[feb 08] Intervento – Finanza al servizio del bene comune

08-02-2022

FINANZA A SERVIZIO DEL BENE COMUNE ALLA LUCE DELL’INSEGNAMENTO SOCIALE DELLA CHIESA

Premessa

Uno dei temi meno considerati dalla Pastorale sociale, vissuta nelle nostre comunità ecclesiali e nel nostro associazionismo, è quello della finanza. Tuttavia, anche con riferimento ad essa deve essere organizzata e vissuta una vera e propria evangelizzazione. Infatti, anche per la finanza, vale il principio dell’incarnazione. Il Verbo di Dio, facendosi carne assume in sé l’uomo e tutte le sue attività, compresa la finanza, per redimerle ed umanizzarle, per arricchirle della sua vita nuova e della sua capacità di amare. In ultima analisi, per il credente, esiste l’impegno di vivere in Cristo la finanza, strutturandola ed istituzionalizzandola eticamente. Detto diversamente, dopo la crisi iniziata attorno al 2007/2008, la finanza è chiamata a ritrovare la sua vocazione sociale, quella di essere al servizio dell’economia reale e di non danneggiarla. Secondo la Dottrina sociale della Chiesa (=DSC) tutta l’economia e tutta la finanza devono essere vissute eticamente, così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo integrale dell’uomo e dei popoli. Soprattutto la DSC dell’ultimo ventennio può aiutare la Pastorale sociale nell’illustrare la vocazione della finanza al servizio dell’economia reale, del bene comune, della democrazia e dell’ecologia integrale.[1]

  1. Abbiamo bisogno di sistemi economico-finanziari a servizio dello sviluppo integrale e sostenibile, della democrazia in tutto il mondo

Prima di iniziare l’excursus storico di vari documenti della DSC che considerano i binomi finanza e bene comune, finanza e democrazia, finanza ed ecologia, è necessario parlare di alcuni antefatti relativi al mondo finanziario e monetario che hanno influito negativamente sui suddetti binomi. L’economia, il bene comune, la democrazia e l’ecologia integrale sono danneggiati, in particolare, dalla costituzione di monopoli ed oligarchie finanziarie che si sono formati talvolta con la complicità della stessa politica, come è stato per il caso della finanza. Questa, ha gradualmente partorito un’autocrazia, a motivo dell’abolizione dello Glass-Steagall Act nel 1999 (prima negli USA, poi, negli anni successivi, in Europa e nel resto del mondo), che imponeva la separazione della banca produttiva dalla banca speculativa. Togliendo la separazione, le banche hanno unito in sé l’attività produttiva e l’attività speculativa, giungendo ad utilizzare i risparmi raccolti – prima utilizzabili solo per finanziare l’attività produttiva – in operazioni speculative, mettendoli in serio pericolo.

Le insolvenze bancarie esplose in coincidenza con la crisi finanziaria iniziata nel 2008, spesso appunto indotte da operazioni altamente speculative di una sola banca, ma capaci di mettere a rischio la stabilità di tutto il sistema, hanno portato alla proposta di tornare a separare l’attività bancaria tradizionale della raccolta dei depositi e dell’esercizio del credito dall’attività di investimento finanziario per conto proprio o di altri, in modo che i servizi offerti con la prima non siano pregiudicati dai rischi assunti con la seconda,[2] proposta che, tuttavia, al momento non ha avuto seguito.

Si aggiunga che all’autonomizzazione del sistema finanziario e allo sviluppo vertiginoso della massa finanziaria, con un’intossicazione a largo raggio del mercato, creando difficoltà sistemiche, ha contribuito pure il cambio di finalità o spesso l’abuso dei contratti cosiddetti «derivati», originariamente di natura assicurativa o costruiti per finalità di copertura dei rischi, ma sempre più spesso utilizzati con finalità speculative, totalmente sbilanciate a favore delle banche.[3]

La finanza è divenuta una superpotenza, che non ha confini, non ha regole, non conosce diritti diversi dai suoi, sostiene e sovvenziona in tutte le sedi il suo totalitario «pensiero» mercatista. La sua «cultura» dominante, improntata al neoindividualismo libertario, e che non è soggetta a corti di giustizia, tende ad influenzare e a tenere sotto controllo le democrazie, rendendole funzionali al suo sistema, indebolendole sempre di più sul piano sociale e della sovranità democratica. Facendo credere, fra l’altro, che il prodotto interno lordo non si fa con l’impresa e con il lavoro, ma con la speculazione. La finanza autocratica comanda su tutti: sugli Stati, sui popoli, sui governi, determinando talora il loro ordine del giorno. Se i titoli tossici, ovvero i mutui subprime cartolarizzati,[4] che sono stati tra le cause principali della crisi finanziaria, iniziata nel 2007-2008, non sono stati del tutto metabolizzati, ed anzi continuano ad essere prodotti, significa che i fondamentali del sistema finanziario non sono stati cambiati o profondamente riformati. Significa che il nostro mondo economico si trova sempre in una situazione di possibili bolle speculative che possono generare, da un momento all’altro, una nuova crisi finanziaria, con gravi danni per la giustizia sociale e la democrazia.

Alla mancata introduzione di strumenti tesi a ridurre il rischio di azzardo speculativo da parte delle banche, si è in parte cercato di contrapporre regole finalizzate a garantire un’attività di erogazione del credito sempre più improntata ai principi di sana e prudente gestione, al fine di evitare l’assunzione di rischi eccessivi.

Ciò ha finito con lo scaricare sulla clientela le conseguenze dell’esigenza di una gestione prudenziale, attraverso l’introduzione di norme sempre più restrittive nell’erogazione del credito, che hanno reso sempre più difficoltoso l’accesso ai finanziamenti da parte di imprese e famiglie.

Particolarmente significativi sono risultati gli accordi di Basilea che hanno imposto alle banche crescenti accantonamenti patrimoniali (e quindi l’immobilizzazione di risorse) quali contrappeso per l’assunzione di rischi (di credito, di controparte, operativi e di mercato),[5] il che significa, in estrema semplificazione, che le banche debbono possedere fondi propri accantonati in misura crescente al crescere dei finanziamenti concessi.

Inoltre la valutazione e la gestione del merito creditizio della clientela sono state disciplinate da norme sempre più restrittive, sia di diritto interno che di diritto eurounitario.

Ne sono un recente esempio le Linee guida dell’EBA (European Banking Authority) denominate “Orientamenti in materia di concessione e monitoraggio dei prestiti” (Guidelines EBA/GL/2020/06 del 29 maggio 2020, divenute operative il 21 giugno 2021). Esse forniscono indicazioni omogenee sulla concessione e sul monitoraggio del credito alle imprese da parte delle banche comunitarie ed anche in ordine ai meccanismi ed ai processi di governance, che dovranno prevedere la scelta della strategia di concessione del credito e meccanismi di allerta per intercettare in anticipo i segnali di difficoltà che potrebbero mettere a rischio il rientro. Prevale in esse una valutazione della clientela basata sulla valutazione dei risultati passati e delle prospettive future del cliente.

Ovviamente il far dipendere sempre più la concessione di finanziamenti dall’inesistenza di possibili segnali di crisi in capo all’impresa ha ridotto ulteriormente la prospettiva di accessibilità al credito nella misura in cui sono state emanate disposizioni normative (in primis il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza approvato con D.Lgs.vo 12 gennaio 2019, n. 14) finalizzate a far emergere anticipatamente la crisi dell’impresa, attraverso l’utilizzo di rigorosi e severi indicatori della stessa, rappresentanti squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario in capo all’impresa a quel punto non più finanziabile.

Solo l’emergenza economica generata dalla pandemia da COVID 19 ha imposto di mitigare la stretta creditizia[6] e l’entrata a regime degli indicatori della crisi, ma si è trattato di misure temporanee, destinate a perdere efficacia rapidamente, con la conseguente riespansione degli effetti delle norme generali più restrittive.

  1. Caritas in veritate

Il primo documento ecclesiale che tratta della finanza con una certa ampiezza è la Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI. L’enciclica è stata scritta nel 2009, tenendo conto della crisi finanziaria del 2007-2008 che da poco si era manifestata. Si tratta di una crisi entropica. Cosa propone la CIV per uscire da essa? La CIV afferma che per superare la crisi di senso, la crisi entropica,[7] occorre far sì che la finanza – ma non soltanto la finanza, tutta l’economia – sia istituzionalizzata e strutturata eticamente. Cioè: tutta l’economia e tutta la finanza devono essere considerate attività dell’uomo, a servizio dell’uomo, per l’uomo, per il bene comune.

Tutte le loro fasi devono essere animate dalla giustizia, secondo le sue varie articolazioni: commutativa, contributiva, distributiva; ma anche dalla giustizia sociale che armonizza tra loro le precedenti articolazioni in vista della realizzazione del bene comune. Detto altrimenti, l’economia deve essere organizzata, indirizzata eticamente in vista del bene comune (cf ad es. n. 36), di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Il paragrafo che sintetizza la posizione della CIV si trova al numero 65, che qui riportiamo: «Bisogna, poi, che la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento, dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo. Tutta l’economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto strumenti, essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell’uomo e dei popoli. È certamente utile, e in talune circostanze indispensabile, dar vita a iniziative finanziarie nelle quali la dimensione umanitaria sia dominante. Ciò, però, non deve far dimenticare che l’intero sistema finanziario deve essere finalizzato al sostegno di un vero sviluppo. Soprattutto, bisogna che l’intento di fare del bene non venga contrapposto a quello dell’effettiva capacità di produrre dei beni. Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti. Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito».

Merita qui che si accenni anche al n. 67 della CIV ove si afferma che in vista del bene comune mondiale e della finalizzazione ad esso della finanza è urgente la riforma «sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. […] Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti. Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite».

  1. Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale

Dopo la promulgazione dell’enciclica CIV, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, sollecitato da più parti e per più ragioni, ha deciso di offrire una serie di riflessioni ponderate, stilate col contributo di esperti internazionali di chiara competenza,[8] volte a sviluppare l’analisi, il giudizio e la progettualità già tratteggiati nella CIV,[9] a proposito della crisi dei sistemi monetari e finanziari in contesto di globalizzazione.

In particolare, lo richiedeva, oltre che un impegno istituzionale, il permanere della crisi economica e finanziaria, e anche la dichiarazione di intenti sottoscritta dai leader del G20 celebrato nel 2009 dove si afferma che: «the economic crisis demonstrates the importance of ushering in a new era of sustainable global economic activity grounded in responsibility».[10]

Allorché si trattò di scegliere il genere di pronunciamento su una tematica importante e cruciale per lo sviluppo integrale dei popoli, con gli Organi competenti della Santa Sede si è concordato di non procedere per la via dell’elaborazione di una Nota assunta formalmente dalla stessa, al contrario di quanto avvenuto qualche anno prima con la Nota sulla Conferenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Doha,[11] pure elaborata dagli esperti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. La ragione è stata ravvisata nel fatto che la Santa Sede non avrebbe partecipato, per ovvie ragioni, al G20 di Cannes, svoltosi dal 3 al 4 novembre 2011. Il testo, quindi, doveva rimanere nell’ambito di semplici riflessioni stilate dal Pontificio Consiglio, sotto la sua responsabilità e secondo la competenza che caratterizza un Dicastero il quale, tra le sue finalità, ha quella di diffondere, approfondire e contribuire alla sperimentazione della Dottrina sociale della Chiesa.

Il documento del Pontifico Consiglio Iustitia et pax ha suscitato ampia eco internazionale, dibattiti, approfondimenti, anche reazioni politiche interne ed internazionali. Ne è scaturita una dialettica feconda, stimolo ad un costante affinamento delle tesi in esso sostenute.

In Italia il confronto si è sviluppato ad ampio raggio all’interno della Chiesa; con il mondo politico attraverso il coinvolgimento di molti parlamentari e del Vice Ministro per l’Economia Vittorio Grilli; con il mondo dell’impresa e del sindacato.

Alcuni contenuti sintetici sono relativi alla costituzione di un’autorità politica mondiale. Venendo meno la rispondenza fra l’organizzazione politica «su piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale» diventa necessaria la creazione di «un’Autorità pubblica mondiale».[12]

Altri contenuti essenziali sono rappresentati dall’indicazione di alcune piste di riflessione relative:

  • a misure di tassazione delle transazioni finanziarie, mediante aliquote eque, ma modulate con oneri proporzionati alla complessità delle operazioni, soprattutto di quelle che si effettuano nel mercato «secondario». Una tale tassazione sarebbe molto utile per promuovere lo sviluppo globale e sostenibile secondo principi di giustizia sociale e della solidarietà; e potrebbe contribuire alla costituzione di una riserva mondiale, per sostenere le economie dei Paesi colpiti dalle crisi, nonché il risanamento del loro sistema monetario e finanziario;
  • a forme di ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici condizionando il sostegno a comportamenti «virtuosi» e finalizzati a sviluppare l’economia reale;
  • alla definizione dell’ambito dell’attività di credito ordinario e di Investment Banking, ossia alla distinzione tra banche di credito ordinario e banche di speculazione. Tale distinzione consentirebbe una disciplina più efficace dei «mercati-ombra» privi di controlli e di limiti.

Ebbene, dopo la pubblicazione del Documento del Pontificio Consiglio, rispetto alle proposte di riforma delle grandi istituzioni internazionali non è apparso nulla di particolarmente rilevante. Ci si è mossi a rilento rispetto alla regolamentazione del Shadow Banking System, il sistema bancario ombra, regno opaco delle Investment Bank, degli Hedge Fund;[13] rispetto alla rigorosa demarcazione tra banche commerciali e banche di investimento: su questo gli Stati non si sono mossi in forma compatta ma in ordine sparso;[14] rispetto ad una politica fiscale, che da una parte scoraggiasse la speculazione e, dall’altra, incentivasse il credito all’economia reale. Per quanto concerne la tassazione delle transazioni finanziarie si è raggiunta l’adesione di 11 Paesi europei, cifra insufficiente sia rispetto alla maggioranza relativa sia all’unanimità.[15]

  1. Evangelii gaudium: il denaro deve servire non governare

Sicché, papa Francesco, nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium (=EG),[16] uscita 4 anni dopo la CIV, e un anno e mezzo dopo le Riflessioni del Pontificio Consiglio della Giustizia e Pace, riteneva di dover sollecitare i dirigenti politici verso un vigoroso cambio di atteggiamento, affermando con forza: «Il denaro deve servire non governare. […] Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano» (n. 58). Qualche numero prima scriveva: «[…] oggi dobbiamo dire no ad un’economia dell’esclusione e dell’iniquità. Questa economia uccide» (n. 53).

Neoliberismo, neoutilitarismo, tecnocrazia, globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, con la complicità della stessa politica che ha abolito la separazione tra economia produttiva o industriale ed economia speculativa,[17] deregolando i mercati monetari e finanziari, hanno gradualmente prodotto:

  1. il governo del denaro, anziché di una politica orientata al bene comune: molti Stati, gravati da debiti, sono divenuti ostaggi della finanza, obbligati ad adottare le «riforme» che le autorità finanziarie operanti sul mercato internazionale ritenevano necessarie. Così, si sono sottoposti a politiche di rigore, che si sono tradotte in aumento della pressione fiscale, in riduzione delle spese fisse per il funzionamento della macchina burocratica e soprattutto in tagli agli investimenti nei diversi settori del Welfare.[18] Non basta. Con l’asimmetria dimensionale, l’inversione e la dissociazione che si sono create nel rapporto tra economia reale e massa finanziaria − quest’ultima si è resa così indipendente e potente rispetto alla prima da dominare i mezzi di produzione, la forza lavoro, gli Stati e le nostre vite −[19] si è anche verificata l’asimmetria tra sovranità nazionale degli Stati e mercato finanziario globale, tra diritto locale e indipendenza anarchica ed autistica della finanza sul piano sovranazionale. Si tratta di un’asimmetria che ha aperto agli operatori finanziari la porta del regno dell’anomia, il varco verso enormi spazi di attività non solo deregolate, ma addirittura non regolate;
  2. una finanza che, all’insegna dell’idolatria del profitto a breve termine, da una parte ha ridotto sì la povertà di alcuni, ma dall’altra ha accentuato o prodotto la povertà di tanti altri, ha accresciuto le diseguaglianze, ha favorito economia e mercati dell’esclusione e dell’inequità, ossia economia e mercati pervasi dalla «cultura dello scarto» e della maggior redditività, per i quali i più deboli sono «rifiuti», «avanzi» inutili (cf EG n. 53). Al centro è stato posto il denaro e non le persone.

 

Alcune soluzioni proposte dalla EG:

 

Secondo papa Francesco, rispetto a quanto evidenziato è necessario:

  1. a) un quadro culturale sui fini dell’uomo e sulla loro scala gerarchica, pena non solo la dittatura del denaro sull’uomo ma anche la dittatura del presente rispetto al trascendente e al futuro ed il congiunturalismo. Esiste il pericolo che la democrazia diventi una democrazia di facciata. Le classi dirigenti, infatti, a causa del dominio della finanza, si uniformano alla logica di quest’ultima e non pensano più alla popolazione e al bene comune, preoccupate, come sono, della conquista delle poltrone e degli spazi, senza porre limiti al capitale per sradicare la diseguaglianza e la povertà. Occorre recuperare la sostanza della democrazia, ossia la politica, attualmente sopraffatta dalla finanza;
  2. b) che la politica ritorni ad avere il primato sulla finanza, radicandosi e ricentrandosi sul bene comune. È la coscienza del bene comune che dei «molti» fa un popolo, unendoli in vista di un obiettivo o progetto condiviso. È la ricerca del bene comune, e non la strumentalizzazione alla finanza speculativa e sregolata, che può restituire alla politica la sua altissima dignità e «sovranità»;
  3. c) che si proceda all’istituzione di mercati finanziari e monetari liberi, stabili, trasparenti, democratici (non oligarchici), etici, funzionali ai lavoratori, alle imprese, alle famiglie e alle comunità locali, al bene comune;
  4. d) che siano superate le dottrine economiche neoliberistiche. Le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo, non sono mai state confermate dai fatti ed esprimono una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante (cf EG n. 54).[20] Occorre abbandonare definitivamente la teoria economica della «mano invisibile»: «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità (ecco ciò a cui bisogna puntare) esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo» (EG n. 204).

 

A conti fatti, dopo l’esortazione apostolica Evangelii gaudium bisognava riconoscere che nonostante si fossero fatti alcuni piccoli passi dopo la CIV, rimaneva sostanzialmente irrisolto il problema della regolazione e ristrutturazione etica dei sistemi finanziari e monetari mondiali, in particolare della finanza ombra (shadow finance), dei fondi speculativi (hedge funds, money market funds, exchange trade funds, eccetera) e, per conseguenza, il problema del ripristino del primato della politica come attività a servizio del bene di ogni persona. Per gli esperti in economia, esisteva ancora il pericolo di una nuova bolla finanziaria con effetti catastrofici, data l’accresciuta interdipendenza dei mercati e delle Borse. In Europa, prevaleva la prospettiva di una politica ridotta principalmente ad attività di risanamento, di contenimento dei deficit dello Stato, di tagli al Welfare. In Italia, a parte alcuni tentativi timidi ed insufficienti, mancavano robuste politiche del lavoro per tutti, dello sviluppo industriale, dello sviluppo integrale, sostenibile, inclusivo. Finché non si disponeva non solo di mercati monetari e finanziari orientati al bene comune, ma anche di istituzioni internazionali dotate di poteri reali per il loro controllo effettivo − dato che il territorio nazionale non è più il perimetro sufficiente per vigilare sui meccanismi e sui flussi di scambio sovranazionali − non si poteva disporre di una politica veramente a servizio del bene comune, di una «democrazia inclusiva» a più alta intensità.

 

  1. La «Laudato sì’»

 

A proposito dei mercati finanziari e monetari non regolati e finalizzati alla realizzazione del bene comune, nella Laudato sì’ (2015),[21] avente come obiettivo la realizzazione di un movimento globale a servizio dell’ecologia integrale, si denuncia nuovamente quel capitalismo finanziario ad alta speculazione, che non è stato affatto riformato in radice, al contrario di quanto richiesto da molti, compreso Benedetto XVI con la sua enciclica Caritas in veritate.[22] A causa della mancata riforma, non solo continua il vassallaggio della politica alla finanza, ma anche la debolezza dell’economia reale, che stenta a ripartire, e il pericolo di atti predatori nei confronti dell’ambiente. Le parole di papa Francesco nella LS sono paradigmatiche e programmatiche. Meritano di essere riportate per intero, in vista di un serio impegno riformatore, che esige ben più di piccoli ritocchi: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche – scrive il pontefice –, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via».[23]

La riforma del sistema finanziario, secondo la LS, dev’essere, allora, perseguita e proseguita con decisione e in profondità, non solo in vista del rilancio dell’economia, ma anche della protezione ambientale. Fra l’altro, quest’ultima non può essere assicurata solo sulla base di un calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi di mercato non sono in grado di difendere e di promuovere adeguatamente. Il mercato tende a pensare che i problemi si possano risolvere soltanto con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui. In realtà, all’interno dello schema della rendita non c’è posto per tener conto dei ritmi della natura, dei suoi tempi di degradazione e della complessità degli ecosistemi.

In ultima analisi, in vista della realizzazione di un’ecologia integrale, vanno abbandonati gli schemi culturali legati al capitalismo finanziario e al paradigma tecnocratico, che assoggettano la politica e l’economia stessa alla logica di una speculazione senza limiti e ad una ragione strumentale. Bisogna ripensare il proprio modello di progresso e di sviluppo. La sudditanza ad uno schema materialistico e consumistico, fondato sul principio dell’illimitatezza delle risorse, finirà per distruggere la Terra e l’Umanità intera.

  1. Oeconomicae et pecuniariae quaestiones

Nel 2018, sull’urgenza della riforma del sistema finanziario e monetario, dopo le Riflessioni del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, la Evangelii gaudium e la Laudato sì’, è venuto alla luce, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il documento già citato, avente come titolo Oeconomicae et pecuniariae quaestiones.[24]

Il Documento vuole essere uno strumento per il discernimento a servizio di un nuovo pensiero e di una nuova progettualità sulla finanza, elaborati alla luce di una visione integrale dell’uomo e del bene comune. In particolare, il Documento sulla nuova finanza, come affermato nella nota 35, intende proseguire nella scia del discernimento compiuto dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con le riflessioni intitolate Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale.[25]

Non si è di fronte ad una sorta di esortazione apostolica o ad un testo di taglio solo pastorale. In esso troviamo «un’analisi scientificamente fondata delle cause remote dei disordini e dei guasti che l’architettura dell’attuale sistema finanziario va determinando».[26] Non, dunque, una mera descrizione, sia pure puntuale ed accurata, degli effetti generati da una nuova finanza diventata, nel corso degli ultimi decenni, autoreferenziale, finalizzata cioè a sé stessa, non orientata a servire il bene comune.

Merita che sia subito sottolineato che la riflessione offerta dal Documento appartiene all’ambito della teologia morale, comprensiva di una fondazione razionale e di un’antropologia che tengono unite tutte le attività umane, compresa quella relativa alla finanza, con l’etica, con un sapere sapienziale. La Chiesa si occupa della finanza perché ciò le è stato affidato da Gesù Cristo il quale, incarnandosi, redime l’uomo nella sua integralità e ricapitola in sé tutte le cose (cf Ef 1, 10), rinnovandole, rendendole più umane. La comunità cristiana riceve dal Signore Gesù la missione di redimere e di trasfigurare tutto l’uomo e tutte le sue attività, vivendo in esse la Carità di Cristo, il suo Amore pieno di verità. Facendoli propri, riconoscendoli come legge fondamentale di vita, i credenti instaurano ed annunciano, nell’ambito di ogni attività, il Regno di Dio. In tal modo, liberano ogni settore dell’agire umano dal peccato e dall’egoismo, fortificando in esso il retto orientamento della ragione, la legge morale.

 

6.1. I tre pilastri di una nuova finanza

 

Connessi con la lettura teologica della finanza sono tre i pilastri di una nuova finanza:

  1. un’antropologia diversa e nuova rispetto a quella oggi dominante, che appare neoindividualista, libertaria ed utilitarista, e che finisce per produrre, come ebbe a sottolineare papa Francesco, senza mezzi termini, un’economia che scarta, non include, anzi uccide. L’antropologia che regge una finanza nuova dev’essere, come si legge nei numeri 9 e 10, relazionale, razionale, comunionale e trascendente;
  2. il principio secondo cui etica e finanza non possono continuare a vivere in sfere separate (cf nn. 7-12), come se fosse possibile una doppia Occorre rigettare la tesi secondo cui la sfera dell’economia va tenuta separata sia dalla sfera dell’etica sia da quella della politica. Si tratta di superare definitivamente la cosiddetta tesi del NOMA (Non Overlapping Magisteria), formulata in economia nel 1829 da Richard Whateley, cattedratico all’Università di Oxford e vescovo della Chiesa anglicana. Nella dottrina sociale della Chiesa ciò è stato sollecitato dai tempi della crisi economica provocata dal crollo della Borsa di New York (1929), nel secolo scorso: tra ordine economico e ordine morale, secondo l’enciclica Quadragesimo anno del 1931 (= QA, n. 42), non esiste estraneità; tra di essi c’è connessione sebbene siano ordini distinti; l’etica riguarda l’economia perché questa è attività umana e come ogni attività umana è retta dalla legge morale.[27] Ogni realtà ed attività umana, afferma il Documento in esame, sulla scia della morale economica indicata dal Magistero sociale, se vissute nell’orizzonte di un’etica adeguata, cioè nel rispetto della dignità umana ed orientandosi al bene comune, è positiva;
  3. con quanto appena affermato si allude al terzo pilastro della nuova finanza, anch’esso segnalato dal Documento e che qui esplicitiamo anche nelle sue connotazioni ecologiche.[28] Si tratta del grande principio morale rappresentato dallo sviluppo integrale e sostenibile, che potrebbe anche essere chiamato principio dell’ecologia integrale. Un tale primo principio morale universale, secondo il Documento, consente di valutare la qualità umana ed etica dell’attuale sistema economico-finanziario, nei suoi agenti singoli e collettivi, negli intenti, nei mezzi, nelle istituzioni, negli effetti e nelle esternalità. In particolare, un tale principio primo permette di offrire una valutazione etica della finanza, delle azioni degli agenti, dell’uso degli strumenti finanziari, delle conseguenze con riferimento alla dignità delle persone e dei popoli, al bene comune, all’ecologia integrale. Dalla considerazione del suddetto primo principio, relativamente alla realtà della economia e della finanza, derivano particolari orientamenti etici. Come ad esempio: 1) per il benessere: esso non si riduce al solo parametro economico, ma include altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro, la salvaguardia dell’ambiente; 2) per la libertà economica: se intesa in modo assoluto, staccata dalla verità e dal bene, genera centri di supremazia ed inclina verso forme di oligarchia finanziaria che nuocciono alla stessa efficienza del sistema economico; 3) per gli agenti economici e politici: la loro alleanza è fondamentale per garantire che l’uso dei networks economico-finanziari, che agiscono sul piano nazionale e sovranazionale, sia a servizio del bene comune, dell’ecologia integrale; 4) per i mercati e la loro «sanità», per il loro svolgimento e la correzione dei loro effetti negativi sulla società e sull’ambiente: essi non sono una realtà per sé negativa; anzi, se orientati al servizio delle persone, delle famiglie, delle imprese, delle amministrazioni comunali, del bene comune, sono realtà buone, sono da considerare beni pubblici, in quanto mercati liberi, stabili, trasparenti, “democratici” (non oligarchici), ministeriali alla crescita integrale delle persone, delle famiglie, dei giovani che cercano lavoro, delle imprese, delle amministrazioni; 5) per gli strumenti dell’industria finanziaria: alcuni strumenti finanziari, di per sé leciti, in una situazione di asimmetria, possono diventare una speculazione illecita; 6) per la  finanziarizzazione del mondo imprenditoriale: la rendita da accumulazione di capitale può divorare il reddito da lavoro, con grave danno per i lavoratori, per le famiglie; 7) per il denaro: può essere usato contro l’uomo, da mezzo può diventare fine; 8) per il credito: applicare tassi di interesse eccessivamente alti è un’operazione illegittima e dannosa per la «sanità» del sistema economico; 9) per la speculazione: essa non è un male in sé, lo diviene, ad esempio, quando provoca artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico.

6.2. Alcuni orientamenti pratici

Sulla base dei grandi pilastri sopraesposti, il Documento OEPQ offre alcuni orientamenti pratici volti alla liberazione e all’umanizzazione dei sistemi economico-finanziari:

  • il potenziamento – in vista della certificazione dei nuovi prodotti finanziari e di mercati «sani» ossia protetti da intossicazioni provocate da strumenti economico-finanziari non affidabili, che mettono in pericolo la diffusione della ricchezza per tutti –, del coordinamento sovra-nazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali (cf n. 19);
  • l’assicurazione della biodiversità economico-finanziaria, mediante politiche economico-finanziarie efficaci nell’assecondare la pluralità di soggetti e strumenti sani, ma anche nell’ostacolare tutti coloro che intendono deteriorare la funzionalità del sistema che produce e diffonde ricchezza (cf n. 20);
  • la regolazione, mediante solidi e robusti orientamenti, sia macro-prudenziali che normativi, dei mercati caratterizzati da una dimensione sovranazionale, i quali non devono essere lasciati ingenuamente a sé stessi – i mercati dimostrano che non sono in grado di regolarsi da sé –, ma devono essere finalizzati alla realizzazione del bene comune, che è di tutti e non per pochi (cf n. 21);
  • un coordinamento stabile, chiaro ed efficace fra le varie autorità nazionali (che devono rimanere autonome) di regolazione dei mercati in vista della trasparenza dei mercati, di ciò che negoziano, nonché del superamento della concentrazione asimmetrica delle informazioni e del potere (cf n. 21);
  • una chiara definizione e separazione, per gli intermediatori bancari di credito, dell’ambito dell’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio da quello destinato all’investimento e al mero business: il risparmio, specie quello familiare, è un bene pubblico da tutelare (cf n. 22);
  • la responsabilità sociale delle imprese finanziarie sia ad intra sia ad extra. In vista di ciò è necessario che nelle business schools cresca l’idea che l’etica è intrinseca all’attività imprenditoriale (cf n. 23);
  • l’istituzione all’interno delle banche di Comitati etici accanto ai Consigli di Amministrazione (cf n. 24);
  • convenienti dotazioni patrimoniali da parte delle banche, di modo che un’eventuale socializzazione delle perdite sia il più possibile limitata e ricada soprattutto su coloro ne sono stati effettivamente responsabili (cf n. 24);
  • una pubblica regolazione e valutazione supra partes dell’operato delle agenzie di rating del credito (cf n. 25);
  • controllo dei contratti assicurativi del rischio da fallimento, ossia dei credit default swap (CDS). Il diffondersi senza adeguati limiti di tale tipo di contratti favorisce il crescere di una finanza dell’azzardo e della scommessa sul fallimento altrui (cf n. 26);
  • la regolamentazione dei sistemi bancari collaterali (shadow banking system) e dei paradisi fiscali (cf n. 29);
  • una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte dei problemi della povertà, della fame (cf n. 31);
  • la riduzione del debito pubblico accumulato dai Paesi meno sviluppati, aggravato da quei paradisi fiscali che favoriscono i cittadini che non pagano le tasse e scaricano passivi economici sulle spalle del sistema pubblico: pur mettendo ogni Paese di fronte alle sue ineludibili responsabilità, occorre anche consentire e favorire delle ragionevoli vie di uscita dalle spirali del debito, non mettendo sulle spalle degli Stati degli oneri che di fatto risultano insostenibili (cf n. 32). Ciò anche mediante politiche di ragionevole e concordata riduzione del debito pubblico, specie quando questo è detenuto da soggetti di tale consistenza economica da essere in grado di offrirla;[29]
  • la responsabilità dei cittadini (cf n. 33). Non tutto dipende da entità che superano le capacità degli individui e agiscono fuori dal nostro controllo. Questo significa che abbiamo a nostra disposizione strumenti importanti per contribuire alle soluzioni di tanti problemi anche sul piano monetario e finanziario. «Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora non è soltanto opera di entità che agiscono fuori dal nostro controllo ma ricade anche nella sfera delle nostre responsabilità. Questo significa che abbiamo a nostra disposizione strumenti importanti per poter contribuire alla soluzione di tanti problemi. Ad esempio, i mercati vivono grazie alla domanda ed all’offerta di beni: a questo proposito, ciascuno di noi può influire in modo decisivo almeno nel dar forma a quella domanda. Risulta pertanto quanto mai importante un esercizio critico e responsabile del consumo e dei risparmi. Fare la spesa, impegno quotidiano con cui ci dotiamo anzitutto del necessario per vivere, è altresì una forma di scelta che operiamo fra i vari prodotti che il mercato offre. È una scelta con cui optiamo sovente in modo non consapevole per beni la cui produzione avviene magari attraverso filiere in cui è normale la violazione dei più elementari diritti umani o grazie all’opera di aziende la cui etica di fatto non conosce altri interessi al di fuori di quelli del profitto ad ogni costo dei loro azionisti. Occorre orientarci alla scelta di quei beni alle cui spalle sta un percorso degno dal punto di vista etico, poiché anche attraverso il gesto, apparentemente banale, del consumo noi esprimiamo nei fatti un’etica e siamo chiamati a prendere posizione di fronte a ciò che giova o nuoce all’uomo concreto. Qualcuno ha parlato a questo proposito di “voto col portafoglio”: si tratta infatti di votare quotidianamente nei mercati a favore di ciò che aiuta il benessere reale di noi tutti e di rigettare ciò che ad esso nuoce»;[30]
  • la gestione dei propri risparmi, indirizzandoli, ad esempio, verso quelle aziende che operano con chiari criteri, ispirati ad un’etica rispettosa di tutto l’uomo e di tutti gli uomini ed in un orizzonte di responsabilità sociale;
  • più in generale, ciascuno è chiamato a coltivare pratiche di produzione della ricchezza che siano consone alla nostra indole relazionale e protese ad uno sviluppo integrale della persona;
  • non rimanere da soli a lottare. Unirsi agli altri. Davanti all’imponenza e pervasività degli odierni sistemi economico-finanziari, potremmo essere tentati di rassegnarci al cinismo ed a pensare che con le nostre povere forze possiamo fare ben poco. In realtà, ciascuno di noi può fare molto, specialmente se non rimane solo. Numerose associazioni provenienti dalla società civile rappresentano in tal senso una riserva di coscienza e di responsabilità sociale di cui non possiamo fare a meno. Oggi più che mai, siamo tutti chiamati a vigilare come sentinelle della vita buona ed a renderci interpreti di un nuovo protagonismo sociale, improntando la nostra azione alla ricerca del bene comune e fondandola sui saldi principi della solidarietà e della sussidiarietà. Ogni gesto della nostra libertà, anche se può apparire fragile ed insignificante, se davvero orientato al bene autentico, si appoggia a Colui che è Signore buono della storia, e diviene parte di una positività che supera le nostre povere forze, unendo indissolubilmente tutti gli atti di buona volontà in una rete che collega cielo e terra, vero strumento di umanizzazione dell’uomo e del mondo (nn. 33-34).
  1. L’enciclica «Fratelli tutti»

 

Nell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco,[31] viene ribadita l’urgenza di una «nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale».[32]

Due sono i principi fondamentali a cui appella papa Francesco in vista della distribuzione equa della ricchezza e della promozione della dignità delle persone, dei diritti dei singoli e dei gruppi: il principio della fraternità e il principio della giustizia sociale.

Per giungere, a livello nazionale ed internazionale, a risultati significativi di protezione dalle diseguaglianze e di giustizia, secondo papa Francesco, occorre non la concentrazione ma la distribuzione del potere o, meglio, dell’autorità – politica, economica, militare, tecnologica – tra una pluralità di soggetti, nonché la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi. Solo così si ottiene la limitazione di quello strapotere che spesso si trova concentrato nelle mani di pochi. La preoccupazione di papa Francesco è quella che la necessaria autorità politica mondiale, richiesta dalla realizzazione del bene comune della famiglia umana, non sia prospettata come un superpotere, una specie di Leviatano, ossia un’autorità che è nelle mani di uno o di pochi. Papa Francesco suggerisce che la costituzione di un’autorità mondiale non deve avvenire soppiantando i vari livelli di autorità presenti negli Stati nazionali, singoli o uniti, come gli USA o, in diversa maniera, la UE, sussumendoli in un unico potere centralizzato che governa senza limiti, con un potere assoluto, in spregio al principio di sussidiarietà e al diritto. La costituzione di un’autorità politica mondiale, come anche lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, deve avvenire in maniera democratica, dal basso, mediante accordi tra i governi nazionali che individuano, in maniera imparziale, forme di autorità dotate di un reale potere di sanzione.

«Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare – spiega papa Francesco – a un’autorità personale. Tuttavia, dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali».[33] Di seguito, il pontefice afferma che per dar concretezza al concetto di «famiglia di Nazioni» si rende necessaria la riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sia dell’architettura economica e finanziaria internazionale. Ciò deve avvenire mediante limiti giuridici ben precisi, perché non si deve trattare di un’autorità cooptata solo da alcuni Paesi e nemmeno di un’autorità che impone vincoli culturali o che riduce le libertà essenziali delle Nazioni più deboli a causa di differenze ideologiche. Quella internazionale è una comunità giuridica fondata sulla sovranità di ogni Stato membro, senza subordinazioni che ne neghino o ne limitino l’indipendenza. Il compito delle Nazioni Unite va visto, piuttosto, come lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto a servizio della realizzazione della fraternità universale. L’indebolimento dell’organizzazione delle Nazioni Unite e della Carta delle Nazioni rende tutti più poveri di quegli strumenti normativi che rafforzano la cura del bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli. Per sopperire alle carenze della Comunità internazionale, nella linea del principio della sussidiarietà, sono importanti tante aggregazioni e organizzazioni della società civile, che integrano in maniera complementare l’azione degli Stati.

 

 

  1. Un caso concreto dei danni che può provocare l’eccessiva finanziarizzazione e che rende evident3 la necessaria regolamentazione dei mercati

Come si è già detto viviamo un tempo in cui spesso la finanza non è sempre al servizio della democrazia e del bene comune, ma resta ancora un complesso sistema speculativo che ha come obiettivo il perseguimento del massimo profitto nel più breve tempo possibile. Questo processo, invece che puntare ad aiutare le imprese a crescere con strumenti finanziari adeguati e con politiche di erogazione del credito responsabili per affrontare la sfida della competitività in un mercato sempre più globalizzato senza perdere di vista sviluppo integrale, democrazia e partecipazione, finisce per mettere da parte la promozione della persona e dei popoli, aggravandone le condizioni di vita.

Un esempio dei problemi provocati da un’economia che ha puntato solo sul profitto dimenticando gli altri fattori del lavoro e della produzione viene proprio in questi giorni dall’Inghilterra. Come sappiamo anche in Italia il costo dell’energia è aumentato in modo quasi esponenziale, per effetto del trend di forte crescita delle quotazioni internazionali delle materie prime energetiche, con il conseguente aumento delle tariffe delle utenze sia per le persone che per le imprese. Oltre a quanto si dirà in seguito circa l’Inghilterra, l’aumento delle tariffe dell’energia, che è un bene essenziale per imprese e famiglie, provoca anche un aumento dei costi di produzione che viene scaricato direttamente sul consumatore finale, che subisce il conseguente aumento del prezzo dei beni di consumo.

È risaputo che quando il costo dell’elettricità e del gas sale, salgono anche i fatturati e i profitti delle società operanti nel settore. Quindi, con le bollette alle stelle anche le imprese dell’energia dovrebbero fare affari d’oro. In Inghilterra non è stato così. Anzi, si è verificato l’esatto contrario. Infatti, sono già numerose le imprese del settore fallite o in via di fallimento con la conseguenza che milioni di consumatori si sono ritrovati senza acqua calda, riscaldamento ed elettricità. Ma com’è possibile tutto ciò? È, anche questa, una conseguenza dell’estrema finanziarizzazione che ha subito il settore dell’energia. Le società che comprano e vendono elettricità e gas da fornitori di servizi essenziali per la collettività si sono trasformate in meri operatori finanziari che scommettono sul costo dell’energia in modo tale da garantirsi un alto profitto e propongono contratti che sono fondati proprio su queste scommesse azzardate. E si sa che se si sbaglia la scommessa si perde tutto. In sostanza, queste società non avevano previsto un aumento così rilevante del costo dell’energia e si erano impegnate a vendere a prezzi inferiori arrivando così al default. E in Italia? Secondo gli economisti qualcosa del genere, cioè fallimenti di imprese operanti nel settore energetico, potrebbe succedere anche in Italia perché i meccanismi alla base sono gli stessi, ma noi abbiamo una cultura meno finanziarizzata rispetto agli inglesi. Inoltre, in Italia occorre tenere conto del mercato tutelato che induce gli operatori a comportarsi con maggiore prudenza. Va detto, però, che nonostante la decisione di spostare la fine del mercato tutelato per i clienti domestici al 1° gennaio 2024, le tariffe italiane del gas e dell’elettricità hanno comunque subito dal 1° gennaio 2022 degli aumenti esorbitanti che stanno mettendo in difficoltà famiglie e imprese. E ciò, in un mercato che si definisce tutelato perché il regime tariffario è stabilito dall’ARERA ovvero dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. La scelta di porre fine al servizio di maggior tutela arriva come diretta conseguenza della normativa europea in materia di liberalizzazione volta a favorire una più ampia concorrenza tra gli operatori, che però allo stato non ha prodotto grandi risultati dal punto di vista tariffario.

Anche questa vicenda evidenzia con chiarezza, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di una superiore regolazione dei mercati finanziari che deve essere emanata da un’autorità mondiale per evitare le distorsioni di cui si è parlato sopra, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Della necessità di una regolazione del mercato finanziario si sono mostrati convinti anche i leader del G20, che il 30 e il 31 ottobre scorsi a Roma hanno convenuto di attuare, entro il 2023, nuove norme per un sistema fiscale internazionale più equo e più stabile che comprenda un’imposta minima globale sulle società pari ad almeno il 15%. Questa decisione, anticipata pochi mesi prima dal G7, tenutosi dall’11 al 13 giugno 2021, si inserisce nell’ambito di una regolazione del mercato internazionale più volta auspicata. Secondo alcuni esperti, si pensi all’economista francese Thomas Piketty, un tale risultato è piuttosto modesto. Tant’è che persino i paradisi fiscali come l’Irlanda e la Svizzera prevedono una soglia simile di imposta.

Della necessità di una disciplina del mercato si è reso interprete anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel Messaggio di fine anno pronunciato il 31 dicembre scorso ha testualmente affermato che «Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico».

Per quanto concerne la ripresa economica i leader del G20 hanno anche osservato che nel 2021 l’economia mondiale è ripartita con un ritmo sostenuto grazie alla diffusione dei vaccini e al costante sostegno delle istituzioni. Tuttavia, la ripresa varia considerevolmente da un Paese all’altro e anche all’interno dei singoli paesi. Per questo motivo il G20 continua a essere determinato a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per tutto il tempo necessario al fine di affrontare le conseguenze avverse della pandemia, in particolare per le persone più colpite, quali donne, giovani e lavoratori informali e poco qualificati, e per la disuguaglianza. I leader hanno accolto con favore i progressi compiuti nel quadro dell’iniziativa del G20 di sospensione del servizio del debito, che secondo le stime avrebbe consentito il rinvio di almeno 12,7 miliardi di dollari USA di servizio totale del debito tra il maggio 2020 e il dicembre 2021, di cui hanno beneficiato 50 paesi. Il G20 continuerà a prestare attenzione nei confronti delle sfide economiche mondiali quali le perturbazioni delle catene di approvvigionamento. Si tenga, però, presente che quanto viene concordato tra i Paesi del G20 non ha immediata efficacia esecutiva fino a quando non venga recepito direttamente dai singoli Stati. In tutto questo manca ancora un ruolo di guida dell’Unione europea la cui governance potrebbe incidere in modo rilevante rispetto al mercato mondiale.

  1. A mo’ di conclusione: declinare la fraternità nell’ambito della finanza

 

Poiché una riforma radicale del sistema finanziario e monetario internazionale non appare ancora compiuta, rimangono in piedi tutti i rischi di una nuova crisi finanziaria mondiale, in tutta la sua drammaticità e negatività per i popoli e la democrazia. Occorre, dunque, pensare ad una seria ricezione sia del Documento OEPQ sia della FT, anzitutto nei vari ambienti ove si punta alla formazione di una nuova cultura finanziaria, ossia nelle università e nelle istituzioni culturali, perché nei vari curricula siano approfonditi e sviluppati nelle loro linee antropologiche ed etiche, nella prospettiva di una fraternità universale. Essi devono diventare fermento di nuove prassi, aiutando a superare l’ideologia mercantilistica oggi prevalente. In secondo luogo, come più volte ricordato, è senz’altro indispensabile che sia capovolto l’attuale primato della finanza sulla politica, un primato che sminuisce ed erode la sovranità dei popoli. Dev’essere, cioè, recuperato il primato della politica sull’economia e sulla finanza. In vista di ciò va proseguita la riflessione e la riforma dell’attuale capitalismo finanziario, fondamentalmente speculativo, che attraverso le grandi «famiglie» bancarie e le grandi corporazioni industriali – quest’ultime in gran parte proprietarie delle prime – domina e controlla il mondo. All’attuale oligopolio finanziario mondiale non corrisponde un’autorità politica altrettanto mondiale, democratica, strutturata in termini di sussidiarietà e di poliarchia, che lo possa regolamentare efficacemente al servizio del bene comune della famiglia umana. Con il suddetto recupero del primato della politica non si intende affatto indicare un Governo Mondiale Unico, un governo dispotico da parte di un Superstato, implicante la visione di un mondo ridotto ad unità produttiva, l’indebolimento degli Stati-Nazione e la loro sostituzione con una sovranità sopranazionale che li subordina a sé come ingranaggi di un sistema più vasto. Non si pensa ad un sincretismo cultural-religioso, ovvero una specie di religione cosmica-universale che rimpiazzi le diverse confessioni di fede e le rispettive culture, e che non intacchi la cultura tecnocratica dominante; e neppure ad una ONU come sistema o unica istituzione che impone le politiche sociali, economiche, culturali che permettano il dominio politico del mondo da parte del Potere finanziario transnazionale. Va rammentato in proposito che le varie istituzioni, comprese quelle internazionali, non possono adottare indifferentemente qualsiasi configurazione, proprio a motivo dell’«essenza» antropologica ed etica che deve caratterizzarle, «specificandole» rispetto al bene comune, ai principi di solidarietà e di sussidiarietà e ai valori democratici. Nella più volte citata Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della pace, in particolare, oltre alla riforma dell’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite, si suggerisce anche quella delle Agenzie connesse, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che, pur essendo nati con una vocazione e un mandato di governo della finanza, hanno fallito platealmente l’obiettivo della stabilità monetaria e del ridimensionamento significativo delle situazioni di povertà. Si suggerisce, inoltre, di innovare anche rispetto al «G8» e al «G20», e di procedere alla costituzione di banche centrali regionali, supportate da entità politiche corrispondenti. Secondo il Pontificio Consiglio, il processo di riforma delle istituzioni internazionali dovrebbe svilupparsi avendo come punto di riferimento l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in ragione dell’ampiezza mondiale delle sue responsabilità, della sua capacità di riunire le Nazioni della terra e della diversità dei suoi compiti e di quelle delle sue Agenzie specializzate. Il frutto di tali riforme dovrebbe essere una maggiore capacità di adozione di politiche e scelte vincolanti poiché orientate alla realizzazione del bene comune a livello locale, regionale e mondiale. Tra le politiche appaiono più urgenti quelle relative alla giustizia sociale globale: politiche finanziarie e monetarie che non danneggino i Paesi più deboli; politiche volte alla realizzazione di mercati liberi e stabili e ad un’equa distribuzione della ricchezza mondiale mediante anche forme inedite di solidarietà fiscale globale. Nel cammino della costituzione di un’Autorità politica mondiale non si possono disgiungere le questioni della governance (ossia di un sistema di semplice coordinamento orizzontale senza un’Autorità super partes) da quelle di un shared government (ossia di un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, stabilisca un’Autorità super partes) funzionali e proporzionate al graduale sviluppo di una società politica mondiale. La costituzione di un’Autorità politica mondiale non può essere raggiunta senza la previa pratica del multilateralismo, non solo a livello diplomatico, ma anche e soprattutto nell’ambito dei piani per lo sviluppo sostenibile e per la pace. A un governo sovranazionale non si può pervenire se non dando espressione politica a preesistenti interdipendenze e cooperazioni.

La conclusione del ragionamento condotto in queste pagine deve partire dal presupposto che la finanza deve essere ricondotta nell’alveo del servizio all’economia reale e del bene comune, perché un’attività finanziaria così orientata assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico dei paesi e dei popoli. La finanza deve, quindi, tornare ad essere uno strumento diretto al corretto funzionamento dei sistemi economici. Un sistema economico-finanziario in cui gli operatori non devono limitarsi a prestare denaro a chi lo ha già perché dispone di adeguate garanzie e nega l’accesso al credito a chi ne ha più necessità, ma si trova in condizioni di sofferenza. Oggi di fronte al pericolo del crollo della piccola imprenditoria e dell’artigianato, che costituisce gran parte del tessuto economico italiano, stanno nascendo fondi di microcredito solidale e fraterno per coloro che non possono rientrare nelle condizioni di accesso richieste dalle grandi banche o da quei fondi che, istituiti dalle banche e dallo Stato, in principio sono destinati solo alle medie e grandi imprese. Sono, questi, alcuni esempi di quello che può significare la declinazione della fraternità da parte delle imprese finanziarie.[34]

Va superata l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia e della società, che negli ultimi decenni ha avuto uno sviluppo impressionante e che ha finito con il determinare l’idea secondo cui sarebbe la finanza speculativa a creare ricchezza, molto di più e assai più in fretta dell’attività lavorativa.[35] La crisi in atto non troverà una definitiva soluzione fino a quando la politica e il corpo sociale non riprenderanno in mano il governo dell’attività finanziaria, indirizzandola al suo fine naturale che è quello di porsi al servizio degli investimenti, della produzione, degli scambi.[36] Le banche commerciali e di investimento e le varie istituzioni finanziarie sono chiamate a riappropriarsi del fine proprio del fare finanza. Per le autorità di governo la crisi dice due cose fondamentali. In primo luogo, che la critica sacrosanta allo «Stato interventista» in nessun modo può valere a disconoscere il ruolo centrale dello «Stato regolatore». In secondo luogo, che le autorità pubbliche collocate ai diversi livelli di governo devono consentire, anzi favorire, la nascita e il rafforzamento di un mercato finanziario pluralista, un mercato cioè in cui possano operare in condizioni di oggettiva parità soggetti diversi per quanto concerne il fine specifico che essi attribuiscono alla loro attività. Si pensi alle banche del territorio – da non confondere con le banche di territorio –, alle banche di credito cooperativo, alle banche etiche, ai vari fondi etici. Si tratta di enti che, oltre a non proporre ai propri sportelli «finanza creativa», svolgono soprattutto un ruolo complementare, e dunque equilibratore, rispetto agli agenti della finanza speculativa.[37] La questione del rapporto tra etica e finanza, nell’ambito di una vera e propria rimoralizzazione di quest’ultima, assume un ruolo centrale nella riflessione che deve guidare il cambiamento e il governo di questi fenomeni complessi. Anche perché aumenta d’intensità la critica ad un sistema che punta esclusivamente alla massimizzazione dei profitti, senza considerare, oltre agli aspetti economici, anche quelli sociali e ambientali. Sono questi i motivi per i quali si deve parlare sempre più di finanza sostenibile e così pure di finanza etica, di una finanza, cioè, attenta alle conseguenze sociali e ambientali dei propri finanziamenti e dei propri investimenti, come pure degli assetti proprietari e delle scelte imprenditoriali. Detto altrimenti, di una finanza che pone alla propria base una prospettiva etica. A questo proposito l’art. 111-bis del d.lgs 1° settembre 1993 n. 385, così come introdotto dall’art. 1, comma 51, della legge 11 dicembre 2016 n. 232, ha precisato quali devono essere i principi della finanza etica e sostenibile evidenziandone gli obiettivi di natura sociale.[38]

Fanno ben sperare i comportamenti economici responsabili di gruppi di cittadini attivi che sostengono la nascita delle banche eticamente orientate. Parimenti incoraggia quel movimento internazionale che ha portato alla nascita dell’agricoltura biologica, alla spinta per le energie rinnovabili, alle pratiche del commercio equo e solidale, al turismo responsabile, alla nascita delle cooperative sociali e del ruolo nel welfare del non profit. Si tenga presente che la finanza etica riconosce implicitamente i valori positivi del libero mercato e quindi mira a recuperare e a stimolare il valore delle relazioni e delle finalità in campo economico.[39] Che le banche eticamente orientate non siano un miraggio, bensì una realtà solida, lo dimostra il fatto che sono state più resilienti negli anni della crisi finanziaria globale prima, e dei debiti sovrani poi. Il che configura queste banche come più stabili e paladine dell’intermediazione creditizia tradizionale.[40] Il segreto della tenuta e della robustezza delle banche etiche è dato, in assenza peraltro di incentivi politici e normativi, soprattutto sia dalla spinta degli utenti della finanza sia dalle forti relazioni che si instaurano tra clienti e operatori della finanza etica. Tale legame è cruciale, dato che per creare il mercato occorre che i potenziali utenti della finanza etica scelgano di usarla, non solo per la tipologia e il costo dei prodotti, ma anche apprezzandone gli obiettivi strategici sociali e ambientali. Si creano così legami relazionali basati sulle idealità della finanza etica, che si affiancano ai classici legami commerciali.[41]

Sono diverse le proposte che vengono avanzate al fine di rendere accessibile il credito specie alle persone senza lavoro, con varie difficoltà economiche. Esse vanno dal sostegno a istituti che praticano la finanza non speculativa al microcredito, dall’investimento socialmente responsabile ai fondi etici. Ma per un vero cambio di passo occorre cambiare mentalità, superare l’idolatria del denaro e le prassi usurarie da parte delle stesse banche, abbracciare la sobrietà e la solidarietà col connesso bene comune. Si deve rivedere in maniera profonda il modello di sviluppo materialistico e consumistico. Va ripensata tutta la finanza in termini più etici, senza moralismi, senza demonizzazioni unilaterali degli stessi derivati, che sono semplici strumenti, che possono essere utilizzati nel bene e nel male. Si deve investire sulla crescita integrale dei più poveri, inserendoli a pieno diritto nella comunità dei popoli.[42]

In attesa di una seria riforma del sistema monetario e finanziario sono apparsi, quali segni di una finanza più attenta ai temi dell’ecologia, i green bond. Si tratta di strumenti finanziari che raccolgono fondi in vista del finanziamento di progetti che hanno effetti ambientali e climatici positivi: per l’efficienza energetica, per la produzione di energia da fonti rinnovabili, per le bonifiche, il riciclo, ecc. I green bond stanno avendo un vero boom internazionale[43] e rappresentano il primo segnale di attenzione rispetto ai temi che sono sempre più al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

Non va, infine, dimenticato che, in un simile contesto, diventa cruciale un’adeguata e permanente educazione alla finanza strutturata eticamente, quale strumento essenziale di uno sviluppo integrale, inclusivo e sostenibile non velleitario. In ultima istanza, costituisce la precondizione insuperabile per la tenuta etica della finanza una vita spirituale intensa, secondo la logica del dono e della fraternità, ossia aperta alla Trascendenza.

 

+ Mario Toso

Vescovo di Faenza-Modigliana

[1] Sul tema dell’ecologia integrale si rinvia a M. TOSO, Ecologia integrale dopo il coronavirus, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2020.

[2] E. GLIOZZI, La tutela del risparmio e la banca universale, in Giur. comm., 2015, I, 465 ss.. Il 26 giugno 2018 fu pure presentato al Senato il disegno di legge S. 343 – XVIII Leg., avente ad oggetto “Modifica all’articolo 10 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, in materia di separazione tra le banche commerciali e le banche d’affari”, il quale però non ha avuto seguito.

[3] Ne è un chiaro segnale il recente intervento delle Sezioni Unite della Cassazione a protezione delle finanze degli enti pubblici, con la sentenza 12 maggio 2020, n. 8770 in cui si prevede la nullità dei contratti derivati caratterizzati dalla presenza di una connotazione speculativa a dispetto della finalità di copertura prospettata dall’intermediario nella negoziazione con un ente pubblico territoriale e ciò per la immeritevolezza degli interessi perseguiti ex art. 1322 c.c. ovvero per la mancanza di causa in concreto.

[4] «Alcuni prodotti finanziari, fra cui i cosiddetti “derivati”, sono stati creati – si legge nel Documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones su cui ritorneremo al temine di questo excursus – allo scopo di garantire un’assicurazione sui rischi inerenti a determinate operazioni, spesso contenenti anche una scommessa effettuata sulla base del valore presunto attribuito a quei rischi. Alla base di tali strumenti finanziari stanno contratti in cui le parti sono ancora in grado di valutare ragionevolmente il rischio fondamentale su cui ci si vuole assicurare. Tuttavia, per alcune tipologie di derivati (in particolare quelli aventi come sottostante titoli, denominate asset backed securities, emessi in occasione di operazioni di cartolarizzazioni o securitizations) si è assistito al fatto che a partire dalle strutture originarie, e collegate ad investimenti finanziari individuabili, venivano costruite strutture sempre più complesse (cartolarizzazioni di cartolarizzazioni), in cui è assai difficile – dopo varie di queste transazioni, quasi impossibile – stabilire in modo ragionevole ed equo il loro valore fondamentale. Ciò significa che ogni passaggio, nella compravendita di questi titoli, al di là del volere delle parti, opera di fatto una distorsione del valore effettivo di quel rischio da cui invece lo strumento dovrebbe tutelare. Tutto questo ha quindi favorito il sorgere di bolle speculative, le quali sono state importanti concause della recente crisi finanziaria. È evidente che l’aleatorietà sopravvenuta di questi prodotti – la dissolvenza crescente della trasparenza di ciò che assicurano – che nell’operazione originaria ancora non emerge, li rende sempre meno accettabili dal punto di vista di un’etica rispettosa della verità e del bene comune, poiché li trasforma in una sorta di ordigni ad orologeria, pronti a deflagrare prima o poi la loro inattendibilità economica e ad intossicare la sanità dei mercati. Si verifica qui una carenza etica che diviene tanto più grave quanto più tali prodotti sono negoziati sui cosiddetti mercati non regolamentati (over the counter) – esposti più dei mercati regolamentati all’azzardo, quando non alla frode – e sottraggono linfa vitale ed investimenti all’economia reale. Simile valutazione etica può essere effettuata anche nei confronti di quegli utilizzi dei credit default swap (CDS: i quali sono particolari contratti di copertura del rischio di insolvenza) che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte anche a chi non ha già assunto in precedenza un rischio di credito, e addirittura di reiterare tali operazioni sul medesimo evento, la qual cosa non è assolutamente consentita dai normali patti di assicurazione. Il mercato dei CDS, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero PIL mondiale. Il diffondersi senza adeguati limiti di tale tipo di contratti, ha favorito il crescere di una finanza dell’azzardo e della scommessa sul fallimento altrui, che rappresenta una fattispecie inaccettabile dal punto di vista etico» (Congregazione per la Dottrina della Fede-Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (=OEPQ), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018, n. 26).

[5] Il primo di questi accordi risale al 1988 (Basilea 1) ed è stato sostituito dal successivo accordo di Basilea 2, emanato nel 2004 e definitivamente emendato nel 2006, diretto a fissare i criteri per valutare l’adeguatezza patrimoniale delle banche con operatività internazionale. L’accordo di Basilea 2 è stato sostituito con l’accordo di Basilea 3 (Schema di regolamentazione internazionale per il rafforzamento delle banche e dei sistemi bancari), adottato nel dicembre 2010, successivamente modificato nel giugno 2011 (45) e recepito dal regolamento UE n. 575/2013 e dalla direttiva 2013/36/UE. Principio guida degli accordi di Basilea è che le banche debbono dotarsi di un ammontare minimo di mezzi patrimoniali (fondi propri) per far fronte ai rischi della propria attività ed alle conseguenti perdite che ne potrebbero scaturire.

[6]  Fra le tante misure, si richiama il D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (cosiddetto Decreto Cura Italia), convertito in legge con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, contenente misure di sostegno finanziario alle micro, piccole e medie imprese (art. 56) e disposizioni in materia di ritardi o inadempimenti contrattuali derivante dall’attuazione delle misure di contenimento del contagio (art. 91). Si richiama anche il D.L. 8 aprile 2020, n. 23 (cosiddetto Decreto Liquidità), convertito in legge con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020, n. 40, il quale prevede, tra le varie misure, la concessione di garanzie da parte di SACE s.p.a. (art. 1) o del Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese (art. 13), a sostegno dei finanziamenti bancari richiedibili anche in deroga al divieto comunitario di aiuti di Stato.

[7] La crisi entropica della finanza manifesta nelle sue dinamiche strutturali l’esaurimento di un modello di finanza, di economia, di società, che ha dominato la scena dall’ultimo quarto del secolo scorso e, conseguentemente, la natura effimera dell’etica, dell’antropologia, dell’ideologia che a quel modello hanno offerto i titoli di legittimazione.

 

[8] Cf Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011.

[9] Cf Benedetto XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009.

[10] Leaders’ Statement, The Pittsburgh Summit, September 24-25, 2009; Annex, 1: «La crisi economica dimostra l’importanza di avviare una nuova era dell’economia globale fondata sulla responsabilità».

[11] Cf Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Un nuovo patto finanziario internazionale 18 novembre 2008. Nota su finanza e sviluppo in vista della Conferenza promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Doha, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano 2009. Prima ancora il Pontificio Consiglio si è interessato delle ricorrenti crisi finanziarie e della necessità di nuove istituzioni pubblicando i seguenti testi: Antoine De Salins-François Villeroy De Galhau, Il moderno sviluppo delle attività finanziarie alla luce delle esigenze etiche del cristianesimo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994; Social and Ethical Aspects of Economics, Atti relativi al I Seminario  di economisti organizzato il 5 novembre 1990 presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Vatican Press, Vatican City 1992; World Development and Economic Institutions, Atti del II Seminario di economisti organizzato il 4 gennaio 1993, Vatican Press, Vatican City 1994. Entrambi i Seminari sono stati possibili grazie alla collaborazione dei professori Ignazio Musu e Stefano Zamagni, esperti del Pontificio Consiglio.

[12] Con riferimento alla riforma delle grandi istituzioni internazionali si rimanda a: M. TOSO, «Oltre la crisi»: qualcosa si muove, ma lentamente, in AA.VV., Per una finanza responsabile e solidale. Problemi e prospettive, a cura di M. Crosti e M. Mantovani, LAS, Roma 2013, pp. 265-284.

[13] Sono stati presi alcuni provvedimenti, che hanno contribuito a modificare un po’ il panorama dei mercati. Ci riferiamo qui, anzitutto, alla decisione del Dipartimento della Giustizia americano, che ha chiesto di infliggere una multa pecuniaria di oltre 5 miliardi di dollari al colosso del rating Standard & Poor’s (S&P). Si tratta di un duro colpo inferto all’anarchia e all’avidità del capitalismo finanziario e del suo sistema ideologico. È stata, poi, avanzata una proposta di regolamentazione dei «derivati Otc» (over the counter, ossia negoziati sotto banco, fuori dalla Borsa) come primo punto dell’agenda per il 2013 della SEC (Securities and Exchange Commission), come anche è stata prevista una stretta sugli Istituti di credito. Il 13 marzo 2013 il Parlamento europeo ha dato il via libera al cosiddetto Two Pack, ovvero il nuovo regolamento di stabilità economica. Il provvedimento assegna alla Commissione europea un ruolo del tutto inedito: la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei 17 Paesi della zona euro (a partire dal 2014) ed eventualmente di porre il veto, mentre sino ad oggi poteva esprimere solo raccomandazioni.

[14] Sono stati compiuti alcuni passi nella direzione della separazione tra attività finanziarie speculative e normali attività creditizie e di risparmio:

  1. a) dal Governo della Cancelliera Angela Merkel. Esso ha approvato il 7 febbraio 2013 una proposta di legge, che impone alle banche la separazione di cui sopra. Il progetto inasprisce anche le pene per quei banchieri che mettono a rischio la sopravvivenza degli Istituti di credito attraverso speculazioni inappropriate;
  2. b) dall’esecutivo francese che, nel dicembre 2012, ha programmato per il febbraio 2013 la discussione in Parlamento di una disposizione simile e, inoltre, ha previsto anche il divieto per gli scambi ad alta frequenza e le speculazioni sui prezzi dei prodotti agricoli;
  3. c) dal Governo britannico che ha pure approvato nel 2013 il cosiddetto Banking Bill, che prevede la separazione forzata tra le attività retail e quelle di investment banking di un istituto per prevenire un eventuale “contagio”; l’obbligo di differire il pagamento dei bonus ai banchieri per scoraggiare posizioni rischiose con un’ottica di breve termine; e la responsabilità penale dei dirigenti per il fallimento di una banca (si veda Il Sole 24 Ore del 17 dicembre 2013).

 

[15] Rispetto alla cosiddetta Tobin Tax, veniva costantemente sollevata l’obiezione che essa non poteva essere efficace se non fosse stata introdotta contemporaneamente in tutto il mondo, perché avrebbe provocato una fuga di capitali. In realtà, i problemi nodali erano ben altri. Va denunciata la falsità di certi luoghi comuni. Il mito più radicato – che, per produrre vantaggi, occorreva che essa fosse applicata in tutto il mondo – era smentito dal fatto che una tassa simile era vigente in una quarantina di Paesi, senza che fosse intercorso un accordo internazionale e senza che vi fossero state fughe ingenti di capitali verso altri Paesi. La Gran Bretagna, che si opponeva alla Tobin Tax, in realtà applicava già al suo interno qualcosa di simile, tramite la stamp-duty. Si trattava di un’imposta di bollo e di registro, in vigore da anni, che non ha impedito alla Borsa di Londra di essere, insieme a Wall Street, la principale piazza finanziaria del mondo.

[16] Cf FRANCESCO, Evangelii gaudium, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013 (=EG).

[17] Su questi aspetti e sulle cause dell’ideologia della deregolamentazione si rinvia a G. Tremonti, Uscita di sicurezza, Rizzoli, Milano 2012, pp. 57-66.

[18] Cf V. VISCO, Crisi finanziaria, debiti privati e debiti pubblici, in G. Nardozzi – F. Silva (a cura di), La globalizzazione dopo la crisi, Francesco Brioschi, Milano 2013, pp. 35 e sgg.

[19] Cf G. Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini, Editori Laterza, Roma-Bari 2014, p. 12.

[20] Per comprendere meglio queste affermazioni può tornare utile la lettura di: Z. Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” (Falso!), Laterza, Roma-Bari 2013.

[21] Cf Francesco, Laudato sì’ (=LS), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015.

[22] Tra coloro che hanno chiesto la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale si è mosso anche il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con la pubblicazione di alcune riflessioni che rimangono ancora attuali. Si veda in proposito Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011 (terza ristampa 2013). In questa linea si è posto il più recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede-Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (=OEPQ), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018, anche se appare un po’sfuocata l’urgenza della riforma dell’architettura economica e finanziaria internazionale, congiuntamente a quella dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

 

[23] LS n. 189.

[24] Cf Congregazione per la Dottrina della Fede-Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (=OEPQ), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018.

[25] Muovendo dalla riflessione eminentemente teologica, antropologica ed etica della CIV, il Pontificio Consiglio rilevava il sovradimensionamento valoriale, l’autonomia senza limiti, l’incapacità di autoregolazione della nuova finanza.  Proponeva che ne fosse ripristinata l’identità e la funzionalità secondo la verità di un’autonomia non incondizionata, ma relativa alle persone e ai popoli, quali soggetto, fondamento e fine di esso. Nelle riflessioni della Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, i mercati finanziari sono definiti «bene collettivo» (cf p. 20), «bene pubblico» (cf p. 29), perché costituiscono una delle condizioni fondamentali per la realizzazione del bene comune mondiale e dello sviluppo integrale ed inclusivo.

[26] Cf S. ZAMAGNI, Verso una nuova finanza il cammino ora è segnato, in «Avvenire» (Martedì, 12 giugno 2018), p. 3.

[27] Cf M. TOSO, Welfare Society. La riforma del welfare: l’apporto dei pontefici, LAS, Roma 2003, pp. 78-79. Per la Chiesa non esiste separazione tra economia e morale. Esiste l’autonomia dell’economia, ma ciò non significa che questa sia totalmente autonoma rispetto all’ordine morale. L’economia sia come attività sia come scienza ha propri principi e leggi proprie ma essi sono connessi con l’ordine morale.

[28] Secondo l’attuale Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, ossia il professore Stefano Zamagni, nel Documento si attribuisce anche importanza al principio della responsabilità adiaforica, di cui quasi mai si parla. Il paragrafo 14 recita: «Inoltre, al di là del fatto che molti suoi operatori siano singolarmente animati da buone e rette intenzioni, non è possibile ignorare che oggi l’industria finanziaria, a causa della sua pervasività e della sua inevitabile capacità di condizionare e – in un certo senso – di dominare l’economia reale, è un luogo dove gli egoismi e le sopraffazioni hanno un potenziale di dannosità della collettività che ha pochi eguali». In sostanza, si fa riferimento qui ad una «struttura di peccato», come la chiamò, per primo nella Dottrina sociale della Chiesa, Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis del 1987. «Non è il solo operatore di borsa, o banchiere o uomo d’affari – scrive Zamagni – ad essere responsabile delle conseguenze delle azioni che pone in atto. Anche le istituzioni economiche, se costruite su premesse di valore contrario ad un’etica amica dell’uomo, possono generare danni enormi a prescindere dalle intenzioni di coloro che in esse operano» (S. Zamagni, Verso una nuova finanza il cammino ora è segnato, in «Avvenire» [Martedì, 12 giugno 2018], p. 3).

[29] Cf Congregazione per la Dottrina della Fede-Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018, nn. 18-33.

[30] Come? Innanzitutto, prendendo coscienza, da parte dei cittadini-consumatori, che dietro il sottocosto spesso si nasconde un sottosalario. In secondo luogo, informandosi sulle varie pagelle che vengono sempre più pubblicate circa la sostenibilità sociale ed ambientale delle multinazionali del cibo mondiale. Si tenga presente che in Italia sta invalendo l’uso di approntare liste di imprese che nel lavoro non usano il caporalato.

[31] Cf Francesco, Fratelli tutti (=FT), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020.

[32] Ib., 170.

[33] Ib., 172.

[34] Cf M. TOSO, Per un’economia che fa vivere tutti, Libreria Editrice Vaticano, Città del Vaticano 2015, p. 46.

[35] Cf S. ZAMAGNI, Laudata economia, ViTrenD, Fondazione Don Lorenzo Guetti, Vita Trentina Editrice sc, Trento 2020, pag. 147.

[36]Cf S. ZAMAGNI, La lezione e il monito di una crisi annunciata, Rivista di Studi Politici, Bologna 2009, n. 1, p. 7.

[37] Cf ib, p. 19.

[38] D.lgs. 1° settembre 1993 n. 385, art. 111-bis (Finanza etica e sostenibile): “Sono operatori bancari di finanza etica e sostenibile le banche che conformano la propria attività ai seguenti principi:                                                                                                              a) valutano i finanziamenti erogati a persone giuridiche secondo standard di rating etico internazionalmente riconosciuti, con particolare attenzione all’impatto sociale e ambientale;                                                                                               b) danno evidenza pubblica, almeno annualmente, anche via web, dei finanziamenti erogati di cui alla lettera a), tenuto conto delle vigenti normative a tutela della riservatezza dei dati personali;                                                                                      c) devolvono almeno il 20% del proprio portafoglio di crediti         a organizzazioni senza scopo di lucro o a imprese sociali con personalità giuridica, come definite dalla normative vigenti;

  1. d) non distribuiscono profitti e li reinvestono nella propria attività;
  2. e) adottano un sistema di governante e un modello organizzativo a forte orientamento democratico e partecipativo, caratterizzato da un azionariato diffuso;
  3. f) adottano politiche retributive tese a contenere al massimo la differenza tra la remunerazione maggiore e quella media della banca, il cui rapporto comunque non può superare il valore di 5”.

[39] Cf U. BIGGERI – G. FERRI – F. IELASI, Finanza etica, Il Mulino. Itinerari, Bologna 2021, p. 73.

[40] Cf Ib., p. 93.

[41] Cf Ib., p. 115.

[42] Cf M. TOSO, Per un’economia che fa vivere tutti, Libreria Editrice Vaticano, Città del Vaticano 2015, p. 69.

[43] Su questo si legga Edo Ronchi, Le sfide della transizione ecologica, Piemme, Mondadori, Milano 2021, pp. 175-177.