OMELIA per l’ingresso del nuovo parroco di Reda don ALBERTO LUCCARONI

Reda - 20 marzo 2016
20-03-2016

La parola di Dio della domenica delle Palme ci parla, mediante il profeta Isaia, del «servo di Dio» e della sua missione. In Lui, la tradizione cristiana ha visto da sempre un annuncio del Cristo sofferente. Il Signore Dio dà al suo servo una lingua da discepolo, perché sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.

Caro don Alberto, facendo il tuo ingresso nella comunità di San Martino in Reda, tu stesso sei chiamato dal Signore ad avere una lingua da discepolo per incoraggiare i credenti a rinsaldarsi nella fede. Il parroco, infatti, edifica i propri fratelli nella verità e nella carità ponendosi in religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con coraggio e fiducia. Così, celebra i misteri di Cristo, specie nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconciliazione, per la santificazione del popolo cristiano. Promuove nei fedeli il senso dell’appartenza alla Chiesa cattolica e la consapevolezza della missione loro affidata: annunciare a tutti gli uomini la salvezza realizzata da Gesù Cristo, garanzia di un’autentica umanità. Ecco, allora, alcuni orientamenti pratici; a) crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione; b) offrire una nuova gioia nella fede; c) evangelizzare da persona a persona.

Crescere come una comunità che vive la dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione

Cari fratelli e sorelle, in una comunità vi sono molti compiti e molti servizi da porre in atto. La vita di una comunità, lo sappiamo, esige un minimo di organizzazione, di coltivazione della socialità, di ambienti e luoghi di incontro e di formazione. Tutto ciò comporta impegno di gestione e manutenzione, ma anche attenzione alle risorse disponibili. Quando queste siano scarse, i progetti educativi ne soffrono e, allora, è necessario preoccuparsi di reperirle. Questa comunità sa bene cosa significa operare per garantire un minimo di convivialità, per creare momenti di festa e di condivisione. Quanti sforzi e quante discussioni, sicuramente tutto a fin di bene! Ma poniamoci una domanda. In tutto quello che facciamo per rendere la nostra comunità più dotata di strutture e luoghi di vita prevale ciò che papa Francesco chiama «la dolce e confortante gioia di evangelizzare»? Detto altrimenti, quanto viene espresso in attività sociali e culturali è posto chiaramente a servizio del compito primario dell’annuncio di Gesù Cristo? Sacrifici, ore di lavoro, soldi, intelligenza, collaborazione: tutto questo è finalizzato a creare un ambiente di vita ove si possa crescere, dal più piccolo al più grande, nell’amore a Gesù? Siamo disposti a pensare che alla fine, per la nostra comunità, è prioritario prodigarsi nella gestione di una scuola ove, con l’aiuto e il sacrificio di tutti, sia possibile offrire un’educazione non qualsiasi bensì ispirata cristianamente? «La dolce e confortante gioia di evangelizzare» non ci deve mai abbandonare, costi quel che costi. Perché? Perché ai nostri ragazzi e giovani non può mancare l’incontro con Gesù Cristo. Senza di Lui sono più soli e disorientati. Viene meno il senso vero della vita. La capacità di farsi dono affievolisce e intristisce, sospingendo a chiudersi in se stessi, nell’individualismo. L’amore di Cristo deve possedere i nostri giovani. Li deve potentemente spronare a portarLo ai loro amici.

Cari fratelli e sorelle di Reda, vale anche per noi il monito paolino: guai a noi se non annunciamo il Vangelo (cf 1 Cor 9,16). Se pure lavoriamo intensamente ed alacremente nel far festa insieme ma non riusciamo a consegnare ai nostri giovani Gesù Cristo, affinché lo sentano presente nel loro cuore e lo vivano, corriamo il rischio di perdere la capacità di fare proposte alte, di aprire orizzonti e di appassionare alla missione di comunicare la vita nuova di Cristo! E quando questo succede le nostre comunità tendono a diventare il luogo di incontro di persone che invecchiano e non hanno discendenza. Non coinvolgere i giovani in un cammino di partecipazione e di collaborazione nell’evangelizzazione significa tagliarsi le gambe e non crescere più come comunità cristiana.

Offrire una nuova gioia nella fede

Spesso nelle nostre comunità, ove ci può essere la tentazione di impadronirsi dei suoi spazi, anziché di servire Cristo, cala il livello della gioia che dovrebbe contraddistinguere i credenti. Prevalgono le vedute e i progetti personali. La comunione si sfalda, cresce la diffidenza, lasciando stanchezza e poco entusiasmo per il lavoro nella vigna del Signore. La gioia delle fede, invece, dovrebbe riempire la vita della comunità dei discepoli. Perché spesso la gioia non prevale? Il motivo, forse, sta nel fatto che non comprendiamo che la gioia è segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Occorre seminare e preparare la primavera! Quando nelle nostre teste e nei nostri progetti non è primaria, come già detto, la sollecitudine per l’annuncio del Vangelo c’è proprio il pericolo di perdere la gioia della fede e di negarci un futuro di speranza.

L’intimità e la compattezza della comunione tra noi crescono quando aumenta l’unione con Cristo, quando ci strutturiamo come comunione missionaria, attorno al Missionario per eccellenza che è il Figlio di Dio. La gioia della fede ci contagia, sino a trasfigurarci, allorché ci muoviamo tutti insieme verso tutti, in tutti i luoghi di vita, in tutte le occasioni, liete o tristi, senza indugio, per condividere Cristo, i suoi sentimenti. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo di Dio, ci ricorda papa Francesco. Detto diversamente, la gioia della fede cresce e si moltiplica donandola generosamente agli altri, anche ai non credenti. Ma per donarla bisogna possederla e, prima ancora, riceverla e coltivarla.

Oggi non possiamo più vivere la fede cristiana come una cinquantina d’anni fa. Sicuramente i contenuti della fede sono fondamentalmente gli stessi, ma cambia il modo di approcciarli, di comunicarli e di testimoniarli, perché il contesto sociale  e culturale è mutato. Occorre rendersene conto, come singoli, come comunità, come organizzazioni e movimenti ecclesiali, cattolici e di ispirazione cristiana. Mentre godiamo dei progressi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, della comunicazione, non si può dimenticare che crescono e ci distruggono nuove ideologie di tipo materialistico e consumistico, immanentistico e tecnocratico. La fede è spesso disprezzata ed osteggiata, anche a causa della nostra controtestimonianza. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo o pervasivo. Aumenta la convinzione che la propria libertà sia senza limiti e ciò erode lo Stato di diritto come anche la democrazia, che ha al suo centro la tensione al bene comune. Il male appare cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, per cui occorre dispiegare energie non solo nell’educazione in genere ma anche nella preparazione di nuovi rappresentanti, capaci di riforme profonde ed incisive delle istituzioni pubbliche. Oggi, anche nel nostro territorio, si è chiamati ad evangelizzare affrontando con coraggio attacchi più o meno scoperti alla libertà religiosa, sia sul piano dei segni come il crocifisso, sia sul piano delle istituzioni come le scuole paritarie. Il pericolo, però, più distruttivo per la fede è la proliferazione di un sincretismo religioso, di una spiritualità senza Dio, di una religione «fai-da-te». Pochi privilegiano il senso di appartenenza alla Chiesa e a Cristo rispetto a questo o a quel gruppo, a questo o a quel partito. Cristo non può essere venduto per trenta denari! La fede non è un affare privato, un qualcosa che deve rimanere fuori dalla vita pubblica. La vita personale non è divisa, seppur distinta, dalla vita pubblica. Vi è continuità. Per cui la fede deve svolgere un ruolo pubblico.

Evangelizzazione da persona a persona

Nella comunità ecclesiale, chiamata a rinnovarsi sul piano della missionarietà, deve crescere la convinzione che c’è una forma di predicazione che compete a tutti come un impegno quotidiano, assiduo. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un parroco quando visita una famiglia, come farai tu don Alberto nei prossimi giorni, se non sbaglio. L’annuncio di Gesù non avviene solo nelle omelie, nei momenti di culto, nella catechesi, ma anche nell’incontro fraterno, nella visita agli ammalati, mediante un messaggino SMS, anche con un’email, e durante un viaggio in treno o sul bus. L’importante è che Gesù sia per noi il nostro Tutto e lo si veda presente nella nostra esistenza come in quella altrui. Non dimentichiamolo: tutto il popolo di Dio è soggetto collettivo dell’evangelizzazione. Non ricordiamoci di Gesù solo quando vengono tolti i crocifissi dalle aule. Gesù Cristo è la pietra angolare sulla quale siamo chiamati a costruire l’edificio della nostra vita. La nuova evangelizzazione a cui siamo chiamati implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Se siamo discepoli di Gesù siamo anche missionari. L’evangelizzazione deve contagiare tutti, dev’essere da persona a persona, da famiglia a famiglia, da giovane a giovane.

Cari giovani, voi siete gli evangelizzatori per il futuro di questa comunità. Proprio per questo, amato don Alberto, abbi cura, oltre che degli ammalati, degli anziani, delle famiglie, anche di loro. Devono diventare, come hai insegnato nell’Azione cattolica, evangelizzatori da persona a persona.

Un augurio e un vivo ringraziamento

Caro don Alberto, a nome di tutta la Diocesi, ti faccio un caldo augurio mentre ti viene affidata questa porzione eletta del popolo di Dio. Abbi cura di tutti, in particolare dei piccoli, degli ultimi, come ha sempre fatto don Elio Cenci, che in questa comunità ha donato la sua esistenza. Egli si è fatto di Reda, divenendone punto di riferimento. Non appena completamente riabilitato egli vivrà nella Nuova casa del clero, ove non dimenticherà mai la sua gente. Sarà sempre disponibile, con il suo spirito missionario, a ritornare nella sua comunità, per quel ministero che le forze gli consentiranno.