San Potito, 11 gennaio 2026.
Caro parroco, don Marco Farolfi, caro don Giovanni Samorì, cari fratelli e sorelle, sono lieto di essere tra di voi per celebrare la festa del vostro patrono san Potito.
La festa patronale di una comunità sollecita a guardare al santo a cui essa è dedicata. Il santo è venerato, pregato, imitato nelle sue virtù di fede, speranza e carità.
È emblematico il fatto che si celebra la festa del patrono in coincidenza con la domenica in cui ricordiamo il Battesimo di Gesù.
Ciò ci consente di riflettere sulla testimonianza del martire san Potito alla luce della grande missione del Figlio di Dio in terra. Egli è colui nel quale Dio stabilisce una nuova alleanza, dando l’avvio ad una nuova creazione dell’umanità, dopo la prima creazione che, a motivo del peccato di Adamo ed Eva, non ebbe un esito positivo.
Il Figlio di Dio, battezzato sulle sponde del fiume Giordano – su di Lui scende lo Spirito santo come una colomba; si udì una voce dal cielo che diceva «Questo è il Figlio mio, l’amato» – è manifestato, mostrato come Colui che è inviato dal Padre con una missione di redenzione e di rinnovamento dell’umanità e del creato, feriti dal peccato dei progenitori.
Noi battezzati, lo sappiamo, siamo chiamati a condividere la missione del Figlio di Dio, a vivere come figli nel Figlio prediletto. Partecipiamo al compito messianico di Gesù Cristo: fare nuove tutte le cose, quelle della terra e quelle del cielo. Come? Il tratto distintivo del Messia è l’Amore. Egli è consacrato, unto – come noi veniamo unti nel Battesimo -, in Spirito santo, lo Spirito d’Amore. Vive nell’umanità, la redime vivendo in maniera suprema l’amore per Dio e l’umanità, beneficando e risanando, liberando tutti coloro che stanno sotto il potere del diavolo, del male.
Analogamente, la vita dei cristiani è contraddistinta da un’esistenza d’amore, di dono totale di sé, di passione per Gesù, come ha mostrato a questa comunità la venerabile Nilde Guerra, sino a morire con Lui, per Lui. I cristiani partecipano così alla realizzazione di una nuova creazione, che consiste nell’espandere il Regno di Dio nel mondo: un Regno di amore che, all’interno di tutti i regni temporali della terra, di tutti i tempi, rende la vita sociale uno spazio di fraternità, di giustizia e di pace. I cristiani vivendo in Cristo, vivendo Cristo, sono lievito, il fermento di una vita nuova che ama la giustizia sociale e il bene comune.
Nel contesto della somma testimonianza del più grande martire, Gesù Cristo, la vita di san Potito, anch’egli martire, patrono di questa comunità, acquista un particolare significato. Si può comprendere meglio il senso del dono della sua vita, l’esemplarità di un’esistenza che partecipa alla missione redentrice di Cristo in maniera radicale, senza mezzi termini. Nato a Sardica, l’odierna Sofia (in Bulgaria), convertitosi da giovane al cristianesimo, al tempo dell’imperatore Antonino Pio, rifiutò di tornare a adorare gli dèi pagani. Subì torture. Venne decapitato. È considerato il primo santo, storicamente attestato e venerato, in Daunia, cioè in Puglia. Di qui il culto si è diffuso in Italia e anche qui, in questa parrocchia, grazie ai monaci basiliani.
San Potito, in un tempo in cui l’Impero Romano appariva in decadenza, ci ricorda l’importanza di tenersi fedeli alla propria identità, a costo della propria vita. Ciò che colpisce oggi, nelle nostre comunità, è constatare come spesso ci troviamo di fronte a adulti, ma anche a giovani, che appaiono privi di fiducia nella vita. E ciò perché prima hanno perso la loro identità. Non credono più di averne una. Diventano indifferenti nei confronti della propria fede. Non si sentono parte viva e responsabile della propria comunità cristiana. Si lasciano trasportare dal vento della moda, dal qualunquismo. E così, a fronte di segni di decadenza nella società, di sfacelo spirituale, come stiamo sperimentando in Europa,[1] hanno poco da dire, da proporre alla società. Si rassegnano e si appiattiscono in una vita che non guarda alle «cose di lassù», bensì alle cose della terra. Se non si ritrova la propria identità cristiana difficilmente si supera la rassegnazione e ci si mette in gioco, per andare controcorrente. Difficilmente ci si riscopre missionari e si è disposti a dare la propria vita per i beni più alti, per Gesù Cristo.
Si diventa sale della terra se si ama e si imita il missionario per eccellenza. Si diventa attrattivi quando si vive l’amore di Cristo. La Chiesa si sviluppa – ha ricordato papa Leone XIV ai cardinali riuniti nel recente Concistoro – non tanto per proselitismo, ma piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce. Così, noi Chiesa, compiamo la nostra missione nella misura in cui, uniti a Cristo, che si fa piccolo, si incarna nell’umanità povera, compiamo ogni opera in conformità spirituale e concreta alla carità del nostro Signore.
Abbiamo bisogno di giovani che non hanno paura di essere e di dirsi cristiani, ossia di giovani che scoprono la bellezza di Cristo crocifisso, di Colui che propone di cambiare il mondo pagando di persona. Abbiamo bisogno di genitori che, facendo leva sull’amore di dono totale di sé a Cristo, continuano a servirlo nei loro figli, chiamati a fiorire come persone che danno il primo posto a Dio. Abbiamo bisogno di cristiani, di associazioni cattoliche che sono tali non solo di nome ma nel cuore: un cuore missionario, dedito a creare una nuova cultura aperta a Dio, non ripiegata sugli dèi pagani della cultura odierna, quali il successo, gli interessi di parte.
Se pregheremo san Potito e guarderemo al suo amore eroico giungeremo a Cristo crocifisso, che muore per salvare il mondo, attraverso l’amore supremo per il Padre e il prossimo.
+ Mario Toso
[1] Cf su questo A. Schiavone, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna 2025.
