[feb 3] Omelia – San Biagio

03-02-2026

Faenza, Chiesa del Suffragio 3 febbraio 2026.

 

Oggi 3 febbraio la Chiesa celebra la memoria di San Biagio. È un Vescovo originario dell’Armenia, dove trascorse la sua giovinezza dedicandosi soprattutto agli studi della medicina, applicandoli poi alle persone malate, alle quali trasmetteva anche il messaggio della fede cristiana. Ecco qui un primo grande insegnamento per noi: vivere la propria professione con l’amore di Cristo, come luogo in cui testimoniare Cristo, in cui annunciarlo e donarlo.

Dopo essere stato ordinato ministro del culto, si era convinto ad entrare in monastero, ma l’improvvisa morte del Vescovo di Sebaste, fu l’occasione per essere chiamato a sostituirlo. Quando cominciò la persecuzione di Licinio, prima larvata, poi sempre più violenta, egli fuggì dalla città, rifugiandosi in una grotta sui monti. Licinio, uno dei colleghi di Costantino, aveva autorità sulle regioni orientali dell’Impero. Geloso della potenza del grande Imperatore, gli si mise contro, e per prima cosa divenne persecutore dei cristiani. Con ciò contravveniva all’Editto di Milano, ch’egli stesso aveva sottoscritto insieme con Costantino. La sua persecuzione fu quindi un mezzo di lotta politica, anzi una espressione della rivalità tra i due colleghi. Ma le sofferenze dei cristiani d’Oriente non furono per questo meno crudeli, finché Costantino non riportò sul rivale una completa vittoria. Pare che San Biagio, recluso volontario in una caverna, continuasse a svolgere la sua opera di Vescovo. Non dimenticò, cioè, neanche sui monti, i fedeli cristiani di Sebaste, lontano e minacciato. Alle persone che si recavano da lui, si aggiunsero, secondo la leggenda, diversi animali selvatici, che visitavano il Vescovo nella caverna, portandogli cibo.

E qui possiamo scorgere un secondo insegnamento: ossia la fedeltà alla propria missione sebbene tra difficoltà ardue. E, inoltre, l’amore per il creato e gli animali che, come ci ha insegnato l’enciclica Laudato sì’, sulle orme di san Francesco d’Assisi, del quale celebriamo gli 800 anni della morte (3 ottobre 1226), sono da considerare fratelli, segni dell’amore di Dio per noi.

Venne scoperto da alcuni cacciatori. Condotto nella città, fu imprigionato, e anche in carcere operò diversi miracoli. Mentre veniva portato a morire, un’autentica folla si radunò al suo passaggio. Molte persone, sfidando le guardie, lo osannavano, invocando la sua benedizione. In particolare, una mamma con il suo bambino in braccio si presentò davanti a lui, implorandolo di guarirlo, perché aveva ingoiato una grossa spina di pesce. Conficcata nella gola gli impediva di respirare. Il Vescovo si mosse a compassione. Recitò una preghiera per il bambino. Fece su di lui il segno della croce e immediatamente il ragazzo si sentì meglio. Pianse e gridò di gioia, per la guarigione.

Giunto al cospetto del giudice, che tentò di convincerlo a rinnegare la fede cristiana, Biagio spiegò che per lui «c’è un Dio solo, eterno, creatore di ogni cosa e non molti dei». A quelle parole il giudice si indignò. Lo fece picchiare e rinchiudere in prigione. Dopo qualche giorno, Biagio fu sottoposto ad un nuovo interrogatorio, ma non rinunciò alla sua fede. Dopo di che il Vescovo fu sottoposto a diversi tipi di torture. Da ultimo venne appeso ad un albero. Rimase sempre fermo sulle proprie convinzioni. Si decise di affogarlo in un lago. Gettato in acqua, anziché sprofondare, Biagio camminò sulle onde sino a raggiungere la sponda opposta. Di nuovo imprigionato fu decapitato. Dal martirio di san Biagio deriva a noi un terzo insegnamento: Dio dal cristiano è amato a costo della propria vita.

Le sue reliquie furono portate in Italia nel VIII secolo e sono custodite a Maratea, in provincia di Potenza, di cui San Biagio è patrono. A lui è dedicata la basilica posta in una località che porta il suo nome.

La venerazione nei confronti di San Biagio ha origini lontane, ma è rimasta sempre viva preso i cristiani di tutto il mondo. La chiesa in suo onore rinnova ogni anno il rito della benedizione della gola, che si effettua con due candele incrociate, passate sotto la gola, per preservarla dalle malattie.

La vita eroica di San Biagio ci sollecita a vivere dando il primato a Dio. Oggi siamo sospinti a vivere come se Dio non esistesse. Ciò produce una seria crisi valoriale, che diviene anche crisi di senso della vita. Quando si trascura Dio si cade in quel politeismo che produce il culto dell’io. Le persone giungono a mettersi al posto di Dio, sopra la dignità delle persone e degli stessi popoli, come ci dimostrano quei capi di Stato che non temono di misconoscere la sovranità delle Nazioni e di mettersi al di sopra del diritto internazionale. Quando si dà il primato al proprio io si perde la forza di amare Dio sopra ogni cosa. Per chi ama Dio sopra ogni cosa non viene prima il proprio io, bensì il dono totale della propria vita a Lui, alla società. San Biagio è stato martire, ossia testimone luminoso dell’amore totale a Cristo, perché ha scelto, contro ogni interesse umano, di essere completamente di Dio, fedele al suo amore. Sull’esempio di san Biagio siamo chiamati a riconoscere Dio come Padre.

La devozione a san Biagio – uno dei santi ausiliatori, ossia di quei 14 testimoni della fede che erano invocati dal popolo cristiano in casi di particolari necessità, generalmente per guarire da particolari malattie – contiene un patrimonio prezioso di fede, un insegnamento di profonda civiltà. In questa Eucaristia chiediamo a Cristo, il più grande martire, il dono di un amore supremo per Dio, nostra Speranza.

 

+ Mario Toso