Omelia per la festa di San Biagio

03-02-2018

Cari fratelli e sorelle, oggi ricordiamo san Biagio che, secondo la tradizione, fu medico e vescovo di Sebaste in Armenia. Compì vari prodigi, tra i quali la guarigione di un bimbo cui si era conficcata una lisca di pesce in gola. In ricordo di questo è invalso tra noi il rito della benedizione della gola. Seppure la persecuzione dei cristiani era ufficialmente terminata con l’editto di Costantino, a motivo dei contrasti tra lo stesso Costantino e l’altro imperatore Licinio, continuava episodicamente in alcune regioni dell’Oriente. Venivano presi di mira in particolare i vescovi, tra i quali ci fu Biagio di Sebaste. Catturato, fu picchiato e scorticato vivo con i pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana. Infine, poiché continuava a disprezzare gli idoli e non abiurava la propria fede in Gesù Cristo venne decapitato.

Dobbiamo ricordare san Biagio, sicuramente per i prodigi compiuti a favore delle persone povere e dei contadini ma soprattutto per il suo intenso amore a Cristo. Non lo volle tradire. Fu disposto a morire piuttosto che abbandonare la fede, la vita cristiana. Sappiamo che il cristianesimo si sviluppò nel mondo specialmente grazie alla testimonianza eroica dei martiri. San Tertulliano scrisse contro i persecutori che a nulla servivano le loro ingiuste crudeltà. Esse non erano un deterrente. Al contrario, costituivano un’attrattiva. I cristiani diventavano più numerosi tutte le volte che erano falciati: il sangue dei martiri era semente di cristiani (cf Apologia del cristianesimo, 50, 13).

Si può affermare che san Biagio con la sua vita e il suo martirio incarnò la parola che abbiamo udito, tratta dal libro di Giobbe (Gb 7, 1-4. 6-7). Egli non cedette alla proposta di rinnegare Cristo, perché viveva una relazione profonda con Lui. Sentiva di appartenergli intimamente. Anche nella atroce prova del martirio non si sentiva solo. Biagio sentiva di essere con Cristo nel dolore, nella morte. Percepiva di essere fortemente amato nell’umiliazione, nella tortura. Il martirio gli consentiva di essere maggiormente di Cristo. Possiamo anche aggiungere che san Biagio impersonò, in maniera esemplare, la missione dell’evangelizzatore di cui ci ha parlato la prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 9, 16-19. 22-23). Proprio perché di Cristo, l’annuncio del Vangelo non è stato per lui motivo di vanto. Fu, invece, una «necessità», che gli si imponeva. Ma non si trattava di un giogo o di un obbligo pesanti, quanto piuttosto di una missione naturale, che nasceva spontanea dal suo essere di Cristo. Sia pure di fronte al martirio non poteva perdere Cristo, non poteva rinunciare all’essere totalmente suo. Per san Biagio valeva in maniera cogente il monito di Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!». L’evangelizzazione non era una sua iniziativa, bensì un compito che gli era stato affidato. Chi dimora in Cristo condivide la sua vita. Si riconosce marcato a fuoco dalla sua missione. Il nostro annuncio del Vangelo alla gente non è un impegno a cui possiamo rinunciare. Non è facoltativo. È qualcosa che non si può sradicare dal nostro essere se non vogliamo autodistruggerci. Proprio perché viviamo Cristo, condividiamo la sua missione. Siamo una missione.

A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una debita distanza da Cristo, nostra Vita. Se assecondiamo una simile tentazione rischiamo di non vederci e di non amarci più come persone viventi in Cristo. Rinunciamo alla nostra identità di persone strutturate secondo la sua immagine, appartenenti a Lui.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo molto da imparare da san Paolo e da san Biagio, vescovo e martire. Il loro insegnamento va accolto e vissuto nel nostro contesto pastorale e culturale. Sappiamo che nelle nostre comunità cristiane non possiamo più presumere la fede. E tantomeno possiamo ritenere che valga per tutti i credenti il pressante invito missionario di Paolo «Guai a me se non evangelizzo», che sappiamo essere frutto dell’esperienza d’amore di Cristo da parte dell’apostolo. Fu Lui a sbalzarlo da cavallo, a trasformarlo da persecutore ad ardente testimone. L’ateismo teorico e pratico, l’indifferenza religiosa e il rifiuto dell’appartenenza alla Chiesa, all’inizio del secolo scorso erano fenomeno di élite. Ai nostri giorni, anche nelle nostre comunità parrocchiali, si espande un’apostasia silenziosa. Cresce l’analfabetismo religioso delle nuove generazioni. Rispetto all’epoca apostolica c’è una differenza: allora il paganesimo era esterno, di fronte alla comunità. Oggi la secolarizzazione è entrata in casa nostra, nelle nostre esistenze. È venuto il momento, come ha sollecitato più volte papa Francesco, di intraprendere una decisa conversione pastorale (cf Evangelii gaudium [=EG], n. 25) e missionaria, per non lasciare le cose come stanno. Occorre porsi in uno «stato permanente di missione». Non possiamo essere cristiani di facciata, abitudinari, incolori, ininfluenti, senza un sussulto d’amore per Gesù Cristo. A tal fine dobbiamo coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e alle attività. Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola – scrive papa Francesco –, di dialogo sincero con il Signore, facilmente il nostro compito missionario si svuota. Ci si indebolisce. Il fervore si spegne. Rischiamo di mettere al posto di Cristo noi stessi, i nostri progetti pastorali. Solo se rimaniamo uniti a Cristo cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama (cf EG n. 266). Dobbiamo essere costantemente innamorati di Cristo come lo furono san Paolo e san Biagio. Unendoci a Cristo in questa Eucaristia riviviamo una passione d’amore per Gesù. Essa divenga passione per i nostri fratelli (cf EG n. 268).