[ott 15] Il Cardinale Van Thuan testimone della speranza perché testimone della Croce

15-10-2020

Cattedrale 15 ottobre 2020.

Che cosa l’ha colpita della persona e della vita di Van Thuân?

Innanzitutto la straordinarietà, mostrata da quanto visse con fede indomita, con un amore appassionato per il Signore, con la forza della speranza cristiana. Mentre si era con lui si aveva la sensazione di trovarsi di fronte ad un singolare uomo di Dio, pieno di pace come lo è un oceano grande e placido, ricco di intuito umano, di affabilità. Era capace di sorprendere i suoi ospiti con la semplicità– ecco la seconda cosa che colpiva – del suo porsi in maniera informale, disarmante, tipica di coloro che hanno vissuto vicende travagliate e drammatiche, per cui nulla più li sconvolge o li destruttura psicologicamente. Quando interveniva in incontri con personaggi importanti – ne ricordo uno con l’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato e alcuni ambasciatori, relativamente a problemi complessi – la sua parola non era artefatta o arzigogolata, bensì piana, essenziale, sapiente. Il cardinale Van Thuân, andava dritto al nocciolo delle questioni. La sua diplomazia era la chiarezza, nonché quella saggezza orientale che portava con sé, quale eredità ricevuta dalla sua famiglia, composta da persone di profonda fede, da personalità che rivestirono ruoli importanti nel suo Paese di origine, e da martiri. Peraltro, nei rapporti quotidiani, mostrava ottimismo, giovialità, animata da un vivace senso dell’umorismo. Sapeva imitare con arguzia e felice efficacia Giovanni Paolo II e la sua voce. Era costantemente sereno, sorridente, nonostante le fatiche, le incomprensioni. Di fronte a scorrettezze appariva impassibile, secondo il savoir-fairedelle persone orientali che non mostrano una piega in viso.

Era evidente in lui il convincimento di una importante missione da compiere. Ciò era emerso in lui, dopo solo tre mesi dalla sua ordinazione presbiterale, quando si ammalò di tubercolosi. I medici a consulto avevano programmato un delicato intervento ai polmoni, ma esitavano, giacché le sue condizioni erano gravi. Dopo l’ennesima radiografia il giovane sacerdote era pronto all’intervento e non capiva perché i medici continuassero a passare davanti alla sua camera borbottando a bassa voce. Alla fine uno di loro entrò. È successa una cosa incredibile, disse. Lei è guarito, può lasciare l’ospedale anche subito. Gioendo in cuor suo, Van Thuan rompe il silenzio: «È un miracolo». Gli venne spontaneo pensare: «Dio ha prolungato la mia vita per un fine preciso», e pregava perché gli fosse possibile realizzare il disegno di Dio. Questo fu uno dei momenti in cui si rafforzò in lui il presentimento di avere una missione da compiere.

Cosa lo attendeva, più precisamente? Una missione – l’abbiamo già sentito nell’introduzione – contrassegnata dall’ordinazione episcopale, dalla prigionia da parte dei comunisti durata complessivamente 13 anni, dalla liberazione, dagli arresti domiciliari per 4 anni, dall’esilio a Roma, dalla vicepresidenza e dalla Presidenza del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dal coordinamento del lavoro per la stesura del Compendio di Dottrina sociale della Chiesa, commissionata da papa Giovanni Paolo II in vista del Giubileo del 2000, dal cardinalato, da una grave malattia che nel giro di pochi mesi se lo portò via. Ecco che cosa gli riservò il Signore dopo averlo guarito. Lo possiamo dire a posteriori. Ecco, potremmo dire, i «miracoli» o le opere che la speranza gli consentì di compiere. Tali impegni gli furono possibili perché si abbandonò a Dio, più precisamente a Cristo morto e risorto, al suo Amore crocifisso.

Il «bagaglio» di fede che Van Thuân ha lasciato, specie ai suoi collaboratori

Profitto della domanda per dire in maniera diversa il titolo della locandina con cui è stato annunciato l’evento di questa sera: «Libero dietro le sbarre». Ciò facendo ho modo di precisare il bagaglio di fede che ha lasciato nel mio e nel cuore dei collaboratori. Partendo dalla prodigiosa guarigione, possiamo certamente dire che venne salvato per essere libero dietro le sbarre. Ma con ciò non è detto tutto. Più precisamente: venne guarito per essere un grande testimone della speranza, durante la prigionia di circa 13 anni, ma non solo in quel periodo, bensì sino alla sua morte. A dei giovani dell’AC l’8 dicembre del 2001 a Roma, alla Domus Mariae, spiegò che la libertàche sperimentò dietro le sbarre gli derivava dalla speranzache viveva dentro di sé e gli dava sempre una fiducia incrollabile. Di che speranza si trattava? Era una speranza particolare, il cui fondamento è sempre stato Gesù Cristo, morto e risorto. Il cristiano, spiegava ai giovani dell’AC, vive le cose, soffre come tutti, ma sa anche che Cristo è morto e risorto. La speranza del cristiano è una Persona. È proprio Cristo glorioso. La sua risurrezione cambia tutte le cose, dà il via ad una nuova creazione. Cristo che muore e risorge ci rende partecipi della sua vita nuova, una vita che ci è donata dall’alto della sua Croce e da cui viene pervasa l’intera creazione. La vita-amore che il Risorto ci dona aiuta a compiere le opere di Dio.

L’eredità, dunque, che ci ha affidato il Cardinale fu il suo essere campione della speranza, perché testimone di Cristo crocifisso e risorto. Il male viene vinto e sciolto con l’Amore di Cristo che sale sulla croce per donarsi totalmente al Padre e così trasfigurare l’umanità che è portata alla piena comunione con Dio. Abbandonarsi tra le braccia del Padre dà la forza per affrontare ogni genere di difficoltà. La forza di perseverare nella speranza dipende dalla totale fiducia nella volontà di Dio. «In prigione, ricordava Van Thuan ai giovani, ho vissuto momenti tremendi. Da solo, per mesi, anni. Solo in una stanza senza finestre e con una fessura sotto la porta dalla quale entrava un po’ di luce, senza nessun contatto con l’esterno; mangiando un po’ di riso con verdure e sale; talvolta costretto con la luce accesa in cella per dieci giorni e poi al buio completo per altri dieci. Spesso mi chiedevo, quasi delirando, se era vero quello che stavo vivendo. Ciò che mi ha aiutato è stato vivere Cristo, imitarlo. Ho deciso di amare e di perdonare i miei carcerieri come Gesù ama e perdona. La mia vita è diventata un’altra, meno pesante e cupa. E, poiché, ai miei carcerieri non avevo denari o vestiti da dare, ho cominciato a donare a loro la cosa più preziosa che avevo: Gesù Cristo».

Van Thuân, in carcere, spogliato di tutto, delle sue cose, delle relazioni con i suoi fedeli, con i suoi parenti, con la sua diocesi, compie la missione essenzialea cui è chiamato ogni battezzato e cresimato: annuncia Gesù Cristo. La prigionia è stata, come egli scrive nei suoi libri, un periodo in cui si è trovato nel «buio della notte», in un oceano di amarezza, di ansietà, d’incubo. Da tutto ciò ne è venuto fuori con la preghiera, facendosi dono a Dio, vivendo Cristo. «Sulla strada della mia prigionia – scrive in Cinquepani e due pesci (San Paolo, Milano 1997) – ho pregato: “Tu sei il mio Dio e il mio tutto” Gesù. […] Sono in prigione, se aspetto il momento opportuno per fare qualcosa di veramente grande, quante volte nella vita mi si presenteranno simili occasioni? No, afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in modo straordinario”. Gesù, io non aspetterò, vivo il momento presente, colmandolo di amore». E così, il vescovo Van Thuân, pur prigioniero, in condizioni di povertà e di ristrettezze di libertà, non si è perso d’animo, non si è abbandonato all’odio nei confronti dei suoi carcerieri. Tutt’altro.  Mentre veniva «rieducato» in maniera forzata egli, pur vivendo in una situazione estrema, rispose facendo dono di se stesso e di Gesù Cristo, considerato la massima ricchezza. Le guardie divennero suoi amici e scolari. La sincerità delle sue relazioni cambiarono i rapporti all’interno delle prigioni ove era condotto nella speranza che non convertisse i suoi custodi.

Nella Lettera pastorale del 1971, che commemorava i 300 anni della sua diocesi di Nha Trang, facendo un bilancio dello sviluppo della comunità cristiana il vescovo Van Thuân affermava: «Siamo orgogliosi e ci gloriamo: non perché abbiamo ora belle chiese, grandi strutture, numerosi fedeli; no, non siamo orgogliosi per tutto questo. La forza della Chiesa non consiste nelle cose materiali, nei numeri, ma ci gloriamo della Croce del Cristo Signore, della fedeltà dei nostri antenati verso la Chiesa, della loro vita fervorosa, della loro fede ferma che era più forte della morte, della loro matura responsabilità nel compiere il dovere di apostoli e nel collaborare con i sacerdoti e in caso di penuria di sostituirli».

Di fronte alla situazione delle nostre parrocchie e di certe zone delle nostre Diocesi, impoverite di presbiteri e di laici attivi, ricordando la luminosa testimonianza di fede di Van Thuan nel carcere e nelle sofferenze, dobbiamo riconoscere che la vera forzadella Chiesa per il rinnovamento pastorale è data dalla fede ferma dei credenti, dei sacerdoti e dei vescovi, dal loro vivere l’amore di Cristo crocifisso: una fede ed un amore più forti della morte, che sfociano nella risurrezione. La forza della Chiesa è alimentata dal vivere misticamente la Croce di Cristo, la Croce del suo Signore. Dalla Croce viene la gloria. Sulla Croce, infatti, appare lo splendore di una vita che vince la separazione da Dio, pienezza di vita che illumina il mondo.

Un insegnamento più puntuale per noi

Su questo momento della vita del vescovo Van Thuân, prigioniero, privo di tutto, ma per nulla scoraggiato, anzi deciso a realizzare il cuore della sua missione pastorale, vi confido che ho riflettuto più di una volta. Spesso, notando il rimpicciolimento delle nostre comunità, la preponderanza del tempo dedicato alla gestione delle cose materiali, l’aumento dell’abbandono da parte di adulti e giovani, ci si domanda da dove ricominciare per invertire il progressivo secolarismo, la carenza del senso di appartenenza alla comunità, a Cristo stesso. Avendo costantemente di fronte l’esempio del vescovo Van Thuân più di una volta mi sono detto: è da quello che faceva il vescovo Van Thuân in prigione che occorre ripartire, per una nuova primavera della Chiesa nel nostro territorio. Occorre innamorare o, talora, ri-innamorare adulti e giovani di Gesù. Se non si parte dall’amore entusiasta nei confronti di Gesù, incontrato, amato, testimoniato, non sarà possibile rinnovare le nostre comunità, la nostra catechesi. Non sarà possibile attuare una conversione pastorale delle nostre comunità e associazioni all’insegna di un nuovo impegno di evangelizzazione, come ci ha ricordato l’Istruzionedella Congregazione per il clero di cui si parla anche nel Sussidio pastorale per l’anno 2020-2021. Si è cercato di consegnare una simile prospettiva ai giovani nel recente Sinodo, che li ha visti protagonisti, assieme a vari adulti. Ma mentre la si consegnava ai giovani la si consegnava, in pari tempo, agli adulti, alle loro associazioni, che però sembrano comportarsi come se ciò non fosse avvenuto. La formazione delle giovani generazioni è rivolta a creare nuovi responsabili nelle comunità, nelle associazioni, aggregazioni e nei movimenti. Per gli adulti è stato attivato già da tre anni, in Seminario, un corso di aggiornamento e di approfondimento della propria formazione e cultura. Ad alcune associazioni (ANSPI, AC) è stato proposto di fare un’assemblea diocesana, ma sinora, anche a causa del COVID, non ci si è mossi, perché occorre ricettività nei confronti della proposta. Con quest’anno si dà il via ad una serie di momenti formativi dei responsabili. Si è cominciato con la presentazione del volume del vescovo Ecologia integrale dopo il coronavirus, il prossimo 24 novembre sarà presentata la Lettera Samaritanus bonus. A gennaio-febbraio prossimi si presenterà l’enciclica Fratelli tuttidi papa Francesco. Si conta, nel frattempo, di incontrare i responsabili di associazioni e movimenti ecclesiali.

La cura del Cardinale nei confronti delle nuove generazioni sia dei presbiteri sia dei laici. Un ricordo personale

Mentre ero decano della Facoltà di Filosofia, presso l’Università Pontificia Salesiana, e consultore presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dopo il mitigarsi dei rigori del regime comunista, giunsero dal Vietnam le prime generazioni di post-novizi per i corsi filosofici e teologici nella mia Università. Sono stati momenti entusiasmanti, ma anche un po’ ardui, perché i giovani vietnamiti non conoscevano se non il vietnamita, ma i docenti no. Non c’era, dunque, a disposizione una lingua ponte. E, poi, purtroppo, non c’erano a disposizione docenti che conoscessero e la lingua vietnamita e l’italiano. Si ricorse allora ai disegnini con a fianco le parole come nelle elementari. Era davvero difficile intendersi non potendo usufruire dell’inglese, del francese o di altra lingua europea. Mi hanno sempre colpito la sensibilità pastorale e pedagogica del vescovo Van Thuân, allora vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Egli riuniva periodicamente i giovani vietnamiti avviati al sacerdozio. Oppure li andava a trovare, li rincuorava, li invitava a momenti conviviali, durante i quali la sua paternità si manifestava in una dimensione familiare. A me raccomandava mitezza e fraternità. Se non si accolgono bene le prime generazioni di vietnamiti salesiani, in Europa non ne arriveranno più, mi confidava.

Una volta, mentre lui stesso, con il grembiule cinto ai fianchi mi preparava un pranzo «vietnamita», mi raccontava il suo lavoro di accompagnamentodei giovani sacerdoti. Talora li invitava a pranzo o li portava in spiaggia per parlare con loro, per conoscerli di più e renderli suoi amici.

Con riferimento ai laici, dalla sue lettere pastorali emerge chiaramente la sua sollecitudine pastorale nell’offrire ad essi una buona cultura, per cui si impegnò a che nella sua Diocesi sorgessero due università. Alla luce del Concilio Vaticano II desiderava un laicato capace di partecipazione corresponsabile nella Chiesa, capace di vivere l’unità tra fede e vita. La fede è anzitutto vivere Cristo, amandolo sopra ogni cosa. È innalzare l’edificio della propria esistenza su di Lui. Le opere della costruzione della comunità cristiana vanno affiancate dalle opere che migliorano ed umanizzano la società, scrive Van Thuan nella sua primaLettera pastorale (1968). Occorre superare la separazione tra la fede e la vita quotidiana, uno degli errori più gravi del nostro tempo. La Chiesa non può ignorare che vive e agisce nel mondo. La scelta del motto episcopale «Gaudium et spes» – il documento conciliare più citato nelle lettere pastorali del vescovo vietnamita – era stata ispirata da questo convincimento. L’unità tra fede e vita è costitutiva dell’essere cristiani ed è l’offerta che il credente deve presentare al Signore. Solo la traduzione della fede nelle opere rende la preghiera del credente più autentica. La preghiera è più vera in un contesto di impegno concreto. «Pregare – soleva ripetere – significa essere solidali con l’ambiente in cui viviamo, con il mondo con mille problemi difficili. Pregare è unirsi a Dio e portare Dio all’umanità, per realizzare la sua volontà nel seno del nostro mondo».

L’evangelizzazione ha bisogno di santi

L’evangelizzazione, ricordava spesso il vescovo Van Thuân, ha bisogno di santi. Il fine di ogni cristiano è la santità e non c’è che una vita per esserlo. Nel febbraio 2002, qualche mese prima della sua morte, il Servo di Dio Van Thuân confidò ad un gruppo di sacerdoti: «Vorrei iniziare questa riflessione sulla chiamata alla santità da un esame di coscienza molto personale: nella mia vita, e anche adesso da cardinale, ho avuto ed ho paura delle esigenze del Vangelo; ho paura della santità, di essere santo. Tante volte non ho osato pensare alla santità: ho voluto essere fedele alla Chiesa, non rinnegare nulla della mia scelta. Ma non ho pensato sufficientemente ad essere santo, mentre Cristo in verità ha detto: “Siate perfetti come il Padre vostro è perfetto” (Mt5,48). Lo scorso anno sono stato operato per l’asportazione – almeno parziale – di un tumore. Mi hanno tolto due chili e mezzo del tumore, ne sono rimasti nel mio ventre quattro chili e mezzo, che non possono essere asportati. Ed io ho avuto paura di essere santo con tutto questo: questa è stata la mia sofferenza. Essa però è durata solo fino al momento in cui ho visto la volontà di Dio in quanto mi succedeva ed ho accettato di portare questo peso fino alla morte, e di conseguenza di non poter dormire che un’ora e mezza ogni notte. Accettando tutto questo, sono ora nella pace: la Sua volontà è la mia pace! Fino a quando Dio vorrà, vorrò essere come Lui vorrà da me, per me!».

Il testamento della gioia

Quasi al tramonto della sua vita terrena – apparsa a tutti un martirio per amore di Dio – Van Thuan ha inteso lasciare un testamento spirituale per i suoi figli e fratelli: il testamento della gioia. Si tratta di una serie di conversazioni pubblicate dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace in un volume col titolo La gioia di vivere la fede e che sono state raccolte da alcuni giovani. Si tratta di testi pronunciati in varie occasioni con lo scopo di educare nella fede i suoi connazionali, incontrati in varie parti del mondo.

Colui che crede e vive Gesù Cristo – umanità nuova – vive nella gioia. Il vertice dell’umanità è il Figlio di Dio, fattosi uomo in mezzo a noi. «Solo Lui è la nostra gioia e la nostra speranza», afferma il vescovo Van Thuân.

Oggi, in un contesto culturale che tende ad emarginare Dio dalla vita dell’uomo, non è facile trasmettere questo messaggio. Dio è spesso considerato un antagonista della libertà, dell’autonomia morale delle persone. Se Dio è assunto come principio di vita viene meno la responsabilità umana, la stessa dignità. Dio, secondo la cultura secolaristica odierna, è colui che ruba all’uomo la felicità.

Perché, allora, il vescovo Van Thuân, nonostante ciò, non desiste dal proporre ai suoi l’ideale della fede? Secondo il servo di Dio, la fede genera gioia e non impoverisce la bellezza della vita, bensì la incrementa. La gioia del credente è frutto dell’esseree del percepirsiumanità che vive in pienezzase stessa. La fede, in concreto, guarisce le persone immerse nella cultura del nulla, del non senso e della morte. Le ricostruisce interiormente, le rende più capaci di vero, di bene e di Dio, rinnovandole come esseri relazionali, comunitari, fraterni, ossia persone in grado di formare un’unica famiglia, il popolo diDio.

Le persone che sperimentano una gioia semplicemente umana percepiscono se stesse come soggetti capaci di una vita di dono agli altri. Ma le persone credenti possono godere di una gioia più profonda e trascendente: la gioia cristiana, che invera la precedente ed è di coloro che vivono Cristo, l’uomo perfetto.

Chi ama con lo stesso amore di Cristo – un amore di dono totale di sé all’umanità e a Dio, sino alla morte in croce, perdonando, lottando contro il male col bene –  si percepisce e si sente personain pienezza non solo sul piano umano. Detto altrimenti, chi mediante la sua fede dimora in Cristo e vive partecipando alla misura della pienezza umana che si realizza in Lui (cf Ef 4, 14), gode della gioia più grande: la gioia che corrisponde ad un’umanità trasfigurata e potenziata dall’amore di Dio.

Si tratta di una gioia che si concretizza passando attraverso lo svuotamento di sé, l’essere per gli altri, per il totalmente Altro, cioè Dio, amato sopra ogni cosa, come il nostro Tutto. La gioia cristiana è il rispecchiamento di una umanità potenziata nella capacità di amare come il Nuovo Adamo Crocifisso, l’uomo del sacrificio, l’uomo sacrificato, che perde se stesso in Dio.  Corrisponde alla forma di un’esistenza totalmente ordinata all’altro, all’Altro, Dio-Amore, Trinità e Comunione di Persone.

La fede vissuta autenticamente genera gioia, perché consente di essere e di percepirci come umanità amata prima da Dio e, poi, umanità che si compie secondo la propria costitutiva struttura d’essere: quella di persone intrinsecamente fatte per-altri, per-Dio, peramare, rispondendo ad un amore che precede e che ci chiama ad esso.

La fede, in particolare, ci fa sperimentare come esseri creati ad immagine della Trinità e, quindi, ci permette di vivere una gioia esistenziale, il gaudium essendi, la gioia d’essere persone che amano come Dio, con un amore creativo, che mentre custodisce, potenzia, trasfigura ed eleva.

                                              + Mario Toso