[gen 06] Omelia – Epifania del Signore

06-01-2026

Faenza, cattedrale 6 gennaio 2026.

L’Epifania è la manifestazione del Signore Gesù agli uomini e ai popoli della terra. Come ci ha spiegato san Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, il Verbo, che era Dio ed era presso Dio, con la sua nascita tra noi, in noi, si manifesta come Luce. Perché? Il motivo è che in Lui è la vita e la vita è la luce. Venendo ad abitare in mezzo a noi, in noi, diventa la «luce degli uomini».

Proprio perché vita e luce – tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui e in vista di lui! – il Verbo, il Figlio di Dio, fattosi carne, diviene per ogni persona e per la famiglia umana un anelito, punto di riferimento, sete ardente. Il Figlio di Dio è profondamente radicato nel mondo, in particolare nell’animo umano. Nelle nostre stesse facoltà cognitive e volitive esiste la coscienza del suo essere in noi, come ci hanno insegnato i grandi maestri della fede e della ragione, quali i santi Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnoregio.

I Magi d’Oriente hanno anticipato i grandi santi appena citati. Furono uomini che ebbero il coraggio e l’umiltà della fede, un cuore proteso a Dio.

Noi, cristiani del mondo occidentale, che mostra molteplici segni del suo tramonto, dobbiamo riscoprire l’anelito verso Gesù Cristo. Egli è il motivo ultimo del nostro essere persone nuove, ricche di speranza, aperte al futuro, portatrici di vera rinascita. Spesso ci troviamo a considerare come siamo divenuti soggetti privi di fiducia nella vita, perché prima abbiamo perso la nostra identità. Non crediamo più di averne una. E così, a fronte di segni di decadenza, di sfacelo spirituale, abbiamo poco da dire, da proporre come soluzioni. Ci troviamo smarriti, in balia di culture fluide, artificiali, senza radici! In definitiva, non crediamo più in noi stessi, nel nostro essere più profondo. E, quindi, non sappiamo più cosa dire, non abbiamo da proporre prospettive, progettualità che abbiano un senso compiuto, data la condizione esangue della nostra fede nel Signore Gesù. Se non ritroveremo la nostra identità cristiana, che lievita la nostra libertà responsabile, non supereremo il disorientamento e il nihilismo in cui ci troviamo immersi. Saremo dei rassegnati. La nostra sete di Dio si affievolirà.

I Magi d’Oriente sono per noi un modello di ricerca della Vita vera, della Luce, anzitutto per il coraggio: «Ci voleva del coraggio scrisse Benedetto XVI in una sua omelia sull’Epifania – per accogliere il segno della stella come un ordine di partire, per uscire verso l’ignoto, l’incerto, su vie sulle quali c’erano molteplici pericoli in agguato. Possiamo immaginare che la decisione di questi uomini abbia suscitato derisione: la beffa dei realisti che potevano soltanto deridere le fantasticherie di questi uomini. Chi partiva su promesse così incerte, rischiando tutto, poteva apparire soltanto ridicolo. Ma per questi uomini toccati interiormente da Dio, – aggiunge Benedetto XV – la via secondo le indicazioni divine era più importante dell’opinione della gente. La ricerca della verità era per loro più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente».[1]

Come non pensare, in una tale situazione, al compito dei cristiani e di noi Vescovi nel nostro tempo? L’umiltà della fede, del credere insieme con la fede della Chiesa di tutti i tempi, si troverà ripetutamente in conflitto con l’«intelligenza dominante» di coloro che si attengono a ciò che apparentemente è sicuro. Chi vive e annuncia la fede della Chiesa, in molti punti non sarà conforme alle opinioni dominanti proprio anche nel nostro tempo. L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri. Perciò, il coraggio di contraddire gli orientamenti dominanti è oggi particolarmente urgente per i credenti e per i Vescovi. Essi devono essere valorosi. E tale valore o fortezza non consisterà nel colpire con violenza, nell’aggressività, ma nel tenere testa, con la forza della fede e della ragione, con il vigore di un amore pieno di verità, ai criteri delle opinioni dominanti. Il coraggio di restare fermamente con la verità, con la luce, è inevitabilmente richiesto a coloro che il Signore manda come agnelli in mezzo ai lupi. “Chi teme il Signore non ha paura di nulla”, dice il Siracide (34,16). Il timore di Dio libera dal timore degli uomini. Rende più liberi!

Anche noi cristiani e successori degli Apostoli, se non cessiamo di annunciare in modo udibile e comprensibile il Vangelo di Gesù Cristo, dobbiamo attenderci di essere ripetutamente ignorati, derisi, se non disprezzati. Naturalmente non intendiamo provocare con la violenza. Tutt’al contrario. Invitiamo tutti ad entrare nella gioia della verità che indica la strada. L’approvazione delle opinioni dominanti, però, non è il criterio a cui ci sottomettiamo. Il criterio è il Signore stesso. Se difendiamo la sua causa, conquisteremo, grazie a Dio, sempre di nuovo, persone per la via del Vangelo, della non violenza. Ma, inevitabilmente, saremo anche «percossi» da coloro che, con la loro vita, sono in contrasto col Vangelo, e allora possiamo essere grati di essere giudicati degni di partecipare alla Passione di Cristo.

I Magi hanno seguito la stella, e così sono giunti fino a Gesù, alla grande Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr Gv 1,9). Come pellegrini della fede, i Magi sono diventati essi stessi stelle che brillano nel cielo della storia e indicano la strada. I santi sono le vere costellazioni di Dio, che illuminano le notti di questo mondo e ci guidano. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, ha detto ai suoi fedeli che devono risplendere come astri nel mondo (cf 2,15).

Cari amici, diventiamo astri che precedono gli uomini e indicano loro la via giusta della vita. Preghiamo Maria che ha mostrato ai Magi il nuovo Re del mondo (Mt 2,11). Quale Madre amorevole, mostri Gesù Cristo anche a noi e ci aiuti ad essere indicatori della strada che porta a Lui. Così sia.

                                                       + Mario Toso

 

 

[1] Cf Benedetto xvi, Omelia nella Solennità dell’Epifania del Signore, 6 gennaio 2013.