[gen 25] Omelia – Chiamata di Pietro e Andrea, III Domenica del tempo ordinario

25-01-2026

Faenza, cattedrale 25 gennaio 2026.

In termini scarni ma efficaci Matteo descrive l’incontro di Gesù con due pescatori, Pietro e Andrea, che gettavano la rete nel mare di Galilea (cf Mt 4, 12-23). Un incontro decisivo, costituito dall’inatteso invito di Gesù – «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (v. 19) – e dalla risposta pronta di Pietro e Andrea: «Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (v. 22).

Nel quadro abbozzato da Matteo troviamo ciò che costituisce il mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo, il mistero cioè di quella storia di salvezza che ha al suo centro il dono d’amore del Figlio, venuto sulle rive del mare della nostra umanità. Il Figlio di Dio incontra personalmente, in carne ed ossa, i suoi discepoli. Noi battezzati, abitualmente lo incontrano tramite fratelli o sorelle nella fede, tramite i successori degli apostoli. E il dono di noi stessi a Dio, la nostra sequela crescono nel tempo.

Gesù, dunque, cerca di persona i suoi discepoli. È lui stesso che, a tu per tu, invita Pietro e suo fratello Andrea a seguirlo. Altrettanto fa con Giacomo e il fratello Giovanni. Li sollecita a cambiare lavoro, modo di vivere, ad abbandonare la casa, la famiglia. Ciò che lascia stupiti è la prontezza della risposta con cui i discepoli, abbandonano tutto e lo seguono. Il loro incontro con Gesù appare profondo e totalizzante. Nulla si frappone tra loro e il Signore che li chiama a seguirlo nella sua missione, ad annunciare il vangelo del Regno, a rendere tutti gli uomini “figli nel Figlio”.

L’incontro dei discepoli con Gesù è senza intermediari. È diretto. Gesù li attira a sé. Li attrae nell’Amore più grande, entro l’amore per il Padre. E come l’amore del Figlio per il Padre è assoluto, così lo diventa l’amore dei discepoli per Gesù. Sicché non vivono più per sé stessi. Al primo posto viene Dio e il suo Figlio.

Qui troviamo il cuore vivo e palpitante dell’intera storia di salvezza: Gesù Cristo è l’umanità nuova che il Padre desiderava, dopo la caduta di Adamo ed Eva. Un’umanità che vive in piena comunione con Lui, per Lui, e compie la sua volontà. Il Regno di Dio, che il Figlio è venuto a seminare nella storia, ha il suo nucleo centrale nell’amore per il Padre: un amore totale e totalizzante. Il «regno dei cieli», che Gesù proclama e inaugura con la sua vita, i suoi gesti e le sue parole, apre ai suoi discepoli, ad ogni uomo, la possibilità di una vita radicalmente nuova e inedita, all’insegna delll’amore. Questa è la grande “opera” che il Figlio, mandato dal Padre, compie tra noi, in noi, con noi: per rinnovare il mondo, per costruire un mondo fraterno, giusto e pacifico.

Cristo, rivelazione piena e perfetta di Dio, chiama a sé Pietro e Andrea e poi gli altri apostoli, perché, intimamente associati a lui, diventino servitori della Parola, annunciatori e testimoni di ciò che hanno udito e visto. Sono mandati a predicare il regno di Dio, il suo amore. La loro missione sarà viva ed efficace in forza del legame con Cristo, che li invia come lui è stato inviato dal Padre.

La vicenda di Pietro e di Andrea e degli altri apostoli è anche la nostra vicenda. La chiamata dei discepoli narrata da Matteo è il paradigma della chiamata che viene rivolta a ogni cristiano. A Pietro e ad Andrea Gesù chiede di «seguirlo», cioè di aderire alla sua persona e al suo programma e stile di vita; chiede di essere disposti a lasciare tutto per seguirlo, a lasciare «la barca e il padre», i segni concreti cioè dell’intera loro esistenza.

Le richieste rivolte ai dodici sono le stesse che, nella loro sostanza, sono rivolte a tutti: occorre seguire Gesù, sceglierlo come bene decisivo, come tesoro insuperabile di fronte al quale tutto il resto passa in secondo piano. Né gli interessi personali legati alla professione né gli affetti rappresentati dalla figura del «padre» possono ostacolare la sequela di Gesù, perché lui e lui solo è la via, la verità e la vita.

Così è stato per gli apostoli, così è per tutti noi. Si tratta di convertirsi al Regno dei cieli (cf v. 17). Significa di saper vedere e di volere la storia a partire da Dio e non invece dai nostri bisogni e dai nostri desideri.  Occorre, senza incertezze e con radicalità, mettersi nella visuale di Dio e nel solco della sua volontà.

Davvero la chiamata di Gesù è sempre e per tutti “paradossale”, fuori cioè della comune opinione, contraria agli schemi ovvi e condivisi. Se la chiamata però viene accolta, allora Gesù ci introduce alla verità dell’amore di Dio e alla verità di noi stessi. Con l’annuncio che «il regno dei cieli è vicino», ciò che sembra irrealizzabile diventa possibile con Gesù: la bontà, la libertà, la vita e la gioia.

Se la chiamata di Pietro e di Andrea a seguire Gesù è paradigmatica, lo è anche la missione loro affidata. Certo, diventare «pescatori di uomini» comporta un ministero particolare che viene affidato agli apostoli e ai loro successori: un ministero che è servizio al popolo di Dio, a quel popolo che Gesù è venuto a raccogliere attorno a sé come segno e strumento della convocazione universale degli uomini secondo l’eterno progetto d’amore di Dio. Analogo è il servizio affidato ad ogni cristiano: battezzati in Cristo Gesù, morto e risorto, tutti noi formiamo un solo Corpo, tutti noi siamo a servizio di Cristo, che è uno per tutti.  Accogliamo, a questo proposito, l’invito di san Paolo a non essere divisi tra di noi (cf Cor 1,10-113. 17).

Papa Leone XIV, parlando recentemente ai responsabili dei neocatecumenali, ha ricordato: «I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri – se non la carità, che tutti li perfeziona e li armonizza – e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente. Perciò invito anche voi, che avete incontrato il Signore e vivete la sua sequela, ad essere testimoni di questa unità. La vostra missione è particolare, ma non esclusiva; il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa; il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno». Così ha concluso Leone XIV: «Come custodi di questa unità nello Spirito, vi esorto a vivere la vostra spiritualità senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale, come parte viva della pastorale ordinaria delle parrocchie e delle sue diverse realtà, in piena comunione con i fratelli e in particolare con i presbiteri e i Vescovi. Andate avanti nella gioia e con umiltà, senza chiusure, come costruttori e testimoni di comunione» (Discorso ai responsabili del Cammino dei neocatecumenali, 19 gennaio 2026).

Lo Spirito santo ci tenga uniti in Cristo e nella sua Chiesa.

                                       + Mario Toso