Omelia per l’ingresso del nuovo parroco di San Marco

01-07-2018

Carissimi fratelli e sorelle, oggi ricevete il vostro nuovo parroco, don Davide Ferrini. Già don Paolo Bagnoli, prima di partire per la comunità parrocchiale di san Terenzio, vi aveva invitati a vedere in questo momento un’occasione di crescita nella fede. I parroci passano ma deve rimanere l’attaccamento a Gesù Cristo, perché è Lui che salva, nessun altro. Questo non vuol dire, però, che i parroci non sono importanti. Lo sono per l’incontro con il Signore e per la comunione con Lui. Sicuramente i presbiteri non salvano da se stessi, ma senza di essi non avremmo, diceva il santo curato d’Ars, Nostro Signore. Non possiamo pensare ad un solo dono di Dio senza incontrare, accanto ad esso, il prete. Provate ad andare a confessarvi dalla santa Vergine o da un angelo: vi potranno assolvere? No. Vi daranno il corpo e il sangue di nostro Signore? No. La santa Vergine, seppure è Madre del Signore Gesù, non può far scendere il suo divin Figlio nell’ostia. Se anche foste di fronte a duecento angeli, nessuno di loro potrebbe assolvere i vostri peccati. Solo il sacerdote, in persona Christi può dire «Io ti assolvo». Come bene ha spiegato il curato d’Ars, la comunità cristiana ha un estremo bisogno del sacerdote per essere se stessa.

Peraltro, l’annuncio del Vangelo è compito di tutto il popolo, di tutti i soggetti della comunità cristiana, comprese le famiglie, chiamate chiese domestiche. Il parroco da solo, senza i genitori e le famiglie, non potrebbe educare alla fede. Tutti nella comunità cristiana sono discepoli missionari. Specie oggi, la nuova evangelizzazione implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Nessuno deve rinunciare al proprio impegno di evangelizzazione.

Cosa bisogna annunciare in quanto comunità intera? La Parola di Dio di oggi, tramite il libro della Sapienza, ci ha ricordato che Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, ossia per una vita che dura sempre, in pienezza (Sap 1, 13-15; 2, 23-24). È l’invidia del diavolo che ha fatto entrare nel mondo la morte, per cui gli uomini ne fanno esperienza, vengono sottoposti alla caducità, al disfacimento del corpo.

La comunità cristiana è, in particolare, chiamata ad annunciare che l’incarnazione di Gesù Cristo sana la fragilità mortale dell’uomo, lo riporta alla sua integrità, gli apre un varco verso una vita in pienezza, che dura per sempre, verso l’incorruttibilità.

Come avviene questo? Mediante ciò che sant’Agostino chiama ammirabile «commercio» tra Dio e l’umanità. Cristo da ricco, da Dio che è, si fa povero, umanità, perché l’umanità, terra, divenga Dio, possieda cioè una vita in pienezza, che vince la morte (cf 2 Cor 8, 7.9.13-15).

L’attività di guarigione di Gesù dell’emoroissa che sperimenta, nelle continue perdite di sangue, una malattia che la indebolisce, per di più la emargina rendendola ritualmente impura (cf Mc 5, 23-34), come anche il gesto potente con cui richiama in vita la ragazza, la figlia di Giairo (cf Mc 5,42b), sono azioni che mostrano la volontà divina che l’uomo viva in pienezza, sano, attivo, capace di servizio. Gesù con i suoi gesti e miracoli rende operante nel mondo la volontà di Dio. L’uomo è chiamato a vivere, a partecipare della pienezza di vita che è in Cristo e che si manifesta mediante la sua risurrezione.

Ebbene, tutta la comunità, non solo il parroco, è chiamata ad annunciare che ogni persona è destinata a vivere la pienezza di vita che Gesù, con la sua incarnazione, morte e risurrezione, ci guadagna e regala. In questa maniera tutti contribuiscono a edificare il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo cresce quando ognuno di noi, nel suo impegno professionale, come maestro, muratore, bancario, imprenditore, calzolaio, sindaco, amministratore, politico, autista riesce a vivere con un atteggiamento filiale nei confronti di Dio e in una scelta di amore oblativo nei confronti del prossimo. I presbiteri sono al servizio di questo: aiutare i propri fratelli e sorelle a vivere nella propria esistenza l’obbedienza filiale alla volontà di Dio e il comandamento nuovo: amatevi come io vi ho amati. Tutto intristisce e fallisce nella comunità cristiana quando da cristiani missionari si diventa cristiani dimissionari; quando da persone assegnate ad un servizio ci si muta in ministri rassegnati ad una routine inseguita stancamente; quando da operatori competenti ci si trasforma in operatori inappetenti, smorti e delusi; quando si diventa, in definitiva, rinunciatari, critici implacabili, difensori strenui solo delle proprie immutabili idee, classificatori di tutto e di tutti, Papa compreso.

Caro don Davide, la tua comunità è ricca di presenze giovanili. Proprio nei confronti dei giovani l’organismo cristiano ed ecclesiale della parrocchia non deve mostrarsi guidato dal motto: ognuno fa per sé. Occorre superare l’autoreferenzialità, la frammentazione, come anche il narcisismo individuale e comunitario: cristiani raggomitolati su se stessi, operatori pastorali preoccupati solo di emergere abbassando gli altri, comunità che respirano l’aria viziata delle loro faccende interne anziché l’ossigeno della missione. Ai giovani va in particolare offerta la possibilità di rigenerare la propria vita mediante l’accompagnamento spirituale e il sacramento della riconciliazione. Ieri, di fronte al Capitolo dei canonici in cattedrale, rilevavo che nella Sintesi delle proposte emerse dagli incontri nelle unità pastorali in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani si registra che nelle proprie parrocchie difficilmente ci si confessa, come anche è piuttosto raro poter trovare un adeguato accompagnamento. L’esperienza, invece, ci dice che i migliori laici, i veri collaboratori di oggi, sono il frutto del lavoro pastorale, nascosto ma incisivo, di sacerdoti confessori che si dedicavano costantemente al ministero della riconciliazione e della formazione spirituale. L’accompagnamento delle giovani generazioni non è un optional rispetto al compito di educare ed evangelizzare i giovani, ma un dovere ecclesiale e un diritto di ogni giovane.

Caro don Davide, ti raccomando, poi, le persone sole, i giovani, i padri e le madri di famiglia disoccupati, ma anche la cura dell’Ufficio diocesano “Società e famiglia”, nonché gli assistenti spirituali delle associazioni impegnate nel sociale secondo l’ispirazione cristiana, riproponendo come punto di riferimento la Dottrina sociale della Chiesa. I credenti vanno aiutati a tradurre le esigenze del Vangelo nell’azione sociale, in vista di una nuova convivenza civile e di una cittadinanza attiva. Il Signore benedica te e questa bella comunità.