili della realizzazione della pace mondiale, vanno segnalate, come modalità e vie non violente, le operazioni, compiute da vari eserciti attrezzati ad hoc, normalmente sotto l’egida dell’ONU, di peacekeeping, peace building,[42] peace enforcing.

L’amore per la pace, per ogni uomo e popolo, si fa concreto quando, a fronte di fenomeni transnazionali, ossia richiedenti risposte non semplicemente nazionali, si rafforzano e si riformano urgentemente le attuali istituzioni in modo che in esse siano equamente rappresentati gli interessi della grande famiglia umana. Occorre che esse sappiano contrastare i nuovi totalitarismi, compresi quelli finanziari o tecnocapitalistici, che mettono a repentaglio il destino dei popoli, la loro libertà, escludendoli o emarginandoli dal mercato internazionale, da uno sviluppo integrale ed inclusivo. Ai popoli più deboli, non si tratta di dare il superfluo, ma di aiutarli ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano, di un’ecologia integrale. Se non si combatteranno le attuali povertà e diseguaglianze, rimuovendo le cause profonde di una crescente dominazione da parte di una ricchezza egoista e amata per sé stessa, non è da escludere che, come prevedeva la Populorum progressio, i popoli poveri si ribellino nei confronti dei popoli dell’opulenza. L’ingiustizia che si aggrava, non solo aumenta gli squilibri tra i popoli, e grida verso il cielo, ma partorisce tensioni e conflitti. La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune mondiale e alla pace, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana.[43] «Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana».[44]

APPENDICE I

DOTTRINA SOCIALE E LEGITTIMA DIFESA IN GUERRA

Alcune considerazioni

 

Una riflessione sulla perdurante situazione russo-ucraina non può non muovere dal testo conciliare di Guadium et spes n. 79, un testo ancora attuale:

 

«E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I Capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto».[45]

 

Con quella russo-ucraina siamo di fronte ad una guerra continuativa di aggressione, ultimamente anche da parte dell’Ucraina nei confronti degli aeroporti, delle raffinerie, delle infrastrutture del suo aggressore. I basilari criteri del diritto internazionale sono stati violati non solo per i molti cadaveri ritrovati nelle «fosse comuni» (e il modo con cui sono stati rinvenuti), ma anche per i corridoi umanitari non garantiti – o lasciati credere garantiti e poi intenzionalmente violati – oppure non concessi, come pure per il bombardamento di edifici ospedalieri e scolastici.

La gente vive in strettezze di tutti i tipi, in primis l’assenza di cibo e di acqua. La configurazione di un delitto di genocidio andrebbe sempre più focalizzata, documentata, con la progressiva scoperta delle atrocità commesse sulla popolazione debole e inerme.

I soggetti agenti e agiti di questa tragedia, l’aggressore russo e l’aggredito-aggressore ucraino, sono oramai chiaramente identificabili ed anche eticamente valutabili.

Dal punto di vista morale, un giudizio oggettivo si profila in maniera grave, anche considerando l’ingiustificato motivo pseudo-difensivo che si dice abbia mosso all’invasione armata di uno Stato libero e sovrano. È ovvio che la cosiddetta «difesa» dello Stato russo non poteva essere configurata come «preventiva», perché è avvenuta in assenza di precise aggressioni e soprattutto non poteva giustificare in nessun modo invasioni violente come quella che purtroppo è in atto da più tempo.

È apparso, invece, assodato il diritto a difendersi dell’Ucraina, ossia il suo diritto naturale a cercare di bloccare con la forza la violenza bellica in atto, ampiamente letale, dell’aggressore. È questo un precipuo dovere della pubblica autorità, a cui non può eticamente sfuggire. Come ha riconosciuto Benedetto XVI nel suo Discorso tenuto all’Assemblea delle Nazioni Unite, il 18 aprile 2008: «Il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per l’innata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi – così si è espresso il pontefice – una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere. Solo di recente questo principio è stato definito, ma era già implicitamente presente alle origini della Nazioni Unite ed è ora divenuto sempre più caratteristica dell’attività dell’Organizzazione. Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. L’azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un’impostazione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno è una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione».[46] La guerra non è mai inevitabile. La pace è sempre possibile. Anzi doverosa.[47]

Come nel caso dei governanti ucraini, se si poteva rinunciare alla propria legittima difesa, non si poteva rinunciare alla legittima difesa dovuta a terzi, ossia al popolo intero. Nel caso in questione, si è configurato anche il diritto a essere sussidiati nell’opera difensiva, chiaramente cogente perché le risorse proprie sono apparse insufficienti.

Per il caso ucraino poteva essere configurabile l’evenienza di un’ingerenza umanitaria? Alla sua concreta gestione poteva o doveva presiedere l’autorità mondiale, l’ONU. Purtroppo, ciò non è avvenuto perché tale autorità al momento difettava di quella trasparenza decisionale e di quella efficacia operativa che sarebbero state necessarie. Basti pensare che la Confederazione russa siede nel Consiglio di sicurezza, che delibera all’unanimità dei suoi membri e a cui attualmente spetta assumere decisioni a proposito dell’invasione russa in Ucraina. Il semplice veto russo poteva essere in grado di bloccarle. È questa un’impasse molto importante che segnala deplorevolmente la debolezza dell’istituzione mondiale, che da molte parti, anche dalla Chiesa Cattolica, si è richiesto di riformare.

Il diritto di legittima difesa scatta quando la situazione aggressiva è estrema e ogni altra iniziativa di pacifica trattativa negoziale è fallita, ivi incluso l’effetto deterrente delle sanzioni economiche, mentre persone deboli e totalmente esposte continuano a cadere uccise o colpite sotto i colpi balistici o missilistici inferti con inaudita ferocia da impianti molto sofisticati. Ci si è trovati di fronte ad una extrema ratio, la cui urgenza per la tempistica e la cui emergenza per i beni personali coinvolti richiedeva una risposta hic et nunc puntuale e precisa, incompatibile con i tempi diplomatici troppo lunghi e incerti. Del resto, da un punto di vista etico, era in gioco la questione di una specifica connivenza, quella di chi lascia che sia aggredita a morte la popolazione che può in qualche modo aiutare a sfuggire ad un destino così disumano.

La legittima difesa poteva alimentare il conflitto? È apparso che non l’ha alimentato, innescando una escalation militare, come alcuni pensavano. Al contrario, l’ha contenuto (come ha potuto) nel suo tragico dilagare.

Certo la diplomazia deve continuare ad operare, anche perché dovrà riprendere al momento della fine delle ostilità belliche, a meno che non si presenti lo scenario imperialistico che muove la guerra russo-ucraina. Tuttavia, ciò che può essere utile per la soluzione del problema-guerra non è la considerazione unilaterale o della via diplomatica o della via umanitaria o della via economico-finanziaria o della via difensivo-militare, ma la sinergia delle quattro. Occorre agire in modo convergente su più fronti per ottenere il risultato di una cessazione delle ostilità o per lo meno di un ‘cessate il fuoco’. Le prime tre sono assicurate, nonostante difficoltà realizzative e applicative e fallimenti; la quarta occorre porla in atto, con discrezione e efficacia, quando le vittime – morti e feriti – degli orrori di questa guerra ingiusta crescono e non possono più lasciarci impassibili e rassegnati spettatori della violenza altrui. È il sacrosanto diritto alla legittima difesa, a disarmare l’aggressore, a impedirgli che continui indiscriminatamente ad uccidere e a ferire.

Ed infine occorre, anche in situazioni tragiche e drammatiche, non smettere di pensare al futuro, migliore del presente, quando cessata l’attuale insensata guerra, si dovrà gestire il dopo-guerra, qualunque esso sarà, perché la distruzione delle persone, delle famiglie e delle città, non inneschi una crisi depressiva che dilapidi ogni seppur piccola risorsa di bene. Occorrerà una leadership forte e coraggiosa e lungimirante, che sappia guidare un popolo colpito, quello ucraino, verso la realizzazione della propria identità morale e religiosa nel concerto degli altri Paesi.

Ma quanto sta accadendo al popolo ucraino non va considerato un caso raro e isolato. Infatti, la nomina di D. Trump a presidente degli USA e alcune sue scelte politiche, dettate dall’attuale rivoluzione tecnologico-culturale, dal cosiddetto capitalismo woke,[48] ci ha fatto comprendere che è sorto nel mondo un nuovo potere derivante dalla concentrazione in pochissime mani di enormi risorse finanziarie e tecnologiche. E questo a detrimento del ruolo delle istituzioni democratiche che rappresentano i cittadini. Si tratta di uno scenario che genera inquietudine, incertezza, allarme.[49]

Nel contesto di una riflessione sul principio della legittima difesa – principio che nella irrazionalità dell’ideologia del capitalismo «religioso» (di ispirazione calvinista) e del transumanesimo, sembra perdere il suo fondamento etico – merita citare quanto ha recentemente affermato Sergio Mattarella in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle Istituzioni, delle forze politiche e della società civile (Palazzo del Quirinale, 19/12/2025).

Il Presidente Sergio Mattarella ha rilevato che «la spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscono la sicurezza collettiva è sempre stata “comprensibilmente poco popolare”. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale. E, tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere. Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società».

Neppure il più ricco, il più grande, il più forte militarmente tra i Paesi europei può avere la capacità, o la presunzione – di fare da solo in questo mondo che cambia.

Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale, in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

Dopo la lettura di quanto ha detto il Presidente Sergio Mattarella si può affermare che egli ha negato la prospettiva della costituzione di una difesa comune europea, in vista della dotazione di sufficienti strumenti per la difesa dei popoli europei? Pare di no.

Si può cogliere una relazione tra quanto ha detto Benedetto XVI nel suo discorso del 2008 all’ONU e quanto ha affermato Sergio Mattarella a proposito della costituzione di una difesa comune europea?

Pare di sì.

Il pacifismo di Sergio Mattarella si può definire un «pacifismo corazzato»,[50] come l’ha definito G. Ferrara, o è più appropriato definirlo un «pacifismo realista»? L’espressione di Giuliano Ferrara appare forte, più «caricaturale» che «realista».

 

APPENDICE II

Intelligenza artificiale a servizio della pace

Un tema che oggi, con riferimento alla pace, è ineludibile è quello rappresentato dalla intelligenza artificiale, dal suo uso.

Come è scritto nella recente Nota pastorale della CEI Educare ad una pace disarmata e disarmante «neppure la coscienza della “condizione nucleare” ha messo un freno alla corsa agli armamenti: dopo gli accordi di disarmo e i processi di riduzione degli arsenali degli anni Ottanta e Novanta del Novecento, il nuovo millennio torna a investire massicciamente in armi, anche nucleari, sempre nuove, sempre più devastanti. Mentre si fatica a trovare risorse per raggiungere quella qualità umana cui mirano gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, si sprecano risorse in massicci investimenti sul piano militare. L’invasione russa dell’Ucraina, con la guerra e la crisi politica tra Russia, Europa e Stati Uniti, ha pure riaperto il discorso sulla «dottrina nucleare» e sui criteri per il ricorso a simili armi, con la minaccia di un loro uso contro truppe nemiche, ma anche contro città e popolazioni civili» (pp. 7-8).

Ma non esiste solo il problema della ripresa della corsa agli armamenti nucleari. Oggi, sottolinea la Nota della CEI, occorre riflettere sull’impatto della Rete e dell’intelligenza artificiale. In essa si legge: «la Rete è divenuta anche uno dei teatri privilegiati della guerra ibrida, in cui strategie convenzionali si intrecciano con una guerriglia psicologica mirata a colpire le coscienze. Fake news e disinformazione, costruite ad arte per destabilizzare e dividere, si diffondono con rapidità impressionante, indebolendo la fiducia collettiva e la capacità di discernimento. A ciò si aggiungono cyberattacchi che colpiscono infrastrutture vitali, causando danni gravissimi e vittime reali, anche se indirette. L’intelligenza artificiale agisce in tutto questo da moltiplicatore: genera contenuti ingannevoli di alta verosimiglianza, automatizza campagne ostili e occulta la provenienza degli attacchi, rendendo sempre più opachi gli obiettivi dei conflitti contemporanei. Per questo, nell’epoca digitale, educare alla pace significa anche educare alla verità, alla responsabilità e al discernimento morale, affinché la Rete e l’intelligenza artificiale non diventino strumenti di divisione, ma luoghi in cui custodire la dignità della persona e costruire la fraternità umana. L’impatto della Rete sulle forme del pensare e del vivere rende ancora più evidente la necessità di un riferimento antropologico saldo, senza il quale diventa impossibile valutare la liceità dei comportamenti digitali. Se l’ambiente online riconfigura percezioni, relazioni e processi decisionali, solo una visione chiara della persona – della sua dignità, dei suoi limiti e delle sue possibilità – permette di discernere ciò che favorisce l’umano da ciò che lo disorienta o lo ferisce. Recuperare questo fondamento diventa dunque la condizione per orientare in modo giusto l’agire nella sfera digitale, affinché l’innovazione (compresa l’intelligenza artificiale e il suo uso nella conduzione delle guerre) non si sostituisca ai criteri etici, ma sia misurata continuamente alla verità dell’essere umano che dovrebbe servire» (pp. 8-9).

A proposito dell’IA e della guerra è fondamentale rifarsi ad alcuni paragrafi della Nota Antiqua et nova, frutto della collaborazione di due Dicasteri.[51] In essa vi si legge:

Al n. 99: «Mentre le capacità analitiche dell’IA potrebbero essere impiegate per aiutare le nazioni a ricercare la pace e a garantire la sicurezza, l’“utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale” può essere assai problematico. Papa Francesco ha osservato che “la possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra”. Inoltre, la facilità con cui le armi, rese autonome, rendono più praticabile la guerra va contro lo stesso principio della guerra come ultima risorsa in caso di legittima difesa, accrescendo le risorse belliche ben oltre la portata del controllo umano e accelerando una corsa destabilizzante agli armamenti con conseguenze devastanti per i diritti umani».

Nel paragrafo successivo troviamo scritto: «In particolare, i sistemi di armi autonome e letali, in grado di identificare e colpire obiettivi senza intervento umano diretto, sono “grave motivo di preoccupazione etica”, poiché essi mancano della “esclusiva capacità umana di giudizio morale e di decisione etica”. Per queste ragioni, Papa Francesco con urgenza ha invitato a ripensare lo sviluppo di tali armi per bandirne l’uso, “cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano”» (n. 100).

Ai fini di un discorso sufficientemente completo è bene leggere anche il paragrafo 101: «Poiché è breve lo scarto tra macchine in grado di uccidere con precisione in modo autonomo e altre capaci di distruzione di massa, alcuni ricercatori impegnati nel campo dell’IA hanno espresso la preoccupazione che tale tecnologia rappresenti un “rischio esistenziale”, essendo essa in grado di agire in modi che potrebbero minacciare la sopravvivenza dell’umanità o di intere regioni. Quest’eventualità va presa in seria considerazione, in linea con la costante preoccupazione nei confronti di quelle tecnologie che danno alla guerra “un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti”, senza risparmiare nemmeno i bambini. In questo contesto, risulta più che mai urgente l’appello di Gaudium et spes  a “considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”».

In estrema sintesi, in vista della tutela e della promozione del bene prezioso della pace diventa urgente che la politica trovi nuove regole sovranazionali, nonché una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite, come anche una nuova architettura economica e finanziaria internazionale,[52] per dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni, mediante la disciplina e l’orientamento delle molteplici oligarchie, vecchie o nuove, verso la realizzazione del bene comune. Da ultimo, va sottolineato come all’investimento di ingenti somme, da parte dei vari Paesi, sulle varie intelligenze artificiali, deve corrispondere una quantità superiore di investimenti nell’educazione, in una cultura a chiaro orientamento sapienziale. Questo perché si deve andare oltre la mera accumulazione di dati e di macchine. La sapienza è coltivata primariamente dalle persone, non dalle macchine. A tal proposito, risulta evidente che è estremamente importante il ruolo delle università e la formazione di nuovi quadri dirigenti, nonché di nuovi politici, sia sul piano nazionale, sul piano regionale e mondiale.

 

                                                + Mario Toso

 

[1] Cf Leone xiv, Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2026. La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, p. 7.

[2] Cf Leone xiv, Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2026. La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, p.12.

[3] Cf Benedetto xvi, Lettera al Cardinale Raffaele Martino, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Prospettive per un disarmo integrale, Atti del Seminario internazionale su Disarmo, sviluppo e Pace (Roma ,11-12 aprile 2008), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, p. 9. Sull’evoluzione del pensiero della Santa Sede sulla guerra e sulla pace, vista dai Gesuiti de «La Civiltà Cattolica», si legga F. Occhetta, Jesuitas y Papas, la guerra y la paz, Ediciones Endymion, Madrid 2007.

[4] Una delle ragioni della destabilizzazione planetaria di oggi, oltre alla delegittimazione della multilateralità e a un contesto geopolitico che si fa multipolare, è senza dubbio la privatizzazione della guerra, ossia la considerazione della guerra come fonte di profitti crescenti da parte di aziende quotate in borsa: la vita dei popoli è meno importante degli affari dei privati.

[5] Su questo si ritornerà più avanti.

[6] Cf Leone xiv, Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2026. La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, p.14.

[7] Su questo si legga M. Toso, Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Il caso Ucraina. Riflessioni per il discernimento, Prefazione di Stefano Zamagni, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2022, pp. 15-20.

[8] Leone xiv, Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2026. La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, pp. 15-16.

[9] Cf ib., pp. 17-18.

[10] Ib., p. 18.

[11] Ib., pp. 18-19.

[12] Cf Francesco, Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace (1° gennaio 2017), n. 3.

[13] Ib., n. 4.

[14] Cf Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio (=RM), Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1990, n. 20.

[15] Cf Giovanni Paolo II, Discorso alla FAO in occasione della Conferenza Internazionale sulla nutrizione (5 dicembre 1992), in «L’Osservatore romano» (6 dicembre 1992), pp. 4-5. L’ingerenza umanitaria si trova al confine tra non violenza e violenza. Essa diviene violenza quando le armi siano adope­rate per minacciare la morte o per aggredire. La non violenza non minaccia e non usa la violen­za.

[16] Cf Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 67. A proposito del passaggio in contesto internazionale e nella Dottrina sociale della Chiesa dall’intervento umanitario alla responsabilità di proteggere si legga G. SALE, Dall’intervento umanitario alla responsabilità di proteggere, in «La Civiltà Cattolica» (2014), pp. 474-486.

[17] Leone xiv, Messaggio per la 59.a Giornata mondiale della Pace 1° gennaio 2026. La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, pp. 19-20

[18] Cf ib., p. 23.

[19]Cf ib., pp. 24-25.

[20] Cf Francesco, Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020.

[21] Francesco, Discorso sulle armi nucleari presso Atomic Bomb Hypocenter Park (Nagasaki), domenica, 24 novembre 2019.

[22] Cf Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla fondazione «Gravissimum Educationis», Sala Clementina, 18 marzo 2022.

[23] Cf Francesco, Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace, Solferino –Libreria Editrice Vaticana, Milano-Città del Vaticano 2022, p. 8.

[24] Cf Francesco, Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace, pp. 7-21.

[25] Su questo diritto si va riflettendo da tempo. Basti pensare a E. Mounier e a Giorgio La Pira (cf a. Lamacchia, Il diritto alla pace. Mounier e La Pira testimoni del nostro secolo, Ecumenica Editrice, Bari 1995). Ma si veda anche r. ranjeva, Disarmo e diritti umani: sfide per un diritto umano alla pace, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Prospettive per un disarmo integrale, Atti del Seminario Internazionale si disarmo, sviluppo e pace (Roma, 11-12 aprile 2008), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, pp. 83-102.

[26] Cf GS, n.79.

[27] Giovanni XXIII, Pacem in terris, n. 61.

[28] Cf ib. In questa linea si è mosso il messaggio di papa Francesco alla «Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione», la cui prima parte si è svolta a New York dal 27 al 31 marzo 2017. In tale messaggio si rilevano alcune ragioni che fanno capire come la pace non si possa reggere sul perno della deterrenza nucleare. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide. Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, così come la lotta alla povertà e l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli. La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo umano integrale, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla custodia del creato, sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica, sulla fiducia fra i popoli, sulla promozione di istituzioni pacifiche, sull’accesso all’educazione e alla salute, sul dialogo e sulla solidarietà. In questa prospettiva, abbiamo bisogno di andare oltre la deterrenza nucleare: la comunità internazionale è chiamata ad adottare strategie lungimiranti per promuovere l’obiettivo della pace e della stabilità ed evitare approcci miopi ai problemi di sicurezza nazionale e internazionale. In tale contesto, l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario» («L’Osservatore romano», mercoledì 29 marzo 2017, p. 8).

[29] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 43.

[30] Chi scrive ha predisposto un Commento su tale Messaggio: M. Toso, La nonviolenza stile di una nuova politica per la pace, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2017.

[31] Questo principio riceverà nella successiva FT un’articolata illustrazione e fondazione.

[32] Si tratta di una letteratura molto vasta. Qui, ci limitiamo a rimandare ai seguenti volumi: S. J. Pharr- R. D. Putnam (a cura di), Disaffected Democracies. What’s Troubling the Trilateral Countries, Princeton University Press, Princeton 2000; G. Zagrebelsky, La democrazia e la felicità, a cura di E. Mauro, Laterza, Roma-Bari 2011; C. Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi, Torino 2011; M. Toso, Chiesa e democrazia, Società Cooperativa sociale Frate Jacopa, Roma 20252.

[33] A questo proposito la CEI ha recentemente pubblicato la Nota pastorale: Educare a una pace disarmata e disarmante (2025).

[34] Cf, ad esempio, Francesco, Discorso al II Incontro dei Movimenti Popolari (9 luglio 2015).

[35] Francesco, Laudato si’, n. 14.

[36] Cf, ad esempio, Francesco, Discorso ai Rappresentanti della Confederazione Cooperative Italiane (28 febbraio 2015).

[37] Cf art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana che, analogamente al Magistero sociale, testualmente recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

[38] Su questo aspetto si veda quanto afferma Vladimiro Zagrebelsky secondo cui va lumeggiato un punto sul quale spesso non si riflette a sufficienza: «[…] il ripudio della guerra dichiarato nella prima parte dell’art. 11 della Costituzione non comporta l’esclusione di ogni tipo o occasione di guerra. Non è vietata la guerra difensiva da parte della sola Italia o collettiva nel quadro della partecipazione ad organizzazioni che agiscono a quello scopo», (V. Zagrebelsky, Il governo dichiari che armi invia a Kiev, in La Stampa, 8 giugno 2022, p. 29).

[39] Circa la forma di autorità politica mondiale, regolata dal diritto, come afferma la Fratelli tutti, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale. Dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria, la difesa dei diritti umani fondamentali. È in questa prospettiva, precisa sempre papa Francesco, che diventa necessaria una riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Popoli. Senza dubbio ciò presuppone limiti giuridici precisi, per evitare che si tratti di un’autorità cooptata solo da alcuni Paesi e, nello stesso tempo, per impedire imposizioni culturali o la riduzione delle libertà essenziali delle nazioni più deboli a causa di differenze ideologiche. Il compito delle Nazioni Unite, a partire dai postulati del Preambolo e dei primi articoli della sua Carta costituzionale, può essere visto come lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale. […] Bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica fondamentale», (Cf Fratelli tutti, nn. 172 – 173).

[40] Su questo si legga S. Zamagni, Oltre il dualismo bellicismo-pacifismo: una via per costruire la pace, in «il Cantico», Marzo-Aprile 2022 on line, pp. 7-8.

[41] N. Bobbio, Pace, Treccani, Arti Grafiche La Moderna, Guidonia Montecchio (Roma) 2022.

[42] Nel 2005 l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza dell’ONU hanno creato la Commissione di Peace Building (PBC) come organismo intergovernamentale, con una composizione mista che coinvolge gli organismi principali delle Nazioni Unite, gli Stati che contribuiscono maggiormente in termine di fondi o di personale militare e gli Stati usciti dai conflitti.

[43] Cf Francesco, Laudato sì’, n. 189.

[44] PAOLO VI, Populorum progressio, n. 30.

[45] GS 79. Cf anche: S. Lazar – H. Frowe [edd.] The Oxford Handbook Ethics of War, Oxford, Oxford University Press 2020.

[46] Benedetto xvi, Ad Delegatos Nationum Unitarum, Acta Apostolicae Sedis, 100 (2008) 333. L’originale è in francese.

[47] Cf Benedetto xvi, Lettera al Cardinale Raffaele Martino, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Prospettive per un disarmo integrale, Atti del Seminario internazionale su Disarmo, sviluppo e Pace (Roma ,11-12 aprile 2008), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, p. 9. Sull’evoluzione del pensiero della Santa Sede sulla guerra e sulla pace, vista dai Gesuiti de «La Civiltà Cattolica», si legga F. Occhetta, Jesuitas y Papas, la guerra y la paz, Ediciones Endymion, Madrid 2007.

[48]  Cf C. Rhodes, Il capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi Editore, Torino 2023.

[49] Perché senza la mediazione della politica, senza la possibilità di composizione di interessi e tensioni divergenti le comunità si dividono. Le istituzioni si indeboliscono. Le democrazie inaridiscono. Le diseguaglianze crescono e viene smarrita persino l’idea di un destino comune.

[50] Cf G. Ferrara, Il pacifismo corazzato di Sergio Mattarella, in Il Foglio 2 gennaio 2026. L’espressione “il pacifismo corazzato si riferisce a un’analisi pubblicata su Il Foglio, che descrive la posizione del Presidente della Repubblica non come un pacifismo di facciata o di comodo, ma come una fermezza strategica: non è un pacifista anti-russo, ma rifiuta la pace imposta dalla forza, difendendo i principi democratici e isolando chi in Italia cerca scorciatoie politiche, in particolare la destra tentata dal disimpegno, definendo “ripugnante” la pace “fondata sulla forza”.

[51] Cf Dicastero per la dottrina della fede-Dicastero per la cul­tura e l’educazione, Antiqua et nova, sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025, pp. 102-109.

[52] Va qui sottolineato che il presidente degli Stati Uniti D. Trump in questi giorni, di inizio 2026, ha annunciato la decisione di ritirarsi da 66 tra programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 fanno parte delle Nazioni Unite. Questo passaggio segna l’ulteriore allontanamento di Washington dalla politica dell’Onu e del multilateralismo, a conferma dello slogan del movimento Maga “America First”. Chiaro segno che è urgente creare un nuovo ordine internazionale, all’insegna del diritto e del bene comune mondiale.