Faenza, Cattedrale, 4 gennaio 2026.
Ancora contempliamo la nascita del Figlio di Dio da Maria e da Dio. Egli è da Dio e da Maria: è Dio e Uomo.
Dio si è fatto «piccolo» per farsi uomo, uno di noi. È diventato povero per arricchirci, per renderci figli nel Figlio di Dio. Con l’Incarnazione, il Verbo di Dio si fa «carne» e pone la sua dimora in mezzo a noi, in noi, perché noi abitiamo in Lui. In definitiva, il Signore Gesù è Dio che si rende nostro prossimo, nostra «carne», nostro «familiare».
Mentre Dio scende in mezzo a noi entra nella tenda della nostra umanità. Il nostro destino è, in certa maniera, il Suo. Noi diventiamo «parte» della sua famiglia, della Trinità. Condividiamo le relazioni che sussistono tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Gesù ci introduce in esse, nel noi di Dio. Non siamo più soli, semplice umanità. Diventiamo componenti della più grande e appagante comunione. Siamo inseriti nella Gioia di Dio, fonte della Vita, dell’Amore pieno di verità, che tutto muove e finalizza al compimento in Colui che è Trino e Uno.
È rimanendo in Cristo, vivendo Lui, che ci è dato uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza del Figlio Gesù, della sua Persona, che ci libera dal peccato, dalla separazione dal Padre. Gli occhi del nostro cuore sono illuminati per comprendere a quale speranza siamo chiamati in Lui, a quale tesoro di gloria siamo attesi.
Se non conosciamo l’Incarnazione di Cristo – sia riconoscendo che tutto è stato fatto per mezzo di Lui; sia comprendendo il sublime scambio di divinità ed umanità che si uniscono nella sua Persona – non comprendiamo noi stessi! Se i suoi non lo accolgono sono presi da una drammatica scissione interiore, da un’inquietudine senza fine. Non colgono il senso del loro essere e del loro operare. Non intravvedono l’approdo definitivo che li attende.
Guai a noi se non Lo riconosciamo e non viviamo Cristo! Guai a noi se non proviamo gioia nell’essere e nel muoverci nel flusso della comunione con Dio e tra di noi. Resteremmo privi del respiro di Dio, del dono del suo Spirito d’amore, che ci attira nell’Unità. Questo disgraziatamente avviene in noi, quando non accogliamo Colui che ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Diventiamo inquieti.
Non parliamo e non conosciamo superficialmente o vagamente il mistero dell’Incarnazione di Cristo! Gli altri non sarebbero per noi «fratelli» amorevoli, «parte» diletta della nostra famiglia.
Ma, soprattutto, non vanifichiamo l’incarnazione di Cristo! Ciò avviene tutte le volte che non riconosciamo Cristo come più intimo a noi stessi di quanto lo siamo per noi. Non riconoscendolo presente in noi, al vertice dei nostri percorsi di conoscenza e di amore, rimarremmo ultimamente vuoti, senza Colui dal Quale e per il Quale siamo stati fatti e che arreca la Sapienza di Dio nelle nostre scelte e nella nostra condotta.
Sia la nostra vita un continuo anelito a incontrare e a conoscere Gesù, per vederlo e amarlo, per vivere sempre insieme a Lui, anche sulla croce.
Poiché Egli è più grande e più elevato di noi non potremo rinserrarlo dentro di noi, nell’angusta prigione del nostro io. Egli ci supera, ci trascende e ci chiama a partecipare a qualcosa di più grande, di più ampio: al suo Corpo, la Chiesa. Non solo. Ci sollecita a superare i confini dell’individuo e a naufragare nell’ampiezza del Regno di Dio-comunione. Nel suo Regno tutto è pervaso dal suo Cuore Infinito e ci fa stare «cuore a cuore» tra noi, nell’appartenenza reciproca dei fratelli e delle sorelle, nell’abbraccio di uno stesso e identico Padre.
Pregheremo a breve, così: Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà.
Viviamo e testimoniamo la pace di Dio!
+ Mario Toso
